On n’est pas des saints

Quelli bravi, ma bravi davvero, mentre li leggi ti fanno camminare per i posti, ti fanno sentire gli odori, i rumori, i gusti. Ecco, Jean-Claude Izzo quando insieme al suo Fabio Montale mi porta a spasso per Marsiglia fa esattamente questo.

Il cuore di Marsiglia

Imboccò rue du Panier. Il suo quartiere. C’era nato. Rue des Petits-Puits, vicino a dove era nato Pierre Puget. Suo padre, appena arrivato in Francia, aveva abitato in rue de la Charité.
…(Non ero del Panier. Ci ero nato, ma quando avevo due anni, i miei genitori traslocarono alla Capelette, un quartiere di italiani.)
…Abitavo fuori Marsiglia. Les Goudes. Il penultimo porticciolo prima delle calanche. Si costeggia la Corniche, fino alla spiaggia del Roucas Blanc, poi si continua seguendo il mare. la Vieille-Chapelle. La Pointe-Rouge. La Campagne Pastrée. La Grotte-Roland. Tanti quartieri che sembrano villaggi. Poi la Mandrague de Montredon. Marsiglia si ferma lì. Apparentemente. Una piccola strada tortuosa, stagliata nella pietra bianca, domina il mare. In cima, a ridosso di aride colline, il porto di Les Goudes.

Vivere al Panier era una vergogna. Da un secolo. Il quartiere dei marinai, delle puttane. La piaga della città. Il grande lupanare. Per i nazisti, che avevano progettato di distruggerlo, un focolaio di infezione per il mondo occidentale.

Passai davanti alla Vieille Charité, il capolavoro – incompiuto – di Pierre Puget. Il vecchio ospizio aveva accolto gli appestati del secolo scorso, gli indigenti dell’inizio secolo, poi tutti coloro che i tedeschi avevano cacciato di casa dopo l’ordine di distruzione del quartiere. Ne aveva vista di miseria.

Mi piaceva quella passeggiata. Quai du Port, quai des Belges, quai de Rive-Neuve. L’odore del porto. Mare e morchia. Le pescivendole, berciando come sempre, vendevano la pesca del giorno. Orate, sardine, spigole e pagelli.

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Guardare il paesaggio tra i due forti, Saint-Nicolas e Saint-Jean, che sorvegliano l’ingresso di Marsiglia. Verso il largo, e non verso la Canebière. Per scelta. Marsiglia, porto d’Oriente. Altro luogo. Avventura, sogno. I Marsigliesi non amano i viaggi. Tutti li credono marinai, avventurieri, con padri e nonni che hanno fatto il giro del mondo, almeno una volta. Al massimo, sono stati fino a Niolon, o a Cap Croisette. nelle famiglie borghesi, il mare era proibito ai bambini. Il porto permetteva gli affari, ma il mare era sporco. Da lì veniva il vizio. E la peste. Appena arrivava la bella stagione ci si spostava a vivere all’interno. Aix e la sua campagna, i mas e le bastides. Il mare veniva lasciato ai poveri.

Scendere rue d’Aubagne, a qualsiasi ora del giorno, è come viaggiare. Un susseguirsi di negozi, ristoranti, come tanti scali. Italia, Grecia, Turchia, Libano, Madagascar, La Réunion, Thailandia, Vietnam, Africa, Marocco, Tunisia, Algeria. E, per primo, Arax, il miglior negozio di loukoum (dolci arabi fatti con pasta aromatizzata e ricoperti di zucchero a velo).

La città poteva incendiarsi. Bianca, poi ocra e rosa.
Una città in armonia con i nostri cuori.

Il terzo te lo godi!

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…indicai il bar dei Treize-Coins, un po’ più in giù.

Mi ero fermato da Fonfon, per leggere il giornale bevendo un caffè. Malgrado l’insistenza di alcuni clienti, da lui trovavi solo Le Provençal e La Marseillaise. Non Le Méridional. Fonfon meritava la mia assiduità.

