Il giorno dei giganti

Ieri è stato il grande giorno (e notte, visto il fuso orario) del basket, alle Olimpiadi, con i quarti di finale.

B_f1Yb1WAAAfgqyL’ultimo è stato anche il più tirato, come ovvio visto che metteva di fronte la Serbia e la Croazia. Finito in un lungo duello ai tiri liberi, l’hanno spuntata i serbi, peraltro in testa per tutta la partita.
Partita correttissima, il più sopra le righe sembrava coach Petrovic (non che la cosa mi stupisca particolarmente).
Nell’ultimo minuto hanno inquadrato in tribuna un tesissimo Vlade. Di fianco a lui un posto vuoto. Per un secondo ho pensato che sarebbe stato bello vederci seduto un Drazen finalmente riconciliato con il suo compagno di stanza dei tempi della nazionale giovanile, l’ultima fortissima Jugo “spezzata” dalla guerra.
(tra l’altro: c’è un magnifico documentario della serie Espn 30 For 30 che racconta la storia del loro rapporto, e qui la ripetizione ci va, “spezzato”).

CqGk84SWcAI3ql7L’altra grande storia della serata è stato l’ultimo saluto sportivo alla generacion dorada.
Le lacrime del sempre compostissimo, immenso, Manu Ginobili sono un’altra immagine che resterà nel cuore di tutta una nazione, sia quella Argentina, sia quella più estesa degli appassionati di basket in tutto il mondo, che hanno visto giocare ancora una volta una delle più grandi squadre (e delle più belle storie di sport) di sempre.

Meno pathos nelle altre due semifinali: ora bisogna vedere se l’Australia, con tutta la grinta di Dellavedova (uno che vorrei sempre nella mia squadra) raggiungerà una inedita finale, mentre la semifinale conquistata dalla Spagna ci aggiunge un’ulteriore occasione per ammirare un altro grandissimo probabilmente giunto all’ultima partita ai Giochi olimpici, il catalano Pau Gasol.

Tarzan, gli scarronzoni e altre storie

Siccome oggi, 15 agosto, è ferragosto (mi fanno notare) la mia usuale rubrica Lettera 32 esce domani. Ci leggerete tante storie a cinque cerchi, tra cui…
(aggiornamento: nel frattempo ferragosto è passato, quindi potete leggere tutte le storie)

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…il mio cuore batte per i vecchietti della “generacion dorada”, quell’Argentina che vinse dodici anni fa, ad Atene, uno degli ori più incredibili di sempre, battendo in semi proprio un “dream team”, e purtroppo noi in finale. Sono ancora lì, volendo potrebbero mettere in campo un quintetto vicino ai 180 anni di età complessiva, guidato come sempre da Manu Ginobili (classe ’77), Andres Nocioni (’79), il portabandiera Luis Scola (’80), con il più giovane Carlos Delfino, solo ’82, che dopo sette operazioni negli ultimi tre anni è di nuovo a lottare sul parquet insieme a questi campioni fantastici. Che nel frattempo hanno giocato LA partita di questo torneo, battendo dopo due supplementari e una valanga di emozioni i rivali e padroni di casa (oltretutto allenati dal loro coach di Atene).
Eterni, come solo certi campioni dei Giochi Olimpici.

 

Shirley la burbera

o5y4mf-b88683016z.120160420115452000g5kg24up.10Mark Spitz aveva i baffi. Ovviamente, questa non era l’unica cosa che lo distingueva da tutti gli altri nuotatori (sui baffi e il nuoto torniamo, vedrete). Anche l’avere vinto sette medaglie d’oro ai Giochi Olimpici di Monaco fu una distinzione non da poco.
Quattro anni dopo, gli americani si aspettavano che una “Mark Spitz in gonnella” ripetesse la stessa impresa.
Invece dalle Olimpiadi di Montreal del ’76 Shirley Babashoff portò a casa solo un oro nella staffetta, quattro argenti e la grandissima amarezza di sapere che era stata ingannata.
Lo disse, forte e chiaro, e questo le procurò il soprannome di Surly Shirley e un bel po’ di problemi. Oggi la sua storia la stanno raccontando, finalmente, i giornali americani, oltre a un libro di memorie.

