I Dead. Live

La playlist delle migliori versioni (per me) dal vivo delle canzoni dei Grateful Dead.
Mi ero ripromesso di farla più o meno lunga come un loro concerto, e naturalmente non sono riuscito a stare sotto le sei ore e mezza.
Ne mancano molte, non sono proprio in grado di capire qual è la migliore ‘Darkstar’, per dire.
Ci sono tanti anni settanta, che qui si è sostenitori del periodo con Keith e Donna (perdonatemi, deadhead).
Qui soprattutto si venera il culto del vecchio, mitico zio Jerry.
Buon ascolto e, come dice Mickey Hart alla fine dell’ultimo concerto dei 50 anni: Please, be kind!

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La fine dell’estate

La fine dell’estate è arrivata più in fretta di quanto volessimo, canta John Prine.
E con la fine dell’estate, la fine dell’anno.
E con la fine dell’anno (accidenti, ero partito bene e ora sto per scivolare) la graduatoria delle più belle canzoni di questo 2018.
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L’olimpo della hit-parade 
Le prime tre, a mia insindacabile scelta, quest’anno sono:
Nina Cried Power di Hozier, che pure non adoro particolarmente, in duetto da brividoni lungo la schiena con Mavis Staples


Hangout at the Gallows di Father John Misty perché bisogna ammettere che Josh Tillman ha scritto la purissima canzone pop, quella che appena finita la rimetti subito sul piatto

Summer’s End di John Prine. Il buon vecchio John Prine ha fatto un disco magnifico, e questa canzone già splendida di suo si accompagna con un video assolutamente da guardare coi fazzoletti pronti: siccome un po’ di impegno non guasta, con la storia di nonno e nipotina che hanno perso figlia e madre per una overdose accende i riflettori sulla tragica crisi delle morti per oppiacei

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Le altre in classifica
Vi ricordavate quante canzoni nella hit-parade di Lelio Luttazzi? Io me ne ricordavo dieci e invece no, erano solo otto. Quindi le posizioni dalla quarta all’ottava:
#4 I Superorganism con Everybody Wants to Be Famous
#5 The Glands con Pleaser
#6 Courtney Barnett con Need a Little Time
#7 Cat Power con In Your Face
#8 I’m With Her con Overland
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Nell’estate

Confesso, sono stato diverse ore a guardare le numerose versioni live della canzone dei Superorganism, sempre più divertito, affascinato dall’originalità e ipnotizzato da Orono (che è un ologramma di sicuro).
Ho pensato cosa mi potessero ricordare, ho scartato Tubthumping dei Chumbawamba, ho scartato i Gorillaz e gli Sha-Na-Na. Alla fine quel che gli va più vicino, senza raggiungerli, è In The Summertime dei Mungo Jerry, secondo me.
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Dischi caldi di Giancarlo Guardabassi
Senza un ordine definito, tranne il “disco caldo” che è Wide Awake di Parquet Courts, più David Byrne dell’album che l’originale ha fatto uscire quest’anno.
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Gli altri:
Big God di Florence + The Machine
Your Dog di Soccer Mommy
Make Me Feel di Janelle Monáe
Gonna Be A Darkness dei The Jayhawks
The One di Jorja Smith
Last Lion of Albion di Neko Case
Faceplant di Ruston Kelly
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Alla scrivania
superorganism
Sono imperdibili i concerti che si tengono alla scrivania di Bob Boilen della NPR, la radio pubblica americana. Proprio alla scrivania, eh, i musicisti in uno spazio angusto, di giorno, “senza rete” come si diceva con termine mutuato dal circo.
La serie si chiama appunto ‘Tiny Desk Concerts’ e i migliori del 2018 sono secondo me Florence + The Machine (il I’m sorry I’m shy di Florence Welch colora di fiori una prestazione vocale da pelle d’oca), i già citati Superorganism anche qui divertentissimi, il vecchio John Prine magico, due trii femminili acustici giovani giovani come Boygenius e I’m With Her, l’esordiente e in rapida affermazione Jorja Smith e The Weather Station che in queste classifiche c’erano un anno fa.
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Le puntate precedenti
Nel 2017 “UMILE.“, nel 2016 non l’avevo fatta chissa perché, nel 2015 la retrospettiva di “Negli specchietti retrovisori” e nel 2014 “IN REVERSE“.

