Un souffle au coeur

Quando ci sono stato, a Parigi, son proprio andato a vederli i quartieri dei film francesi degli anni ottanta. Ci sono andato a Les Halles. E al parc de La Villette.
Certo, quando si dice “film francesi” il pensiero corre prima di tutto alla nouvelle vague, a Belmondo e Jean Seberg, a Jules e Jim. O ai profili marcati dei Jean Gabin, dei Lino Ventura in spietati polizieschi. Piuttosto che alle bellezze mozzafiato di una B.B. o di un Delon (ogni volta che passo a La Bocca e lo vedo lì, a torso nudo, su quell’immenso murale che riproduce il manifesto di ‘Plein Soleil’, ‘Delitto in pieno sole’, penso a quante donne per ammirarlo si saranno distratte alla guida: quanti tamponamenti rischiati!).
Per me, però, il cinema francese resta soprattutto il primo che ho visto, quando tanto tempo fa c’erano i cineforum. Quello degli anni ottanta.
Ci sono andato a vedere i quartieri dei film francesi degli anni ottanta. A Les Halles. E al parc de La Villette.
Ovviamente sono belli e pieni di fascino (stiamo pur sempre parlando di Parigi).
Ovviamente gli mancava parte di quel fascino essenziale che gli davano i film francesi degli anni ottanta.
Ovviamente non era la stessa cosa: perché non li attraversava Pascale Ogier, eterea, senza nemmeno sfiorare terra, come solo le parigine nelle notti di luna piena. O i fantasmi.

Pascale est morte au petit matin du jeudi 25 octobre 1984, la veille de ses 26 ans, au sortir d’une fête… Morte d’un souffle au coeur, et peut-être d’autre chose.
Chi ha spiegato meglio di tutti com’era Pascale Ogier, oltre ovviamente a Rohmer, è stata Natalia Aspesi, in un articolo apparso su Repubblica quando tutti, basiti, ci chiedevamo come fosse stato possibile morire così, “un souffle au coeur (et peut-être d’autre chose)” la notte prima del ventiseiesimo compleanno.
Eric Rohmer, regista che sta appieno nella Nouvelle Vague, negli anni ottanta particolarmente ispirato e prolifico (otto dei suoi venticinque lungometraggi sono di quel periodo), quando ha girato ‘Le notti della luna piena’ aveva sessantaquattro anni. Eppure seppe raccontare come nessun altro i giovani parigini dell’epoca, in buona parte grazie a Pascale Ogier, musa (partecipò alla scelta dei costumi, degli arredi, delle musiche e dei luoghi) ancor prima che interprete di ‘Le notti della luna piena’.
Lei “…riusciva a incarnare senza mediazioni cinematografiche l’ideale dolce e aspro, confuso e frivolo, autonomo e commovente di una nuova femminilità incauta e ancora inafferrabile” scrisse Natalia Aspesi: “eppure, per quanto la sua grazia fosse legata proprio alla sua fragilità fisica, a Venezia essa sembrava instancabile, soprattutto coi fotografi sedotti dalla sua creatività davanti alla macchina da presa, dalla sinuosità dei suoi gesti, dalle invenzioni del suo abbigliamento che lei aveva composto con l’intensità che le ragazze d’oggi dedicano ai vestiti come affermazione visiva delle loro idee. Non bella, molto attraente, con il viso roseo a punta, i grandi occhi neri, la pettinatura ottocentesca, il corpo affusolato adatto ad ogni travestimento, la ragazza quasi sconosciuta in Italia, raccontava di sé con una voce leggera e incantevole”.
Figlia di Bulle Ogier, attrice della fine anni sessanta che la ebbe adolescente, cresciuta col di lei compagno Barbet Schroeder (Il mistero von Bulow, tra gli altri), una specie di flirt con Jim Jarmusch (era nella sua “banda b.c.b.g. – bon chic bon genre”) che le dedicherà Daunbailò (sì, quello con Benigni e Tom Waits).
Forse l’unico altro che avrebbe potuto ritrarla degnamente sarebbe stato PVT, lui avrebbe capito e reso con le giuste parole quel “morire una notte in un letto casuale dopo una serata brillante in onore ovviamente di un sarto”.