…il Péano. Il bar dei pittori… Inoltre, era il bar dei giornalisti. Di ogni tendenza. Le Provençal, La Marseillaise, l’A.F.P., Libération. Il pastis lanciava ponti tra gli uomini.

Finii il Pastis e ne ordinai un altro. Un vecchio amico, Corot, riusciva ad apprezzare il pastis solo dopo il terzo bicchiere. Il primo lo bevi per sete. Il secondo, beh, inizi ad apprezzare il sapore. Il terzo te lo godi!

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«Francis! Una mauresque» gridò.
[Mauresque: Pastis con sciroppo di orzata]

Marsiglia: i sapori…

Preparavamo grandi piatti di pasta con il sugo, uccelletti e polpette di carne cotti nella stessa salsa. l’odore di pomodoro, basilico, timo e alloro riempiva le stanze. Le bottiglie di vino rosé circolavano tra le risate.

Un piatto di mozzarella e pomodori, con capperi, acciughe e olive nere. Spaghetti alle vongole. Tiramisù. Il tutto accompagnato da un Bandol del domaine di Pibarnon.

Quella mattina mi ero messo a cucinare presto, ascoltando del vecchio blues di Lightin’ Hopkins. Dopo aver pulito la spigola, l’avevo farcita con il finocchio, e condita con olio d’oliva. Poi avevo preparato il sugo per le lasagne. Avevo fatto cuocere il resto del finocchio a fuoco lento nell’acqua salata, con un pezzetto di burro. In una pentola ben oleata, avevo fatto soffriggere la cipolla tagliata sottile, aglio e peperoncino. Un cucchiaio di aceto e i pomodori che avevo immerso nell’acqua bollente e tagliato a cubetti. Una volta evaporata l’acqua, avevo aggiunto il finocchio… Honorine portò le lingue di merluzzo. Le aveva fatte marinare in una pirofila con olio, prezzemolo tritato e pepe. Seguendo le sue indicazioni preparai un impasto a cui aggiunsi due bianchi d’uovo montati a neve.
«Su, andate a bervi il pastis con calma. Ci penso io qui».
Le lingue di merluzzo, ci spiegò a tavola, è un piatto delicato. Le si può fare gratinate, con un sugo alle vongole o alla provenzale, al cartoccio o al vino bianco con qualche lamella di tartufo e funghi.

Era tardi, E Babette era rimasta. Eravamo andati a prendere la pizza ai calamari, da Louisette. La mangiammo sul terrazzo, bevendo un cotes de Provence rosato del Mas Negrel.

Honorine era insuperabile nel cucinare i peperoni ripieni. Alla rumena, diceva. Riempiva i peperoni con riso, salsiccia, carne di manzo, sale e pepe. Li metteva in un recipiente di terra cotta e li ricopriva d’acqua. Aggiungeva salsa di pomodoro, timo, alloro e santoreggia. Lasciava cuocere a fuoco molto lento e senza coperchio. Il sapore era meraviglioso, soprattutto se alla fine ci si aggiungeva un cucchiaio di panna.

Solo Honorine poteva competere con Céleste nel cucinare l’aïoli. Il baccalà viene dissalato al punto giusto. E già questo è raro. Di solito, rimane troppo a lungo in due soli cambi d’acqua. Mentre è preferibile cambiarla più spesso. Una volta per otto ore, poi, tre volte per due ore. Viene poi immerso nell’acqua bollente con finocchio e grani di pepe. Céleste aveva anche un olio di oliva particolare per montare l’aïoli. Del mulino Rossi, a Mouriès. Per cucinare o condire le insalate ne usava altri. Oli di Jacques Barles d’Eguilles, di Henri Bellon di Fontvieille, di Margier-Aubert di Auriol. Le insalate avevano sempre un sapore diverso.

…e i suoni

E Massilia Sound System, nato tra gli ultrà, nella curva sud dello stadio Vélodrome. Il gruppo aveva diffuso la febbre del ragga hip hop ai tifosi dell’Olympique Marsiglia, poi all’intera città.

