Tarzan, gli scarronzoni e altre storie

Siccome oggi, 15 agosto, è ferragosto (mi fanno notare) la mia usuale rubrica Lettera 32 esce domani. Ci leggerete tante storie a cinque cerchi, tra cui…
(aggiornamento: nel frattempo ferragosto è passato, quindi potete leggere tutte le storie)

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…il mio cuore batte per i vecchietti della “generacion dorada”, quell’Argentina che vinse dodici anni fa, ad Atene, uno degli ori più incredibili di sempre, battendo in semi proprio un “dream team”, e purtroppo noi in finale. Sono ancora lì, volendo potrebbero mettere in campo un quintetto vicino ai 180 anni di età complessiva, guidato come sempre da Manu Ginobili (classe ’77), Andres Nocioni (’79), il portabandiera Luis Scola (’80), con il più giovane Carlos Delfino, solo ’82, che dopo sette operazioni negli ultimi tre anni è di nuovo a lottare sul parquet insieme a questi campioni fantastici. Che nel frattempo hanno giocato LA partita di questo torneo, battendo dopo due supplementari e una valanga di emozioni i rivali e padroni di casa (oltretutto allenati dal loro coach di Atene).
Eterni, come solo certi campioni dei Giochi Olimpici.

 

Un podio per il barone


Pare che il canottaggio fosse lo sport preferito del barone Pierre de Coubertin, colui che volle la ripresa dei Giochi Olimpici, dopo una pausa durata oltre 1500 anni.Ancora oggi, in effetti, il canottaggio ben rappresenta quello spirito olimpico così caro al barone.
A cui, mi sa, sarebbe piaciuto parecchio il podio della finale del 2-senza, una delle specialità tradizionali (si disputa dal 1904).

A iniziare dal gradino più basso, con i nostri Giovanni Abagnale e Marco Di Costanzo, che manco avrebbero dovuto essere a Rio. Un equipaggio che in meno di un mese si è affiatato così bene da eguagliare la nostra migliore prestazione di sempre per questa barca, il bronzo dei due ragazzi di Cremona, Fanetti e Boni, nel 1948.
Noi abbiamo una grande tradizione in questo sport olimpico: dagli “scarronzoni” livornesi che nel ’32 e nel ’36 contesero la vittoria agli statunitensi nell’otto (altra barca classicissima), battuti solo dopo regate mozzafiato, agli equipaggi della Moto Guzzi di Mandello sul Lario, oro nel 1948 e nel 1956, via via fino ai più recenti successi dei “fratelloni” Giuseppe e Carmine Abbagnale, col timoniere Peppino Di Capua, nel 2-con che non é più specialità olimpica.
Fratelloni che venivano da Castellamare di Stabia proprio come Giovanni Abagnale (una b sola nel cognome, lui però) mentre Di Costanzo é un ragazzo dei Quartieri spagnoli di Napoli.

Sul gradino più alto del podio é salito l’equipaggio neozelandese, Eric Murray e Hamish Bond.
I due non perdono da sette anni, e sembrano intenzionati a continuare così.
Stanno scrivendo i loro nomi nel libro della storia di questo sport vicino alle pagine dedicate al baronetto Steve Redgrave, il grande campione inglese che ha vinto cinque ori in cinque consecutive edizioni dei giochi, tre proprio nel 2-senza.
Redgrave é nella storia anche per una sconfitta, quando a Seul tentò la doppietta 2-senza e 2-con lo stesso giorno. Vinse la prima regata poi, sempre assieme ad Andy Holmes, dovette arrendersi proprio ai nostri Giuseppe e Carmine, al termine di una gara molto emozionante (anche per il commento pieno di pathos di “bisteccone” Galeazzi).

img_0980La storia più toccante, invece, é quella di Lawrence Brittain, argento per il Sud Africa insieme a Shaun Keeling.
Famiglia di vogatori, il fratello Matthew ha vinto l’oro a Londra, ma anche James e Charles praticano questo splendido sport.
A Lawrence hanno diagnosticato un linfoma, un paio di anni fa.
Sul suo account twitter si possono seguire le fasi della sua battaglia contro il grande-c, dalle fotografie nel letto di ospedale durante la terapia, al ringraziamento allo staff medico, nel febbraio 2015 dopo l’ultima seduta, alla foto di marzo che raffronta l’allenamento, un anno prima, ancora calvo per la chemio, a quello di quest’anno. Un giovane uomo ritornato alla vita.
Con tanto di medaglia olimpica al collo, ora.