Aveva quindici anni Shirley Babashoff a Monaco, nei giochi dominati da Mark Spitz, solo quindici anni, e già una medaglia d’oro nella staffetta per la ragazza nata in California da una famiglia povera di origine russa. Poi altre vittorie tra cui due ori ai mondiali, sei record mondiali e tutti i nazionali dai 100 agli 800 stile libero. A Montreal però, le ragazzone della DDR nuotarono più forte di lei.
Shirley ebbe modo di vedere da vicino la Kornelia Ender, che era alta come lei ma aveva spalle larghe il doppio.
E vide la Petra Thümer, che aveva la stessa età di quando lei aveva gareggiato a Monaco, ma era sviluppata in modo tanto innaturale, e la batté perfino nella “sua” gara, in quei 400 stile libero in cui, pur arrivando seconda, aveva fatto un tempo migliore del vincitore della gara di dodici anni prima. Sì, del vincitore, perché il tempo di Shirley, quel 4 minuti 10 secondi e rotti batteva di quasi due secondi il tempo con cui vinse l’oro a Tokyo Don Schollander (un signor nuotatore). La nostra straordinaria Novella Caligaris, solo quattro anni prima, aveva vinto anche lei l’argento con un tempo di 12 (dodici!) secondi più alto.

Shirley di certo non conosceva il nome “turinabol”.
Cercatelo con Google, non è neanche difficile comprarlo illegalmente ancora adesso, quarant’anni dopo l’uso massiccio che di questo steroide anabolizzante tratto da un ormone della crescita fecero gli allenatori delle atlete e degli atleti della Germania dell’Est.
Ragazze anche minorenni (come detto Petra era quindicenne, e Kornelia diciassettenne) che, “a parte le loro voci profonde e i baffi, probabilmente stanno bene”.
Apriti cielo! Il commento di Shirley la burbera scatenò ogni tipo di reazione, in piena guerra fredda, con tanto di fiori in segno di scusa mandati alle ragazzone tedesche dalla federazione americana del nuoto e addirittura, nelle edizioni successive, corsi di comunicazione alle nuotatrici e ai nuotatori per evitare che, in caso di sconfitta, reagissero come lei.

Noi degli atleti non vediamo una cosa, molto importante. Non vediamo gli enormi sacrifici che fanno per arrivare fin lì. Credo di sapere come fossero le giornate di Shirley già da quando era bambina, e fino a Montreal: allenamenti e piscina, i capelli e la pelle rovinati dal cloro, regime e rigore. Dilettante pura, che ha investito così tutti gli anni della spensieratezza e della formazione. Con la speranza di fare come lui, come Mark Spitz, diventato una celebrità e finalmente ripagato (anche finanziariamente) per tutti quei sacrifici.
Invece, dopo tutti gli anni di sacrifici, cosa capita a una che va alle Olimpiadi da favorita e non vince (quasi) niente, oltretutto finendo nella buriana delle polemiche, etichettata come burbera?
(A casa sua, e dai suoi, oltretutto!)
Code per percepire il salario di disoccupazione, poi un figlio (da madre single) allevato con enormi sacrifici (di nuovo!) lavorando da postina.
Come aveva detto un suo compagno di squadra: “non so come possa non essere una delle persone più amareggiate al mondo”.