Per me il cinema francese resta soprattutto il primo che ho visto, quando tanto tempo fa c’erano i cineforum. Quello degli anni ottanta, e se potessi oggi riaprirne uno, di cineforum, sfiorando la polvere che s’è posata sulla macchina da proiezione mentre l’addetto carica le bobine, questi sarebbero i film del ciclo “Le notti della luna piena”…

– Diva (’81).
Ebbe critiche non favorevoli, già all’epoca; a me invece piacque moltissimo. Certo la trama è esile, una “solita” storia: il postino melomane che si ritrova braccato suo malgrado da criminali, se vogliamo togliere il tanto di più che riempie di fascino il film d’esordio del regista Beineix (che dopo non farà grandi altri film). Ma il tanto di più è comunque il bello del film, con l’originalità dei personaggi, con una Parigi sempre magnifica, compreso il metrò con inseguimento in motorino (il protagonista ci sale direttamente sul treno), fino al fascino unico, bianco su nero, della soprano Wilhelmenia Wiggins Fernandez. E, mi permetto di dirlo: essere un film pop, uno dei primi (francesi, almeno) girati con le tecniche della pubblicità o dei clip musicali, aumenta il suo fascino, non lo riduce.

– Subway (’85).
Subway è in fondo un fratello, parecchio somigliante, di Diva (anche nella trama che fa soprattutto da pretesto per esplorare un mondo punk e sotterraneo). Infatti del film di Beineix si legge: “il est représentatif d’un cinéma d’auteur français des années 1980 au même titre que Subway de Besson qui en reprend des éléments comme la poursuite en mobylette dans les couloirs du métro”. Affascinante come i protagonisti quando, in una delle scene – tra le mie preferite di sempre – ballano ‘A Lucky Guy’ di Rickie Lee Jones in una stazione del metrò deserta. E loro sono Cristopher Lambert quando sembrava uno Sting più seducente, e una Isabelle Adjani che così non avremo la fortuna di vedere più, e che ti faceva proprio venire voglia di andare a battere sulla spalla del ballerino per prendere il suo posto. Anche Luc Besson (pure qui c’è il suo attore preferito Jean Reno) è praticamente agli esordi, e anche lui dopo non sarà più a questi livelli, secondo me.

– La morte in diretta (’80).
Bertrand Tavernier, anche critico, versatile (in questo film approfitta della fantascienza, nel prossimo del jazz), gira in una Glasgow giustamente spettrale questa storia senza compromessi (ricordo di averlo visto con un compagno di università che non ne sopportò la durezza). Rischia con un cast di attori “difficili”, da Harvey Keitel a Romy Schneider, un passato da Sissi e un futuro tragico assai prossimo (in una scena del film compare suo figlio David, che morirà in un disgraziato incidente appena un anno dopo). Notevoli anche gli attori non protagonisti, da Harry Dean Stanton a Max von Sydow.

– Round Midnight – A mezzanotte circa (’86).
“Splendida. Ci sono le parole?”
“No. Ma non tutto ha bisogno di parole”
Sempre Tavernier, che gira un capolavoro, omaggio alla musica, alla Parigi che negli anni cinquanta ospitò tanti jazzisti, e alle loro vite difficili: “Rispettosamente dedicato a Bud Powell e Lester Young”. Con un Dexter Gordon, lui pure musicista, semplicemente straordinario, voluto dal regista nonostante non avesse nessuna esperienza cinematografica (ci sono campi, tra i tanti musicisti, pure di Wayne Shorter e Herbie Hancock, come del regista Martin Scorsese, straordinario a fare l’agente cinico del jazzista).

– Le notti della luna piena (’84).
Lui: “Perché questa notte nessuno ha dormito.”
Louise (il personaggio di Pascale Ogier): “Nessuno?”
“No. Neanche chi è andato a letto.”
“Mi scusi, ma come fa a saperlo?”
“Perché è colpa della luna piena.”
“La luna piena?”
“Ma come, non lo sa?”
“Non so neanche quando c’è o non c’è, la luna piena.” (conclude il dialogo Louise)
La cosa più charmant che ho letto sul film (parte del ciclo rohmeriano Comédies et proverbes): Les filles de ce Paris 1984 voient Pascale comme leur modèle, les garçons rêvent qu’elle soit leur princesse. Et ce film, Les Nuits de la pleine lune, leur est tendu comme un miroir.

(fine prima parte)

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