UMILE.

lorde

La graduatoria (no, la graduatoria no!), e anche la playlist di Spotify, ma rimango UMILE.
I miei cinque preferiti, secchi:
– Melodrama, Lorde
– The Weather Station, id.
– Soft Sound, Japanese Breakfast
– As You Were, Liam Gallagher
– The Nashville Sound, Jason Isbell and the 400 Unit


Fantasma di Laura Nyro esci da quel corpo
Ha poco più di vent’anni questa ragazza neozelandese, Lorde, che ha inciso il disco più bello dell’anno, e non vi dico niente di nuovo perché tutti in questi giorni vi stanno dicendo la stessa cosa, cioè che ‘Melodrama’ è il disco più bello dell’anno. Con una maturità ragazzina-scrive-e-interpreta-benissimo-canzoni-da-grande che in passato ha giusto uno e un solo precedente.

HUMBLE. UMILE. Tutto maiuscolo.
Nel genere “nigga” Kendrick Lamar è il più grande “nigga”, quello che vende più dischi “nigga” facendo la più “fuckin’ nigga” musica mai fatta da un “fuckin’ nigga”. Il video dell’anno è HUMBLE. Che vorrebbe dire “umile” ma se sei “nigga” e lo scrivi tutto maiuscolo vuol dire che non sei per un cazzo “umile”, sei il più grande “fuckin’ nigga”. Comunque, lontano come sono milioni di anni luce dal genere “nigga”, il video di HUMBLE. me lo riguardo più volte al giorno.

Ho cercato di andare al college ma non era il posto per me
Con simili radici (Jason Isbell and The 400 Unit è composto da musicisti dell’area di Muscle Shoals, Alabama) e con un nome del genere (400 Unit è come viene chiamato l’ospedale psichiatrico di Florence, sempre Alabama), ‘The Nashville Sound’ parte bene. E si conferma all’ascolto.
Ah. ‘Tupelo’ non è la cover della canzone di Nick Cave sulla nascita di Elvis durante una tempesta (e nemmeno di ‘Lyin’ Eyes’ degli Eagles, anche se ascoltandola il dubbio viene). ‘Molotov’ non è la cover del politico russo che diede il nome a una bomba facile da fare. ‘Anxiety’, anche col fatto che non finisce mai (dura 6:57) mette ansia davvero, io vi avverto.

Interpretava una parte che potevo capire
Quando ho sentito le prime note della prima canzone di ‘The Weather Station’ ho subito pensato che Tamara Lindeman fosse una cantante folk canadese (poi ho letto la sua biografia e, indovinate?, Tamara Lindeman è una cantante folk canadese). Chiudete gli occhi, sentite ‘You and I (on the Other Side of the World)’ e ‘I Don’t Know What To Say’ e ‘In An Hour’ e potrete facilmente vedervi … che la canta (è facile, dai, riempire i puntini).

Il figlio del minatore
Invece quando ho sentito le prime note della prima canzone di ‘From A Room: Volume 1’ ho subito pensato che Chris Stapleton viene da una famiglia di minatori (poi ho letto la sua biografia e, indovinate?, Chris Stapleton viene da una famiglia di minatori).

Non distinguiamo un culo da un buco per terra
Noioso come ‘Masseduction’, il nuovo disco di St.Vincent si può scrivere? E stupido come la copertina del nuovo disco di St.Vincent si può scrivere?
(il titolo del paragrafo viene da una famosa canzone di quel gran genio di Randy Newman, che quest’anno ha fatto un nuovo disco anche lui: di abile artigianato vintage)

La donna arrabbiata con l’uomo con le ditine
Leggo in una recensione del disco di Juliana Hatfield: “the veteran alt-rocker”. Ma come, è già “veteran”? Comunque, lei ha scritto il disco più arrabbiato politico e radicale dell’anno (lo sapete di chi parla ‘Short-Fingered Man’, vero?) pur essendo molto bianca e continuando a usare splendidamente il suo buon gusto per le melodie e i ritornelli (‘You’re Breaking My Heart’, ‘Wonder Why’).