Leggenda é chi la leggenda fa

Dice la Treccani: entrare nella leggenda, di personaggio che, per il carattere eroico e straordinario delle sue imprese, è destinato ad acquistare, nel ricordo e nelle narrazioni, aspetto leggendario, mitico

Dunque la carriera olimpica di Federica Pellegrini probabilmente termina con un totale di due medaglie vinte, un oro e un argento, l’ultima a Pechino otto anni fa.
Per dire: meno della odiata rivale dei primi anni, quella Laure Manadou che di medaglie ne ha vinte tre (tutte negli stessi giochi, in una carriera molto più breve, certo).
In uno sport, il nuoto, che consente come nessun altro di collezionare tante medaglie, anche banalmente per la numerosità delle gare a cui molti atleti partecipano.

Se guardiamo le vere leggende, il conto per Phelps é (a oggi) a 21 mentre, ad esempio, uno che resterà nella storia dello sport come Usain Bolt é (per ora) a 6.
Certo lei è stata un’atleta molto longeva in una disciplina dove la longevità non è scontata, anche se probabilmente le grandi aspettative con cui é arrivata a Londra e a Rio erano eccessive rispetto alle sue reali probabilità di vincere.

Federica Pellegrini é stata, insomma, una campionessa, se nel conto mettiamo i vari titoli mondiali ed europei, e i record stabiliti.
Popolarissima nei media e tra chi deve “vendere” (pubblicità, racconto del jet set, esposizione dell’immagine) anche perché é la ragazza giusta, così bella, sicura e un po’ sprezzante, per questo momento culturale in cui si porta molto il genere “amici-di-Maria”.
Smettiamola però di definirla leggenda. Le leggende vincono le gare importanti.
Per parafrasare quel vecchio film: Leggenda é chi la leggenda fa.
(Pronto a smentirmi e a cospargermi il capo di cenere se tornerà vincente, e leggendaria, a Tokyo 2020).

Cicciottella e della favela

Molta polemica ha suscitato, anche giustamente, il titolo più che infelice di un giornale che ha definito “cicciotelle” le nostre tre ragazze del tiro con l’arco, oltretutto sfortunate quarte (il peggior piazzamento in assoluto di una gara olimpica).È finita con il licenziamento del direttore del giornale, a furor di social. Io, devo dire, mi ritrovo abbastanza in quello che ne ha scritto Luca Bottura (uno bravo davvero) perché é pur vero che “Siamo in grado, noi, di scagliare la prima pietra? Rispondo per me: io no.”
È pur vero che “quel titolo non è un bel titolo. È maschilista. È figlio di una cultura anni Cinquanta che alberga in molte redazioni” (e non solo, aggiungo).
Però, e non per praticare il benaltrismo, a me dà ancora più fastidio il fatto che tutti i nostri giornali (parlo di quelli considerati importanti) nel dare la notizia del primo oro del Brasile, quello vinto dalla judoka Rafaela Silva, tutti, sempre, nel titolo parlino di “favela”.
Rafaela Silva é cresciuta a Cidade de Deus.

Quartiere espansione della zona a nord ovest di Rio è effettivamente noto per la povertà e la violenza. Ci hanno girato un film nominato all’Oscar, e dieci anni dopo un documentario, l’ha visitato Barack nel 2011 e lì ha assistito a un incontro di judo, perché spesso nei quartieri difficili lo sport permette la salvezza e il riscatto delle ragazze e dei ragazzi che lì crescono.
Come Rafaela, appunto.

Però.
Però a me proprio non va giù che i nostri giornali, parlo di quelli importanti, nel raccontare il suo oro, insistano sulla “favela”. Mi sono fatto un giro su twitter e, purtroppo, lo facciamo solo noi. Certo, tutti i giornali del mondo raccontano che Rafaela viene da Cidade de Deus. Ma si concentrano in particolare sul razzismo che ha dovuto affrontare, quando gareggiò a Londra. Parecchi raccontano della sua passione per il “junk food” (che lei non nasconde neppure sul suo account instagram, che merita una visita perché le fotografie illustrano bene il grande sogno che questa ragazza ha coronato vincendo il primo oro per la sua nazione a casa sua, e la vita che intanto ha fatto e fa).

Solo i nostri giornali, come fosse una reazione pavloviana (e ho paura lo sia) sembrano obbligati – tutti! – a scrivere quel titolo lì, con “Rafaela” e “favela”.
Io spero che Clemente Russo vinca l’oro nel pugilato, tra pochi giorni. Non vorrei leggere, se fosse, titoli che parlano del pugile che viene “dalle terre della camorra”.
Se li faranno i giornali stranieri giustamente ci arrabbieremo.
Anche se mi sa che non succederà. Il “giornalismo ambientale”, come lo definisce Bottura, é tutto italiano; é tutto italiano quel nostro dovere esagerare nella speranza di recuperare lettori che (come i capelli della canzone degli Elii) “sono andati via e non torneranno mai”.