In sottofondo, Petrucciani. Estate. Uno dei suoi primi dischi. Non il migliore. Ce n’erano stati altri più curati. Ma questo pezzo smuoveva tonnellate di emozioni.

Da Hassan, al Bar de Maraîchers à la Plaine, niente raï, né reggae, né rock. Canzoni francesi,e quasi sempre Brel, Brassens e Ferré. L’arabo si divertiva a prendere i clienti in contropiede…
Ferré cantava:
Non siamo santi.
Per la beatitudine abbiamo solo un Cinzano.
Poveri orfani,
preghiamo per abitudine il nostro Pernod.

(Le sottolineature vengono da Casino totale, il primo dei libri della “trilogia di Fabio Montale“. Le fotografie sono mie, fatte a una città che adoro, una delle più belle del mondo)

 

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Immaginare Judee

Non fosse per i dischi le poche fotografie e i rari filmati, mi chiederei se davvero ha dovuto vivere una vita così o se non sia stato un dio crudele a immaginare Judee.

Hollywood: musica per un film di cowboy

Ti dirò un segreto
Che non ho mai rivelato
Comunque noi siamo
Va bene.
(Lopin’ Along Thru The Cosmos)

judee_sillImmaginare di essere a Los Angeles, seduto nella tipica tavola calda, le grandi vetrate da cui guardi fuori su strade assolate che si incrociano mentre la cameriera gira per i tavoli e offre di versare altro caffè dalla caraffa dove la bevanda annacquata rimane calda.
Le dici sì grazie Lizzie e intanto che leggi il nome sulla targhetta appuntata sul grembiule rosa immagini il seno che è sotto la targhetta nera con su scritto in bianco “Liza B.” e il seno è piccolo d’altronde sono gli anni settanta.
Prima di sentire il rumore, ben prima di guardare anche tu fuori dalla grande vetrata che dà sulle strade assolate che si incrociano, quel che noti è che lei non te lo versa il caffè perché rimane immobile, come l’avessero fissata, con la caraffa a mezz’aria e il caffè che non esce, immobile fissato pure lui. Mentre già guarda fuori, lei.
Allora senti il rumore. Metallico lo definisce chi ha poca fantasia. A te fa vedere il retro di un’automobile che si alza colpita da qualcosa di veloce e riatterra su sospensioni che si danneggiano.
Poi. È quel che succede poi che definiresti surreale se non fosse che la città della tavola calda in cui immagini di essere seduto, negli anni settanta, è Los Angeles.
Perciò accetti che dall’altra automobile, quella che ha tamponato, scenda un biondo coi capelli crespi che probabilmente hai visto negli spot della Polaroid, mentre chi è più vecchio di te può dirti pure che un tempo era un attore comico, oltre che ballerino e cantante, e molto famoso.
Non è ancora finita, a stupore. Perché subito accosta una specie di furgone Chevrolet e quello che lo guida lo vedi scendere vestito come il tenente Parker e cammina un po’ sghembo come quando andava verso il deserto e lo guardavamo dal buio della “cabin” attraverso la porta aperta.
E così alla scena si unisce il Duca e si rassicura che il biondo Danny stia bene poi va verso l’altra automobile, quella tamponata, apre la portiera e prende in braccio la ragazza alta e goffa con abiti hippie gli occhiali e l’aria smarrita. L’ha sollevata senza nessuna fatica, la porta verso il Chevrolet, la posa sui sedili con la stessa facilità con cui sposterebbe una bambina di cinque anni.
Come ti chiami le chiede.
Judee, dice lei. Judee Sill.