Per quel che vale
È stato l’anno degli Oasis. ‘Don’t Look Back In Anger’ s’è consacrato inno nazionale di Manchester e il video della donna che inizia a cantarlo nel silenzio, presto accompagnata da tutti, alla celebrazione per le vittime della strage dopo lo show di Ariana Grande, è da lacrimoni.


E al concerto tributo la scena l’ha letteralmente rubata Liam, arrivato a sorpresa, come uno che passava di lì e l’han mandato sul palco con ancora addosso il suo parka arancione. A fare un’esibizione memorabile.
Noel ha maggiormente rispettato le tradizioni familiari e per i 50 anni ha organizzato una festa a tema… Narcos.
Tutti e due hanno fatto un disco,  mi pare più bello quello di Liam.
Per quel che vale.

(A proposito: io non amo le canzoni con lo stesso titolo di altre canzoni stra-famose. Però, devo ammettere, ‘For What It’s Worth’ è già nella – lunga – lista dei classici sfornati dai due simpatici fratelli).

Le forbici di Christgau
Kendrick Lamar, ‘HUMBLE.’ da ‘Damn’
The National, ‘The system only dreams in total darkness’ da ‘Sleep Well Beast’
Japanese Breakfast, ‘12 Steps’, ‘The Body Is A Blade’, ‘This House’ da ‘Soft Sounds’
Paul Weller, ‘She Moves with the Fayre’ (con Robert Wyatt), da ‘A Kind Revolution’
Noel Gallagher’s High Flying Bird, ‘Be Careful What You Wish For’, ‘Black & White Sunshine’, ‘Keep On Reaching’ da ‘Who Built The Moon?’
Billy Bragg, ‘King Tide And The Sunny Day Flood’ da ‘Bridges Not Walls’
Alvvays, ‘Lollipop (Ode to Jim)’ da ‘Antisocialites’
GospelbeacH, ‘Hangin’ On’, ‘You’re Already Home’ da ‘Another Summer Of Love’
Mavis Staples, ‘Who Told You That’, ‘We Go High’ da ‘If All I Was Was Black’
Radiohead, ‘Lift’ dalla riedizione di ‘OK Computer’
The War on Drugs, ‘Pain’ da ‘A Deeper Understanding’
Charlotte Gainsbourg, ‘Deadly Valentine’ da ‘Rest’

I know you really want to tell me goodbye

22090113_10214519455566950_8503310618986177984_nQuando negli anni ottanta ho ceduto e infine mi sono comprato un lettore cd (allora sembrava inevitabile la fine del vinile sostituito dalla nuova, meravigliosa – ehm – tecnologia), per primi ho preso tre dischi per me fondamentali.
‘Shadows and Light’ il live che è uno dei momenti più alti della “santa protettrice del Taxigiallo“.
‘The River’ che, piccola scaramanzia, in cassetta suonava sulla strada per andare a Pavia ogni volta che dovevo fare un esame.
E ‘Damn The Torpedoes’, il disco con cui Tom Petty ha svoltato in tutto il mondo, dopo un esordio solidissimo quando lo classificammo velocemente, e sbagliando parecchio, nel grande calderone allora etichettato “punk/new wave”, banalmente per via del giubbotto di pelle nera e della cartucciera della foto di copertina, anche se ‘American Girl’ ci diceva già chiaramente che si trattava di tutt’altro.

Se le chitarre sono sexy come e più di una bella donna (e lo sono, oh se lo sono), allora la Rickenbacker è Michelle Pfeiffer con dodici corde.
La Rickenbacker è la chitarra che suona jingle-jangle. I dischi di Tom Petty (con gli Heartbreakers che non dobbiamo dimenticarci, perché anche loro stanno nell’assoluta nobiltà rock’n’roll, lì insieme a The Band e alla E-Street Band come migliore gruppo di accompagnamento – che è un grande complimento, sia chiaro), ecco i dischi del primo Tom Petty suonano jingle-jangle (lo so, lo so, c’è di mezzo anche il “southern rock” ma io li sento così). Senza di lui la maggior parte delle migliori band degli anni ottanta avrebbe suonato diversamente, e sarebbe stata senz’altro meno affascinante.