I corridori degli altipiani

Uno dei momenti più toccanti della cerimonia inaugurale dei Giochi di Rio è stata la premiazione di Kipchoge Keino. L’ex atleta, che a 76 anni ha corso nello stadio a un passo che chi scrive (ma immagino anche parecchi tra i lettori) avrebbe faticato a reggere, oggi è soprattutto un benefattore, con le sue scuole in cui offre un futuro a tanti orfani del Kenya, ma un tempo è stato pioniere…

…queste donne e questi uomini vincano tutte le corse sulla lunga distanza, e se non è l’altura, se non è la genetica, se non è l’alimentazione da bambini, allora sarà perché quegli altipiani sono come la Nuova Zelanda per il rugby, un posto magico.
Dove crescono correndo i “nipotini” di Kip Keino, che vengono dal Kenya, o gli etiopi, molti dei quali vengono da Bekoji, un villaggio con meno di 20mila abitanti, tutti velocissimi (quasi) come Kenenisa Bekele, l’erede dell’altrettanto leggendario Haile Gebrselassie, o le tre sorelle Dibaba, otto medaglie in tutto finora, e il conto salirà vedrete.

(tutta la storia, in cui si racconta anche della maratona più bella di sempre, e del 10.000 più beffardo di sempre, la leggete su Lettera 32)

L’undici a cinque cerchi

Intanto che aspettiamo la cerimonia d’apertura dei Giochi, ci accontentiamo dell’antipasto dei tornei di calcio, uno degli sport che in assoluto (opinione personalissima) c’entra di meno con le Olimpiadi, anche se il torneo maschile si disputa praticamente da sempre e si è aggiunto quello femminile, di fatto per aggiungere un oro al medagliere USA, dall’edizione del centenario, quella del 1996 (questa frase purtroppo contiene informazione commerciale non retribuita) disputata nel paese della Coca-Cola.
Allora, per ingannare l’attesa della sfilata inaugurale, proviamo a scrivere una formazione olimpica ideale, poco rispettosa di ruoli e schemi:

Ireland v United States

Hope Solo (USA, 20008-2012-2016). Nome da saga cinematografica, cognome e parecchi guai le vengono dal papà italo-americano, reduce del Vietnam e delle carceri statunitensi. Parecchi altri guai ce li ha aggiunti lei, di suo, alzando il gomito e le mani non solo per parare. Qui proprio per celebrare gli ori USA del torneo femminile, lei in porta a Pechino e Londra, insegue il terzo successo: ha esordito a Rio prendendosi un bel po’ di fischi dopo la foto mascherata contro le zanzare che portano il famigerato virus Zika. Mai banale, la ragazza.

Taribo West (Nigeria, 1996). I codini colorati di “Taribo sbranali” sono uno dei simboli degli anni in cui sembrava che il calcio africano fosse il futuro, mentre il punto più alto resterà quella vittoria alle Olimpiadi del centenario, la Nigeria in rimonta, in finale contro la favoritissima Argentina, 3-2 al 90’ dopo l’altra rocambolesca vittoria in semifinale, il 4-3 al Brasile sigillato dalla doppietta di Kanu (altra leggenda, altra storia non da poco).

Nils Liedholm (Svezia, 1948). Difficile scegliere uno del Gre-No-Li, il trio di svedesi poi grande acquisto del Milan, che si mette in mostra proprio alle Olimpiadi di Londra 1948, tra l’altro ultimi giochi in cui non vincono le squadre dell’Est, che successivamente conquistano otto consecutive edizioni, fino alla fine del dilettantismo che, come noto, oltrecortina era “di stato”.

Lothar Kurbjuweit (DDR 1972-1976). Mancano difensori, qui, per cui convochiamo lui, e peraltro è difficile scegliere un solo rappresentante della Germania Est che vive la sua epopea calcistica negli anni settanta. A Monaco battendo i cugini dell’Ovest, quasi un’anteprima di quello che succederà due anni dopo alla Coppa del Mondo, questa volta con un combattuto 3-2, anche se la sconfitta con l’Ungheria li relega alla “finalina”. Poi a Montreal centrando la vittoria contro i campioni uscenti della Polonia, nonostante quelli schierassero Deyna, Lato, Szarmach, Zmuda, il portiere Tomaszewski.