In realtà come detto un oro l’aveva vinto, nella staffetta, e lei era stata la protagonista dell’ultima frazione, compiendo un’impresa eccezionale, proprio battendo le ragazze con “le loro voci profonde e i baffi”. Le sue compagne l’avevano cercata, molte volte, per una rievocazione di quella staffetta vincente, ma lei si era sempre negata, “ingannata, derubata, e col cuore spezzato”.
Fino a quest’anno, quando ha accettato di andare alla prima del film che hanno girato, proprio su quella gara, dove ha ritrovato due delle sue compagne, solo due perché Kim la prima frazionista se l’è portata via da tanto tempo un tumore al cervello, e manco aveva trent’anni poverina.
E poi ai Trials olimpici, dove una nuova generazione di giovani nuotatrici l’ha finalmente riconosciuta per quello che è. Non Shirley la burbera. Semmai una donna coraggiosa, che non ha voltato la testa dall’altra parte, e non ha taciuto a fronte di una grande ingiustizia sportiva.
Shirley Babashoff la grandissima nuotatrice.

Dopo i giorni dell’oro

Ho pubblicato su Lettera 32 – la rubrica settimanale per CorriereAl – un pezzo che racconta cosa ne è stato di alcuni atleti dopo “i giorni dell’oro”, quelli in cui ragazze e ragazzi sono stati capaci di gareggiare, e magari anche di vincere, nella competizione più bella e più nobile che ci sia: i Giochi Olimpici (che tra poco inizieranno a Rio).
Proprio per i Giochi Olimpici, in questo agosto il taxigiallo, che ultimamente è stato più che altro nella rimessa, riprenderà le sue corse.

Salite a bordo: ogni corsa una storia, a cinque cerchi…
La prima che ho voluto raccontare è quella di un campione di tanti anni fa, magari oggi quasi dimenticato: e sarebbe un peccato, perché davvero era un gigante, Adolfo Consolini…

…”E allora Consolini, nel silenzio di Wembley, si mise a cantare con la sua vocina stridula. Ma non intonò il nostro inno, raccontò invece, a quel popolo pallido, di un Paese pieno di mare, e delle sue belle giornate.
Lui, un contadino veneto, cantò ‘O sole mio.
Da solo, sotto la pioggia.
Gli inglesi ebbero un attimo di esitazione, poi iniziarono a battere le mani e, al posto delle note, ci fu solo quel fragoroso applauso.
Se lo meritava eccome, di leggere il giuramento! Ha fatto bene Onesti, il presidente del CONI, a resistere a tutte le pressioni per farlo fare a un altro”…

I giorni dell’oro di Francesco Pinto è un romanzo che si svolge durante i Giochi Olimpici di Roma del 1960 e l’autore (come aveva già fatto con la costruzione dell’autoSole in La strada dritta) mescola bene la finzione dei suoi personaggi con gli avvenimenti di quella estate, ormai così lontana.
Leggendolo, mi è venuta voglia di sapere, un po’ come in un romanzo, cosa ne è stato di quegli atleti dopo lo spegnimento del braciere olimpico.
Venite a curiosare con me, iniziamo proprio con Adolfo Consolini.

Giuseppe_Tosi_and_Adolfo_ConsoliniQuando vinse a Londra aveva già 31 anni, e la guerra gli aveva sottratto almeno una medaglia perché già quattro anni prima era il più forte al mondo, aveva il record mondiale dal 1941.
Quella gara bagnata del disco fu una questione italiana, l’eterno secondo Beppone Tosi, il corazziere di Borgo Ticino, vinse appunto l’argento.
Noi eravamo paria, malvisti dopo la fine della guerra, e quella premiazione, la prima in cui avrebbe dovuto suonare l’inno di Mameli che aveva sostituto la marcia reale dopo la vittoria della Repubblica al referendum del 2 giugno ’46, fu silenziosa per una distrazione degli organizzatori o per perfidia?
Consolini, atleta straordinariamente longevo, ancora gareggiò ai giochi olimpici nel ’52 e nel ’56 prima di Roma quando fu scelto, tra molte polemiche, per leggere il giuramento degli atleti.
All’epoca una norma italiana prevedeva che si potesse essere tesserati solo fino a 45 anni. Lui, del 1917, dopo il 1962 si tesserò perciò per una società sportiva svizzera. Fino al 1969 quando a giugno, cinquantaduenne, vinse ancora all’Arena. Fu l’addio, purtroppo, perché prima di Natale un cancro s’era preso quel gigante contadino.