C’è un film che sta nella piccola storia del cinema degli anni novanta tra i più grandi insuccessi, e tra i più stroncati dalla critica che ne parla come di “Waterworld senz’acqua” quando cita i fallimenti di Kevin Costner.
Si chiama ‘L’uomo del giorno dopo’ da noi. In originale, come spesso mal tradotto, ‘The Postman’.
Io lo adoro.
A un certo punto Kevin Costner incontra, in questa America post-atomica, il sindaco di Bridge City.
Il dialogo è breve e pieno di humour…
“Ti conosco. Tu sei famoso.”
“Una volta lo ero… qualcosa del genere…” risponde Tom Petty, forse interpretando sé stesso.

stevie nicks & tom pettyCome sempre in questi casi, credo che il ricordo da conservare siano le canzoni, quindi: grazie Tom Petty per “Breakdown”, la già citata “American Girl”, tutte quelle di ‘Damn The Torpedoes’ e poi tutte quelle di ‘Hard Promises’ (che per me è ancora più bello del precedente oltre ad avere una delle più belle copertine di album di sempre), e “Spike”, “A Face in the Crowd”, “Into the Great Wide Open”, “Mary Jane’s Last Dance”, “You Don’t Know How It Feels”, “It’s Good to Be King”, “Honey Bee” e quelle che ho dimenticato di elencare.
Ho letto che scrivevi le migliori frasi di apertura delle canzoni. Cosa dire di “My sister got lucky, married a yuppie (mia sorella è stata fortunata, ha sposato uno yuppie)”da ‘Yer So Bad’?
E poi quelle, indimenticabili, che hai scritto per donne che non hanno mai cantato canzoni così belle, la “Ways to Be Wicked” per Maria McKee e “Stop Draggin’ My Heart Around” per la strega Stevie.
Ah, anche la piccola, incantevole Sharon Van Etten ne ha fatto una cover che non smetterei mai di ascoltare…

John Lennon patriota europeo

Nell’iniziativa di un partito politico in declino che ha trasformato la festa della liberazione del 25 aprile in “blu, blu, l’amore è blu” mi ha colpito, tra altri analoghi (e pure più infelici) il cartello “John Lennon patriota europeo”.

Da fervente beatlesiano ci ho pensato e…

John Lennon cresce negli anni quaranta a Liverpool, suo papà se ne è andato, lui sta soprattutto con la zia Mimi, sua mamma muore investita. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

Incontra un ragazzino mancino, Paul, tutti e due suonano la chitarra e gli piace il rock’n’roll. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

Diventa Beatle John. Le ragazze urlano, piangono, si strappano i capelli mentre lui e gli altri tre Beatles suonano. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

Incontra un’artista d’avanguardia giapponese, si amano, diventa eroinomane, fanno manifestazioni per la pace stando dentro a sacchi o nel letto. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

Si sciolgono i Beatles, lui e l’artista d’avanguardia giapponese vanno a New York dove frequentano ambienti radicali. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

L’artista d’avanguardia giapponese lo butta fuori di casa, va a Los Angeles, si ubriaca per diciotto mesi. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

L’artista d’avanguardia giapponese lo riprende in casa, hanno un figlio, lui per alcuni anni fa il papà. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

Torna a suonare, indovinate? Con l’artista d’avanguardia giapponese. Incidono un disco insieme ma un pazzo gli spara, l’8 dicembre 1980, e quarantenne muore “John Lennon patriota europeo”.