Igor Netto (URSS 1952-1956). Come detto dopo Londra 1948, e finché i professionisti non sono tornati a Los Angeles 1984, i “dilettanti di stato” dei paesi dell’Est la fanno da padroni, ma l’Unione Sovietica vince solo una volta, e per fare il bis dovrà aspettare i professionisti campioni a Seul 1988: la stessa squadra che quell’anno aveva conteso all’Olanda l’europeo, tra l’altro e che in finale batté il Brasile nonostante il gol di Romario. Le due edizioni in cui il capitano sovietico è il difensore Netto, giocatore correttissimo, sono importanti però soprattutto per quel che succede a una grande rivale dell’Urss, l’Ungheria che trionfa a Helsinki 1952 facendosi conoscere dal mondo (in quell’occasione Stanley Rous invitò i magiari alla famosa amichevole di Wembley poi vinta 6-3) mentre non può partecipare a Melbourne 1956 essendo appena stata invasa.

Héctor Scarone (Uruguay, 1924-1928). Difficile scegliere uno, tra i tanti uruguagi del doppio consecutivo trionfo. C’era “la Merveille noire” Andrade (che a Parigi ci rimise un occhio), “El Gran Mariscal” Nasazzi, Pedro Petrone che come Scarone verrà poi a giocare in Italia. A proposito di “italiani”, erano davvero tanti in campo nelle finali di Amsterdam, la prima 1-1, la seconda tre giorni dopo vinta 2-1, proprio con il gol decisivo di Scarone, contro l’Argentina dei campioni del mondo con i nostri colori nel 1934 Luisito Monti e Mumo Orsi. E a proposito di Argentina, quando poco dopo Parigi l’albiceleste batté i campioni olimpici 1-0 con un gol direttamente da corner, nacque la definizione di “gol olimpico”, ancora oggi usata.

Angel Di Maria (Argentina, 2004-2008). Ottant’anni dopo, l’Argentina eguaglia l’Uruguay con le due vittorie consecutive, sfruttando il grande lavoro di costruzione della squadra del Loco, alla guida di una generazione di ragazzi straordinari, con il rosarino (anche se “canalla”, non “leproso”) Di Maria a segnare l’1-0 della finale di Pechino, rivincita (dodici anni dopo) sulla Nigeria.

baloncieriAdolfo Baloncieri (Italia 1920-1924-1928). Il primo gol grigio alle Olimpiadi l’ha segnato lui, il 28 agosto di novantasei anni fa, contro l’Egitto. In gol per tre consecutive edizioni, per un totale di otto reti, le ultime nel ’28 già al Torino, e il gol grigio lo fece allora Banchero. Mentre un altro Adolfo, Giuntoli, che in grigio giocherà solo 11 partite, è però il nostro solo campione olimpico, grazie alla vittoria di Berlino 1936, in una squadra di universitari (e lui di lauree ne aveva addirittura tre).

Annibale Frossi (Italia 1936). A proposito di quel nostro unico oro, ancora oggi il ricordo è legato indissolubilmente all’occhialuta ala dell’Ambrosiana-Inter (come si doveva chiamare allora) che segnò i due gol della finale.

Teodoro Fernandez (Perù, 1936). Quell’edizione non si ricorda solo per il nostro unico oro, ma per la sconfitta della Germania davanti a un Fuhrer che appariva anche più nervoso del solito, e al pasticciaccio dell’esclusione del Perù (tutti i suoi atleti per protesta lasciarono Berlino) dopo che aveva eliminato l’Austria, l’altra squadra che i nazisti volevano vincente. Con due gol di Alejandro Villanueva, in patria ritenuto l’inventore della rovesciata, e l’ultimo (quello del 4-2 ai supplementari, in cui gli incas segnarono ben cinque volte, e l’arbitro gliene annullò tre) proprio di “Lolo”, ancora oggi considerato uno dei grandissimi, e ricordato da Eduardo Galeano come il campione che umiliò Hitler.

Neymar jr. (Brasile 2012-2016). Era uno dei più giovani quattro anni fa, quando persero la finale contro il Messico. Non hanno mai vinto l’oro, si gioca a Rio… occorre che parli di pressione?

Shirley la burbera

o5y4mf-b88683016z.120160420115452000g5kg24up.10Mark Spitz aveva i baffi. Ovviamente, questa non era l’unica cosa che lo distingueva da tutti gli altri nuotatori (sui baffi e il nuoto torniamo, vedrete). Anche l’avere vinto sette medaglie d’oro ai Giochi Olimpici di Monaco fu una distinzione non da poco.
Quattro anni dopo, gli americani si aspettavano che una “Mark Spitz in gonnella” ripetesse la stessa impresa.
Invece dalle Olimpiadi di Montreal del ’76 Shirley Babashoff portò a casa solo un oro nella staffetta, quattro argenti e la grandissima amarezza di sapere che era stata ingannata.
Lo disse, forte e chiaro, e questo le procurò il soprannome di Surly Shirley e un bel po’ di problemi. Oggi la sua storia la stanno raccontando, finalmente, i giornali americani, oltre a un libro di memorie.