(segue su Lettera 32)

Finale di partita

C’è una sola scena epica in ‘Il caso Spotlight‘, il film americano che ha appena vinto l’Oscar e che, come giustamente ha scritto Ann Hornaday sul Washington Post “non contiene nessuna scena madre in senso tradizionale”.
La scena epica (per me, almeno, lo è) avviene la notte in cui si stampano le copie del Boston Globe e finalmente, dopo il grande lavoro investigativo fatto dai giornalisti di Spotlight, sono pubblicati i primi articoli che svelano il coinvolgimento diretto dei vertici locali della Chiesa nell’insabbiare i (numerosissimi) casi di molestie sessuali compiute dai preti dell’arcidiocesi cattolica di Boston.
La scena epica, lo dico subito, non riguarda la trama di un film che indubbiamente ha “un posto speciale nei cuori di chi ha a che fare con la professione giornalistica” (sempre la Hornaday, che peraltro ricorda anche che il film “va oltre e diventa ben più di una storia di giornalismo”).

Attori e giornalisti

Attori di “Spotlight” e giornalisti del team Spotlight, insieme

 

Per me è infatti la scena in cui si vedono girare le rotative “avanti tutta”, vengono confezionati i pacchi dei giornali, caricati sui camion, e uno dei reporter seduto nel cuore della notte nella sua auto vede la lunga fila dei camion uscire dalla tipografia per andare a portare a tutti la notizia, la storia, l’approfondimento.
Una scena che abbiamo già visto in tanti film su giornali e giornalismo (d’altronde se chi ha scritto, diretto e interpretato ‘Il caso Spotlight’ fosse stato meno bravo, questo film sarebbe stato “solo” ‘Tutti gli uomini del presidente 2’).
Una scena che vista oggi, in un film girato nel 2015 (e ambientato una quindicina di anni prima), però, lascia (almeno: a me ha lasciato) l’impressione di un “finale di partita”, di guardare almeno una volta ancora in tutta la sua epica (appunto) qualcosa di grandioso che sta velocemente andando tra i ricordi di un passato, prossimo ma pure prossimo ad andare via.

(p.s. ho preso la foto dal sito di Il Post, qui)

Quando tutto va bene

tracey_thornTracey Thorn può sedersi allo stesso tavolo di Nick Hornby, e giocare con lui una partita letteraria a scacchi, una partita lampo. Se le danno i bianchi può anche portarlo alla patta.
Non lo batte, lui ci mette un’inventiva unica. Ma lei compensa con la purezza con cui scrive.
La leggo sempre con piacere su Internazionale, dove si trovano le traduzioni della sua rubrica per New Statesman, che si chiama Off The Record. Come con grande piacere leggevo, sempre su Internazionale, Nick scrivere di libri nella traduzione della rubrica Stuff I’ve been reading.

Pochi giorni fa Tracey ha scritto un ricordo di David Bowie, uno dei moltissimi. Una cosa mi ha colpito: quanti ne hanno scritto e lo conoscevano hanno tutti sottolineato, in particolare, il suo tratto umano, in modo positivo e in maniera tale che non mi paiono le solite frasi di circostanza che si accompagnano alla morte di una grandissima figura pop. Non le cose che leggeremo quando morirà un Mick Jagger o un Bonovox, per capirci.
Ci sono un paio di frasi scritte da Tracey Thorn che ho sottolineato, che mi risuonano come la sua voce, magnetica e suadente, nei primi dischi del suo gruppo…

La musica pop ci influenza di più quando siamo giovani, quando siamo creta morbida e malleabile su cui lascia un’impronta incancellabile.
Le canzoni che ascoltiamo quando il nostro cuore è ancora spalancato al mondo lasciano un segno così profondo che non mi stupisce se ci affezioniamo di più a chi le canta che non alle amicizie occasionali che facciamo dopo. Così la scomparsa di un cantante che non abbiamo mai conosciuto di persona può farci soffrire più di quella di una persona che conoscevamo davvero.

