Come Smith e Carlos?

Ho scritto delle ‘Istantanee da Rio‘ su [Lettera 32] in chiusura dei Giochi Olimpici, ma credo sia giusto aggiungerne un’altra ancora, perchè la protesta di Feyisa Lilesa, secondo nella maratona per l’Etiopia, che ha fatto conoscere al mondo col suo gesto quello che sta subendo la popolazione degli Oromo (lui con ogni probabilità dovrà diventare un rifugiato, perché se tornasse a casa rischia la morte), é stata come il pugno nero sul podio di Tommie “Jet” Smith e John Carlos a Messico ’68. Anzi, sarei curioso di sapere se in futuro verrà ricordata allo stesso modo, anche se temo di no, perché sono altri tempi e l’Etiopia non è gli Usa.

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Tarzan, gli scarronzoni e altre storie

Siccome oggi, 15 agosto, è ferragosto (mi fanno notare) la mia usuale rubrica Lettera 32 esce domani. Ci leggerete tante storie a cinque cerchi, tra cui…
(aggiornamento: nel frattempo ferragosto è passato, quindi potete leggere tutte le storie)

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…il mio cuore batte per i vecchietti della “generacion dorada”, quell’Argentina che vinse dodici anni fa, ad Atene, uno degli ori più incredibili di sempre, battendo in semi proprio un “dream team”, e purtroppo noi in finale. Sono ancora lì, volendo potrebbero mettere in campo un quintetto vicino ai 180 anni di età complessiva, guidato come sempre da Manu Ginobili (classe ’77), Andres Nocioni (’79), il portabandiera Luis Scola (’80), con il più giovane Carlos Delfino, solo ’82, che dopo sette operazioni negli ultimi tre anni è di nuovo a lottare sul parquet insieme a questi campioni fantastici. Che nel frattempo hanno giocato LA partita di questo torneo, battendo dopo due supplementari e una valanga di emozioni i rivali e padroni di casa (oltretutto allenati dal loro coach di Atene).
Eterni, come solo certi campioni dei Giochi Olimpici.

 

Leggenda é chi la leggenda fa

Dice la Treccani: entrare nella leggenda, di personaggio che, per il carattere eroico e straordinario delle sue imprese, è destinato ad acquistare, nel ricordo e nelle narrazioni, aspetto leggendario, mitico

Dunque la carriera olimpica di Federica Pellegrini probabilmente termina con un totale di due medaglie vinte, un oro e un argento, l’ultima a Pechino otto anni fa.
Per dire: meno della odiata rivale dei primi anni, quella Laure Manadou che di medaglie ne ha vinte tre (tutte negli stessi giochi, in una carriera molto più breve, certo).
In uno sport, il nuoto, che consente come nessun altro di collezionare tante medaglie, anche banalmente per la numerosità delle gare a cui molti atleti partecipano.

Se guardiamo le vere leggende, il conto per Phelps é (a oggi) a 21 mentre, ad esempio, uno che resterà nella storia dello sport come Usain Bolt é (per ora) a 6.
Certo lei è stata un’atleta molto longeva in una disciplina dove la longevità non è scontata, anche se probabilmente le grandi aspettative con cui é arrivata a Londra e a Rio erano eccessive rispetto alle sue reali probabilità di vincere.

Federica Pellegrini é stata, insomma, una campionessa, se nel conto mettiamo i vari titoli mondiali ed europei, e i record stabiliti.
Popolarissima nei media e tra chi deve “vendere” (pubblicità, racconto del jet set, esposizione dell’immagine) anche perché é la ragazza giusta, così bella, sicura e un po’ sprezzante, per questo momento culturale in cui si porta molto il genere “amici-di-Maria”.
Smettiamola però di definirla leggenda. Le leggende vincono le gare importanti.
Per parafrasare quel vecchio film: Leggenda é chi la leggenda fa.
(Pronto a smentirmi e a cospargermi il capo di cenere se tornerà vincente, e leggendaria, a Tokyo 2020).