Può sembrare surreale, vero, il racconto di un incidente automobilistico tra una cantante hippie che a detta di tutti guidava malissimo e un vecchio uomo di spettacolo filantropo. Con, per aggiungere irrealtà al tutto, l’intervento di soccorso del grande cowboy cattivo, non nei film ma di certo almeno nel racconto di Osvaldo Soriano.
Infatti siamo proprio nella città di Triste solitario y final.
Soprattutto: cosa può non sembrare surreale della tragica, breve vita di Judee?
*****

Lui è un bandito, uno che ti spezza il cuore

Volevo scrivere una canzone su questo: più in basso scendi per ispirarti, più questo ti spingerà in alto, ma non mi veniva il modo di dirlo con la poesia… e ho incrociato questo fatto teologico oscuro, che Gesù costruiva le croci… In quel periodo avevo una storia molto infelice con questo ragazzo: era un bandito, uno che ti spezza il cuore. Così una mattina mi sono svegliata e ho pensato “he’s a bandit and a heartbreaker” fa rima con “but Jesus was a crossmaker“. E ho capito che anche quell’infelice bastardo non era escluso dalla redenzione.
Mi ha salvato questa canzone: era scriverla o il suicidio.

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Immaginare le due giovani donne che si incrociano sulla soglia della casa di quell’uomo, l’infelice bastardo: una sta uscendo dopo essere stata con lui, l’altra arriva per raggiungerlo, e le due donne sono tra le più desiderate di quella desideratissima scena: quella che esce è Linda, una piccoletta pepata che vende milioni di copie dei suoi dischi di country-rock educato. Ma l’altra! L’altre è addirittura Lei, la Signora di quella scena, miss Joni cui tutti si inchinano, quella dalle cui mani puoi scivolare via come sabbia della spiaggia di un’isola mediterranea.
Eppure anche Lei, la Signora corre da quest’uomo, questo J.D. come si fa chiamare, e per stare con lui accetta perfino di incrociare l’altra, proprio Lei che attorno non è che voglia volentieri avere qualcuna, figuriamoci una rivale come sa anche la nostra povera Judee.

La canzone si chiama ‘Jesus was a crossmaker’, Judee Sill l’ha incisa nel 1971 (e il libro che presenta Gesù come falegname che costruiva le croci è ‘L’ultima tentazione di Cristo’ di Nikos Kazantzakis).
La canzone sta nel primo disco di Judee, che è anche il primo disco pubblicato dalla Asylum, la casa discografica più fica che ci fosse in quella scena, in quel momento, e quella era la scena più fica nel momento più fico. La produzione della canzone venne affidata a Graham Nash ma neanche questo assicurò il grande successo commerciale che lei così disperatamente voleva.
*****

Così triste, e così vero

Se questo fosse un film di Hollywood, diresti: oh, è falso, non ci posso credere… troppo calvario, troppe cose strane succedono… la sua vita è stata davvero tragica, davvero interessante. E davvero incredibile (Andy Partridge)