…più ci penso e più mi rendo conto che è proprio questo che fanno gli artisti che ci ispirano, ed è per questo che abbiamo bisogno di loro: non ispirano i coraggiosi (che non ne hanno alcun bisogno), ispirano i timidi.

(l’articolo si chiama Il giorno che ho cantato David Bowie in un armadio)

Tracey Thorn è stata metà degli Everything But The Girl. E ha cantato, con tutta la sua classe, tra gli altri in uno dei dischi più eleganti degli anni ottanta, Café Bleu degli Style Council e in uno dei dischi più eleganti dei novanta (uno dei pochi che val la pena, in quel periodo), Protection dei Massive Attack.
Attorno alla metà degli anni ’80 i “tutto tranne la ragazza” (il nome viene da una scritta vista nella vetrina di un negozio) hanno fatto almeno un paio di dischi molto britpop e molto più che bellissimi. Il primo Eden, è un gioiellino, e come la maggior parte dei gioiellini sta nascosto dove è sempre più difficile scovarlo.
Poi si sono un po’ ripetuti, fino alla svolta (che ha dato loro anche grande successo commlove-not-money-50fca8c1a5877erciale) di metà anni novanta, con un suono più elettronico.
Il secondo Love Not Money (titolo e foto di copertina già ti facevano venire voglia di comprarlo) comunque era ancora un ottimo disco, trainato – come si dice – da When All’s Well, una della canzoni più gioiose che valga la pena di ascoltare, con una preziosa chitarra jingle-jangle-johnnymarr di Ben Watt, l’altra metà degli EBTG, e nella vita l’altra metà di Tracey.

…solo tre sono tornati

Sooner or later we all have to die?
Sooner or later, that’s a stone-cold fact,
Four men ride out and only three ride back

Sempre pensato agli Eagles come al gruppo che ha certificato la fine, gloriosa economicamente, meno artisticamente, della west coast. Come  coloro che hanno confinato per sempre in un hotel di lusso melodie, armonie vocali e suoni solari che ci arrivarono dalla California.
(“puoi registrarti in ogni momento, ma non puoi andartene mai“)
(E sempre chiamato a correi gli America, peraltro).

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La fotografia sul retro della copertina di Desperado. Del grande Henry Diltz. Insieme ai quattro Eagles, i loro sodali Jackson Browne e J.D.Souther. Glenn Frey è il terzo da sinistra. Un commentatore ha scritto: “dimostra cosa succede agli outlaw, una gustosa ironia dato l’insuccesso commerciale del disco”

Il che non vuol dire che non abbiano anche fatto ottima musica, soprattutto all’inizio di una carriera culminata nel loro disco migliore, l’elegia dell’outlaw del vecchio west (un genere che andava molto negli anni settanta) ‘Desperado’.
Erano in quattro gli Eagles, all’epoca: Bernie Leadon e Randy Meisner insieme ai due “soci fondatori” Don Henley e Glenn Frey.
(Solo dopo vennero Don Felder e Joe Walsh, le cui chitarre duellanti sono il marchio di fabbrica milionario di Hotel California).
Glenn Frey è morto ieri, in questo gennaio freddissimo per i musicisti.
Presto o tardi, non dobbiamo tutti morire? Presto o tardi, è un fatto freddo come una pietra tombale. Quattro uomini sono partiti a cavallo, solo tre sono tornati.
(dal testo della crepuscolare reprise di ‘Doolin-Dalton/Desperado’)