Cicciottella e della favela

Molta polemica ha suscitato, anche giustamente, il titolo più che infelice di un giornale che ha definito “cicciotelle” le nostre tre ragazze del tiro con l’arco, oltretutto sfortunate quarte (il peggior piazzamento in assoluto di una gara olimpica).È finita con il licenziamento del direttore del giornale, a furor di social. Io, devo dire, mi ritrovo abbastanza in quello che ne ha scritto Luca Bottura (uno bravo davvero) perché é pur vero che “Siamo in grado, noi, di scagliare la prima pietra? Rispondo per me: io no.”
È pur vero che “quel titolo non è un bel titolo. È maschilista. È figlio di una cultura anni Cinquanta che alberga in molte redazioni” (e non solo, aggiungo).
Però, e non per praticare il benaltrismo, a me dà ancora più fastidio il fatto che tutti i nostri giornali (parlo di quelli considerati importanti) nel dare la notizia del primo oro del Brasile, quello vinto dalla judoka Rafaela Silva, tutti, sempre, nel titolo parlino di “favela”.
Rafaela Silva é cresciuta a Cidade de Deus.

Quartiere espansione della zona a nord ovest di Rio è effettivamente noto per la povertà e la violenza. Ci hanno girato un film nominato all’Oscar, e dieci anni dopo un documentario, l’ha visitato Barack nel 2011 e lì ha assistito a un incontro di judo, perché spesso nei quartieri difficili lo sport permette la salvezza e il riscatto delle ragazze e dei ragazzi che lì crescono.
Come Rafaela, appunto.

Però.
Però a me proprio non va giù che i nostri giornali, parlo di quelli importanti, nel raccontare il suo oro, insistano sulla “favela”. Mi sono fatto un giro su twitter e, purtroppo, lo facciamo solo noi. Certo, tutti i giornali del mondo raccontano che Rafaela viene da Cidade de Deus. Ma si concentrano in particolare sul razzismo che ha dovuto affrontare, quando gareggiò a Londra. Parecchi raccontano della sua passione per il “junk food” (che lei non nasconde neppure sul suo account instagram, che merita una visita perché le fotografie illustrano bene il grande sogno che questa ragazza ha coronato vincendo il primo oro per la sua nazione a casa sua, e la vita che intanto ha fatto e fa).

Solo i nostri giornali, come fosse una reazione pavloviana (e ho paura lo sia) sembrano obbligati – tutti! – a scrivere quel titolo lì, con “Rafaela” e “favela”.
Io spero che Clemente Russo vinca l’oro nel pugilato, tra pochi giorni. Non vorrei leggere, se fosse, titoli che parlano del pugile che viene “dalle terre della camorra”.
Se li faranno i giornali stranieri giustamente ci arrabbieremo.
Anche se mi sa che non succederà. Il “giornalismo ambientale”, come lo definisce Bottura, é tutto italiano; é tutto italiano quel nostro dovere esagerare nella speranza di recuperare lettori che (come i capelli della canzone degli Elii) “sono andati via e non torneranno mai”.

I corridori degli altipiani

Uno dei momenti più toccanti della cerimonia inaugurale dei Giochi di Rio è stata la premiazione di Kipchoge Keino. L’ex atleta, che a 76 anni ha corso nello stadio a un passo che chi scrive (ma immagino anche parecchi tra i lettori) avrebbe faticato a reggere, oggi è soprattutto un benefattore, con le sue scuole in cui offre un futuro a tanti orfani del Kenya, ma un tempo è stato pioniere…

…queste donne e questi uomini vincano tutte le corse sulla lunga distanza, e se non è l’altura, se non è la genetica, se non è l’alimentazione da bambini, allora sarà perché quegli altipiani sono come la Nuova Zelanda per il rugby, un posto magico.
Dove crescono correndo i “nipotini” di Kip Keino, che vengono dal Kenya, o gli etiopi, molti dei quali vengono da Bekoji, un villaggio con meno di 20mila abitanti, tutti velocissimi (quasi) come Kenenisa Bekele, l’erede dell’altrettanto leggendario Haile Gebrselassie, o le tre sorelle Dibaba, otto medaglie in tutto finora, e il conto salirà vedrete.

(tutta la storia, in cui si racconta anche della maratona più bella di sempre, e del 10.000 più beffardo di sempre, la leggete su Lettera 32)