Io confesso

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Sanremo lo guardo, mi piace, soprattutto la serata delle cover (su cui sarei integralista: si cantano canzoni di Sanremo, e basta).
Così ho provato a fare la playlist delle mie canzoni sanremesi preferite.
Nella prima parte, quelle di questo millennio.
La più bella in assoluto ha anche vinto (Luce di Elisa Toffoli).
Il premio della critica lo assegno (di mio) a un’altra canzone vincitrice, quella di Cristicchi.
Menzione speciale a Omar Pedrini, autore di Casa Mia.
Poi parecchie grandi voci femminili, qualche personale passione, qualche sorpresa…

Buon ascolto, su Spotify!

(segue)

Morte di un dongiovanni

Mi hanno definito poeta
E forse per un po’ lo sono stato davvero…
Sono stati tanto gentili da definirmi anche cantante
Anche se non sono tanto intonato…
Per molti anni mi hanno chiamato il monaco
Mi rasavo la testa, indossavo una tunica e mi alzavo di buon’ora
Odiavo tutti, ma mi mostravo generoso
Nessuno mi ha mai smascherato…
La mia reputazione di dongiovanni è ridicola
Ne ho riso amaramente nelle diecimila notti
Passate in solitudine…

Verso la metà degli anni settanta Leonard Cohen, poeta, cantante, dongiovanni (non ancora monaco), aveva inciso quattro dischi, considerati soprattutto negli Stati Uniti troppo deprimenti (la sua musica intima e profonda verrà capita e apprezzata solo in seguito). Era depresso, e beveva decisamente troppo. L’ultimo suo disco ‘New Skin for the Old Ceremony’ era del 1974. Aveva pensato di dargli un seguito (Songs for Rebecca) e aveva iniziato a lavorarci, ma aveva smesso.
Phil Spector, il bizzarro gnomo che negli anni sessanta aveva prodotto canzoni pop  arricchendole con suoni magniloquenti, era ormai considerato un artista del passato. Proprio come per Elvis, pur essendo anagraficamente un coetaneo di Dylan e dei Beatles, la sua arte era superata. Proprio i Beatles, che lui considerava gli unici degni della grandezza del suo lavoro, gli avevano peraltro dato una delle ultime possibilità di tornare protagonista della musica contemporanea. Aveva messo mano alle confuse registrazioni di ‘Let It Be’ (con fastidio di Paul). Aveva prodotto ‘Instant Karma’, il primo singolo di Lennon all’altezza delle cose fatte col gruppo. Aveva prodotto lo straordinario disco di esordio solista di George Harrison. Aveva poi lavorato in studio, di nuovo con Lennon. La produzione di ‘Rock’n’Roll’ era stata una follia. John, cacciato di casa da Yoko, viveva tra eccessi il suo “lost weekend” mentre la paranoia di Spector era sempre più difficile da controllare. La sua passione per le armi, che portava con sé anche in sala d’incisione, stava diventando un problema. Mentre registravano ‘Rock’n’Roll’ una notte sparò in aria, assordando John. “Phil – gli disse Lennon – se devi uccidermi fallo. Ma non fottermi l’udito, mi serve.” (Una frase agghiacciante, riletta col senno di poi).

tumblr_ncnx9uoemr1qep50ao1_1280Il produttore che aveva già iniziato a vivere da recluso nella sua tenuta di L.A. una sera, in una rarissima uscita, andò a vedere un concerto di Cohen. I due, complice l’eccesso di alcol, si piacquero. Quello che successe dopo è leggenda: Cohen e signora furono invitati a cena, e quando cercarono di andarsene vennero convinti a restare dalle guardie armate che sempre circondavano Phil. Ma questo non dissuase il cantante canadese, che cercava ispirazione per il suo lavoro, e anzi iniziarono a scrivere canzoni nella gelida casa di Spector (dovevo tenere sempre addosso il cappotto, ricorderà Cohen, perché la temperatura era costantemente vicina agli zero gradi).
E fin lì le cose andarono ancora bene. La follia di Spector non dispiaceva a Leonard, come non gli dispiaceva il fatto che entrambi avvertissero la sacralità delle canzoni.
Quando si passò a incidere quel che avevano scritto, però, le stranezze diventarono davvero… strane.