Aveva quindici anni Shirley Babashoff a Monaco, nei giochi dominati da Mark Spitz, solo quindici anni, e già una medaglia d’oro nella staffetta per la ragazza nata in California da una famiglia povera di origine russa. Poi altre vittorie tra cui due ori ai mondiali, sei record mondiali e tutti i nazionali dai 100 agli 800 stile libero. A Montreal però, le ragazzone della DDR nuotarono più forte di lei.
Shirley ebbe modo di vedere da vicino la Kornelia Ender, che era alta come lei ma aveva spalle larghe il doppio.
E vide la Petra Thümer, che aveva la stessa età di quando lei aveva gareggiato a Monaco, ma era sviluppata in modo tanto innaturale, e la batté perfino nella “sua” gara, in quei 400 stile libero in cui, pur arrivando seconda, aveva fatto un tempo migliore del vincitore della gara di dodici anni prima. Sì, del vincitore, perché il tempo di Shirley, quel 4 minuti 10 secondi e rotti batteva di quasi due secondi il tempo con cui vinse l’oro a Tokyo Don Schollander (un signor nuotatore). La nostra straordinaria Novella Caligaris, solo quattro anni prima, aveva vinto anche lei l’argento con un tempo di 12 (dodici!) secondi più alto.

Shirley di certo non conosceva il nome “turinabol”.
Cercatelo con Google, non è neanche difficile comprarlo illegalmente ancora adesso, quarant’anni dopo l’uso massiccio che di questo steroide anabolizzante tratto da un ormone della crescita fecero gli allenatori delle atlete e degli atleti della Germania dell’Est.
Ragazze anche minorenni (come detto Petra era quindicenne, e Kornelia diciassettenne) che, “a parte le loro voci profonde e i baffi, probabilmente stanno bene”.
Apriti cielo! Il commento di Shirley la burbera scatenò ogni tipo di reazione, in piena guerra fredda, con tanto di fiori in segno di scusa mandati alle ragazzone tedesche dalla federazione americana del nuoto e addirittura, nelle edizioni successive, corsi di comunicazione alle nuotatrici e ai nuotatori per evitare che, in caso di sconfitta, reagissero come lei.

Noi degli atleti non vediamo una cosa, molto importante. Non vediamo gli enormi sacrifici che fanno per arrivare fin lì. Credo di sapere come fossero le giornate di Shirley già da quando era bambina, e fino a Montreal: allenamenti e piscina, i capelli e la pelle rovinati dal cloro, regime e rigore. Dilettante pura, che ha investito così tutti gli anni della spensieratezza e della formazione. Con la speranza di fare come lui, come Mark Spitz, diventato una celebrità e finalmente ripagato (anche finanziariamente) per tutti quei sacrifici.
Invece, dopo tutti gli anni di sacrifici, cosa capita a una che va alle Olimpiadi da favorita e non vince (quasi) niente, oltretutto finendo nella buriana delle polemiche, etichettata come burbera?
(A casa sua, e dai suoi, oltretutto!)
Code per percepire il salario di disoccupazione, poi un figlio (da madre single) allevato con enormi sacrifici (di nuovo!) lavorando da postina.
Come aveva detto un suo compagno di squadra: “non so come possa non essere una delle persone più amareggiate al mondo”.

In realtà come detto un oro l’aveva vinto, nella staffetta, e lei era stata la protagonista dell’ultima frazione, compiendo un’impresa eccezionale, proprio battendo le ragazze con “le loro voci profonde e i baffi”. Le sue compagne l’avevano cercata, molte volte, per una rievocazione di quella staffetta vincente, ma lei si era sempre negata, “ingannata, derubata, e col cuore spezzato”.
Fino a quest’anno, quando ha accettato di andare alla prima del film che hanno girato, proprio su quella gara, dove ha ritrovato due delle sue compagne, solo due perché Kim la prima frazionista se l’è portata via da tanto tempo un tumore al cervello, e manco aveva trent’anni poverina.
E poi ai Trials olimpici, dove una nuova generazione di giovani nuotatrici l’ha finalmente riconosciuta per quello che è. Non Shirley la burbera. Semmai una donna coraggiosa, che non ha voltato la testa dall’altra parte, e non ha taciuto a fronte di una grande ingiustizia sportiva.
Shirley Babashoff la grandissima nuotatrice.