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Immaginare un padre che muore quando lei è piccola, un padre che per arrotondare importava animali esotici per i film di Hollywood. Una madre che amava troppo la bottiglia e un patrigno abusivo, almeno per lei lo era, e Judee raccontava di botte e intervento della polizia e notizie sui giornali, sarà poi stato vero?
(No, non ha importanza, questa è una storia dove fatichi a credere soprattutto a quello che è vero).
Immaginare la ribellione da adolescente che passa da un paio di matrimoni con uomini sbagliati che suonavano il piano anche se lei preferiva il basso (ho sempre amato una buona linea di basso, sapete, diceva) e insieme le rapine, la droga, con la droga la prostituzione sulla strada, il carcere.
Ecco.
Judee lo dice, in una delle poche registrazioni di concerti che rimangono, con i pochi filmati, le poche fotografie a cercare di convincerci che la vita così impossibile da immaginare sia stata vissuta davvero dalla ragazza alta e goffa con abiti hippie gli occhiali e l’aria smarrita.
Lei lo dice, presentando una canzone: ho imparato a suonare l’organo in riformatorio e le persone ridono, pensano stia scherzando ma lei, con l’imbarazzo con cui parlava al pubblico invece lo ribadisce: sul serio, è vero, è andata così.
Immaginare poi che la sua salvezza passi dalle canzoni scritte, prima una incisa dai Turtles, poi il suo disco, il primo assoluto dell’etichetta Asylum, la più fica che ci fosse in quella scena, in quel momento, eppoi il secondo disco, e per inciderli l’aveva scelta proprio lui, il più cattivo e il più importante di quella scena, ancora in lacrime per il tradimento di Laura Nyro e sarai la mia nuova Nyro deve averle detto Geffen.
Due dischi bellissimi che vendettero poco avrebbero potuto comunque non stroncarle la carriera. Però non si tradiva Geffen, non ci si ribellava, non si parlava male di lui, figurarsi svelare il segreto che lui teneva chiuso nel cassetto, così, al pubblico inglese durante un’intervista parlando di scarpette rosa.
Immaginare Judee, sempre inseguita dai suoi demoni, senza un contratto discografico, tamponata a un incrocio tra due strade di Los Angeles dove adesso curiosamente c’è un Scientology Celebrity Centre, perché ogni fatto della sua vita ne genera almeno due strani, e infatti sarà lei a raccontare agli amici che quello che l’aveva tamponata era Danny Kaye mentre a soccorrerla era stato John Wayne, il grande cowboy cattivo, non nei film ma di certo almeno nel racconto Triste solitario y final.
L’ospedale, la schiena rotta, il dolore, tanto dolore, ma non si prescrivono gli antidolorifici a una drogata schedata e allora…
*****

Kyrie Eleison

Ne ho sentita tanta di musica, davvero tanta. Nessuna mi ha toccato l’anima nel modo in cui lo fa quella di Judee. Alla fine lei è riuscita  in quel che voleva, almeno in parte. Di Gesù non so.

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Negli ultimi tempi viveva in una casa con una enorme foto di Bela Lugosi sopra il camino, una grande croce d’ebano sopra il letto, candelabri dappertutto. Leggeva i manoscritti dei Rosacroce, i testi di Aleister Crowley, aveva l’intera collezione del lavoro di Helena Blavatsky, ed era diventata esperta coi tarocchi.
D’altronde citava come sue uniche influenze Bach e Pitagora e aveva studiato “la musica delle sfere” del filosofo greco, e trovatelo un altro musicista della westcoast che abbia mai solo lontanamente pensato di avere queste ispirazioni. Lei poteva far sembrare equilibrato un Brian Wilson, peraltro l’unico che in qualche modo le si avvicinava per tante ragioni. Una delle pochissime fotografie la ritrae durante le registrazioni di ‘Heart Food’ con la bacchetta del direttore d’orchestra in mano: Judee che aveva studiato l’organo in riformatorio scrisse le parti di quaranta archi e le diresse nella registrazione.
Credeva di poter raggiungere l’anima delle persone con armonie a quattro voci e archi. Credeva di poter scrivere testi così puri da convincere “Gesù a darci un po’ di sollievo”.
Era per Lui che suonava, sperando la ascoltasse.
E mentre le sue canzoni sulla religione sembravano canzoni d’amore, quelle d’amore sembravano cantate giacendo sola in una cattedrale che le echeggiava tutt’attorno.
La pace oscura aveva ormai prevalso su quella luminosa. La pace oscura, così chiamava l’eroina nel raffronto con le altre.
Aveva sempre amato le droghe, eccedendo come faceva con tutto. Per un anno e mezzo, aveva detto con la solita inspiegabile ingenuità a Grover Lewis che l’intervistava, prendevo acido quasi ogni giorno… come con ogni sostanza esageravo… ho fatto molta fatica a tornare indietro.
Aveva esagerato con le donne, nella casa nel Canyon che le aveva comprato Geffen, durante il breve periodo di fortuna vivevano lì numerose, nude in piscina e spesso trattate come serve.
La pace oscura alla fine prevalse su quella luminosa: tutto era perduto, la musica cui non poteva più immaginarsi, una reietta per volere del perfido Geffen. Gli amici che non le si avvicinavano più. Finiti i tempi del ristorante russo a Burbank. Finiti i tempi dei pranzi domenicali con la “crew” al ristorante El Coyote su Beverly Blvd. Finiti gli eccessi verbali ubriachi che seguivano. Finiti i giri ad Alavera Street e al mercato messicano nella plaza.
Raccontano storie spaventose sui suoi ultimi giorni: qualcuno dice che vivesse in uno di quei “trailer park” della periferia (anche se possedeva due case) dove l’avevano stuprata, aveva ripreso a prostituirsi. Come al solito è difficile capire cosa fosse vero.