Tra tutti i musicisti del “nuovo mondo”, di certo Cohen era quello che più di tutti poteva essere definito uno chansonnier. Da noi, allora, era conosciuto soprattutto per la versione di ‘Suzanne’ che aveva cantato De André. E per ‘Sisters Of Mercy’ che accompagnava una delle scene più suggestive del western altra-Hollywood ‘I compari’ di Robert Altman. Musicava le sue liriche tristi che sussurrava con voce profonda, accompagnato dalla chitarra, da pochi strumenti, e da cori femminili che erano, e vieppiú diventeranno il suo marchio-di-fabbrica.
In passato aveva sempre rifiutato che i suoi dischi fossero troppo prodotti, aveva sempre rifiutato troppi strumenti, o la batteria, nelle sue canzoni.
Quando entrò in studio di registrazione, lo trovò così affollato che ci si muoveva a stento, tra persone microfoni e strumenti. C’erano quaranta musicisti, tra cui due batteristi, diversi percussionisti, mezza dozzina di chitarristi, una sezione di fiati, coriste e tastieristi. C’erano le guardie del corpo, sempre alle prese con droga e armi.
Li dirigeva dalla consolle Spector urlando finché ognuno non faceva esattamente quel che lui diceva loro. Quel che diceva loro non era necessariamente sensato. Era sempre ubriaco. Era sempre armato. Una notte afferrò Cohen con la mano libera dalla bottiglia di vino kosher. Gli puntò un revolver al collo. “Leonard, ti amo” disse. “Spero sia vero, Phil” rispose l’altro scostando lentamente la canna della pistola.

ladies-manIl disco ‘Death of a Ladies’ Man’ fu pubblicato a novembre del 1977. Quasi tutti i fan di Cohen lo odiarono. La sua creatività era stata a livelli decisamente più alti, certo, come dimostrava il fatto che una delle canzoni i chiamasse ‘Non andare a casa col cazzo duro’ (Don’t Go Home With Your Hard On), non proprio la promessa di un qualcosa di memorabile.
Anche i critici non furono teneri. La cattiva musica, qui, scrive Robert Christgau (uno che di solito ha parlato molto bene dei dischi del canadese), non è colpa di Phil Spector. La cosa peggiore dei suoi arrangiamenti, banali come sono, è che mancano di una porta. Di solito, Cohen sussurra, mormora, geme, gracchia e perfino urla attraverso la musica. Qui deve cercare di cantarci sopra, senza cambiare il volume e il timbro con cui lo fa.
Fu insomma il punto più basso della sua carriera. Eppure resta un disco mai noioso, affascinante come ogni cosa fatta da Leonard Cohen, sebbene di un differente fascino, intriso del profano anziché specchiato nel sacro, seppur sempre terreno.

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Leonard Cohen è morto pochi giorni fa. Aveva 82 anni. Vestiva sempre perfetti abiti sartoriali. È stato poeta, cantante, dongiovanni, anche monaco, nei novanta. Quando ha lasciato dopo diversi anni il monastero in cima al ghiacciaio di Mount Baldy la sua manager gli aveva sottratto dieci milioni e tutto il catalogo delle canzoni scritte, che aveva venduto. Si ritrovò con centocinquanta dollari, costretto a girare il mondo per esibirsi in concerti. Suonati benissimo, gli conquistarono un successo di pubblico mai avuto prima, quando era ormai ultra settantenne. E fu portato a registrare nuovi dischi (fino all’ultimo uscito pochi mesi fa), in cui fare i conti con la sua mortalità, lui ebreo che aveva sempre  flirtato con le religioni, tanto quanto con le donne.
Ha scritto canzoni memorabili, in una carriera iniziata tardi, dopo i trent’anni, età inconcepibile per la scena musicale della seconda metà degli anni sessanta. Le mie preferite, tra tante, sono ‘Everybody Knows’, che toglie ogni dubbio su ciò che “tutti sanno” (meglio: sappiamo) e ‘Famous Blue Raincoat’, perfetta cronaca degli amori bohémien di quel periodo del ventesimo secolo.

(Sincerely, a fan)