Un vecchio amico, Art Johnson, racconta la storia più tenera mai sentita su di lei.
Amo il tuo Bach, gli dice Judee quando si conoscono, una notte all’inizio degli anni settanta, dopo averlo sentito suonare la chitarra classica.
E le tue melodie me lo ricordano, risponde lui.
Si abbracciano e dormono così tutta la notte.
Lei lo chiama il giorno del Ringraziamento del 1979. Era uno dei pochissimi amici rimastile.
La porta a pranzo da lui, la malinconia non la abbandona, e il viaggio di ritorno è silenzioso. Judee sembra sgomenta, affaticata ma pure rassegnata.
Apre la portiera, lo bacia sulla guancia, scende e rientra in casa senza voltarsi.
Due giorni dopo era morta.
Le ultime parole di ‘The Donor’, l’ultima canzone pubblicata su disco mentre era viva sono:
“Kyrie Eleison”.
Raramente così appropriate: Signore, abbi pietà!
Signore, hai mai ascoltato Judee?

Cartoline dal 1967, Correndo a vuoto

Siamo nell’ultimo mese del crowdfunding editoriale di Correndo a vuoto, già molti ne hanno scritto come potete leggere sotto e il libro si ordina a:

https://bookabook.it/libri/correndo-a-vuoto/

Nella prima parte (Blowup), ambientata nel 1967, Gabriele attende di
iniziare la scuola elementare, passa l’estate in vacanza con la madre in un paese della riviera ligure mentre il padre lavora e li raggiunge nei fine settimana. Da grande vuole fare il pilota degli aeroplani, l’anno passato diceva il gommista. Ha imparato a leggere prima di iniziare la scuola, gattonando sui quotidiani, e racconta spesso alla mamma o alla nonna una qualche notizia che l’ha particolarmente colpito. Sono proprio le notizie, quello che succede fuori dalla casa in cui vive con loro mentre il padre lavora quasi sempre via, a scandire il racconto di un anno di vita del bambino, figlio unico di una famiglia come tante allora.

 

“Questo libro ha qualche cosa di davvero originale. Colpisce una grandissima attenzione, quasi parola per parola, a mettere in relazione la storia del protagonista con la storia con la esse maiuscola, con le piccole storie dei personaggi.”
Roberto Botta, direttore della biblioteca civica di Casale

“La sua penna dà veramente il meglio, e ‘apre’ con pochi flash incisivi la memoria su un’epoca che si sta inevitabilmente allontanando, e che per il nostro paese è stata certamente irripetibile: passioni, misteri, violenza, ma anche e soprattutto entusiasmo (autentico, spesso anche naif) e voglia di futuro. Un’Italia che oggi ci manca moltissimo.”
Ettore Grassano, direttore di CorriereAL

“E’ un commovente e ironico “amarcord”, ma non solo, quello scritto da Monighini, molti di quella generazione troppo giovane nel ’68 e immersa nei difficili Settanta si ritroveranno con luoghi, cibi, e mamme e nonne un po’ tutte uguali e diverse”
La Stampa Alessandria

Ci è stato dato bel tempo

Torna il mio (quasi) tradizionale post agostano sulle serie tv.
Dopo Tu.Sei.Numero.Sei e Alcune bambine crescono desiderando un pony.
Questa volta (anche) sotto forma di playlist di Spotify

https://open.spotify.com/embed/user/1166932640/playlist/2rGy7FDdI2hQ89fF1N9Tiu

E le serie sono:
Nolite te bastardes
The Handmaid’s Tale è una delle più belle degli ultimi anni, o forse di sempre, e sta diventando un fenomeno di costume (non qui da noi, anche perché è semisepolta su Tim Vision). Orange Is The New Black sta diventando un ergastolo per la protagonista, che pure aveva solo una breve condanna da scontare, all’inizio. True Detective meravigliosa nella prima stagione, meno nella seconda ma con la sigla iniziale di Leonard Cohen mozzafiato. ‘Paradise Circus’ apriva la già citata Luther, che di canzoni da ricordare ne aveva un canestro pieno (ma la regola qui è, rigorosamente: una sola canzone per serie, una sola canzone per musicista). ‘Edelweiss’ stava in un film famosissimo e adesso apre The Man In The High Castle, che ha un papà nobilissimo in Philip Dick, e ricostruisce un mondo ucronico parecchio affascinante.

Le lacrime di Nora
Le canzoni da piangere vengono da This Is Us in cui ad ogni puntata – infatti – si piange, da una serie di Shonda in cui ad ogni puntata qualcuno muore o ci va molto vicino (il meglio è quando qualcuno muore ma poi no), da Secrets and Lies dove non sapremo mai se Cornell è morta o poi no. E dalla serie delle serie, nella stagione delle stagioni (la terza e ultima), con l’immenso dolore di Nora, il personaggio dei personaggi.

Per quattro biglietti di banca
Fargo sarebbe bellissima anche senza il Minnesota? E: un territorio può essere candidato per un Emmy come protagonista, vero?
Tutte domande senza risposta, come quella che mi faccio fin dall’inizio guardando Billions (è sulla moglie del personaggio interpretato da Paul Giamatti, nel caso foste curiosi). Invece: chi non vorrebbe essere – almeno per qualche giorno, Wags?
Ultima domanda: come si fa a pensare di ambientare una serie di successo nel Minnesota? A questa aveva già risposto Mary Tyler Moore tanti anni fa, e la sigla della serie è rigorosamente nella cover degli Hüsker Dü (già, come si fa a diventare una delle band più importanti di sempre nel Minnesota?)

Bonus track
Visto che su Spotify non si trova, ecco il video di ‘Container’, sigla di The Affair, che terminerà dopo cinque stagioni senza che nessuno abbia davvero capito la ragione per cui la guarda. A parte Ruth Wilson, naturalmente. E la canzone, fantastica, di Fiona Apple.

Anche se ogni stagione dovrebbe sempre chiudersi con una domanda la cui risposta è lasciata, ansiosamente, all’inizio della successiva, e avevo chiuso la scorsa stagione sulle serie tv nel dubbio se ci sarebbe stata una terza, stavolta posso già confermare che ci sarà una quarta. Anche perché neanche questa volta ho scritto di Taxi.

Correndo a vuoto su La Stampa

L’editore ha creduto nel romanzo “Correndo a vuoto” e ci crede molto anche chi lo ha letto in anteprima.
– La Stampa, 18 luglio

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Intanto continuano le presentazioni, oggi 18 luglio alla Biblioteca Civica di Casale M. e venerdì 20 ad Alessandria (Gabriele torna a casa).
E continua la campagna di crowdfunding editoriale sul sito della casa editrice Bookabook

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Correndo a vuoto

Gabriele, nato all’inizio degli anni sessanta: bambino nel 1967, il liceo e la passione per la corsa nel 1978. Due anni molto importanti, non solo per lui. E quando in classe a metà anno arriva Nora, tutto cambia.

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Gabriele è il personaggio principale di ‘Correndo a vuoto’, che sarebbe il mio libro, poi.

La pagina sul sito della casa editrice “bookabook”. Si possono trovare la “quarta di copertina”, un’anteprima (e si può preordinare):
https://bookabook.it/libri/correndo-a-vuoto/

Invece, la prima intervista, quella di CorriereAL