Immaginare Judee

Non fosse per i dischi le poche fotografie e i rari filmati, mi chiederei se davvero ha dovuto vivere una vita così o se non sia stato un dio crudele a immaginare Judee.

Hollywood: musica per un film di cowboy

Ti dirò un segreto
Che non ho mai rivelato
Comunque noi siamo
Va bene.
(Lopin’ Along Thru The Cosmos)

judee_sillImmaginare di essere a Los Angeles, seduto nella tipica tavola calda, le grandi vetrate da cui guardi fuori su strade assolate che si incrociano mentre la cameriera gira per i tavoli e offre di versare altro caffè dalla caraffa dove la bevanda annacquata rimane calda.
Le dici sì grazie Lizzie e intanto che leggi il nome sulla targhetta appuntata sul grembiule rosa immagini il seno che è sotto la targhetta nera con su scritto in bianco “Liza B.” e il seno è piccolo d’altronde sono gli anni settanta.
Prima di sentire il rumore, ben prima di guardare anche tu fuori dalla grande vetrata che dà sulle strade assolate che si incrociano, quel che noti è che lei non te lo versa il caffè perché rimane immobile, come l’avessero fissata, con la caraffa a mezz’aria e il caffè che non esce, immobile fissato pure lui. Mentre già guarda fuori, lei.
Allora senti il rumore. Metallico lo definisce chi ha poca fantasia. A te fa vedere il retro di un’automobile che si alza colpita da qualcosa di veloce e riatterra su sospensioni che si danneggiano.
Poi. È quel che succede poi che definiresti surreale se non fosse che la città della tavola calda in cui immagini di essere seduto, negli anni settanta, è Los Angeles.
Perciò accetti che dall’altra automobile, quella che ha tamponato, scenda un biondo coi capelli crespi che probabilmente hai visto negli spot della Polaroid, mentre chi è più vecchio di te può dirti pure che un tempo era un attore comico, oltre che ballerino e cantante, e molto famoso.
Non è ancora finita, a stupore. Perché subito accosta una specie di furgone Chevrolet e quello che lo guida lo vedi scendere vestito come il tenente Parker e cammina un po’ sghembo come quando andava verso il deserto e lo guardavamo dal buio della “cabin” attraverso la porta aperta.
E così alla scena si unisce il Duca e si rassicura che il biondo Danny stia bene poi va verso l’altra automobile, quella tamponata, apre la portiera e prende in braccio la ragazza alta e goffa con abiti hippie gli occhiali e l’aria smarrita. L’ha sollevata senza nessuna fatica, la porta verso il Chevrolet, la posa sui sedili con la stessa facilità con cui sposterebbe una bambina di cinque anni.
Come ti chiami le chiede.
Judee, dice lei. Judee Sill.

Può sembrare surreale, vero, il racconto di un incidente automobilistico tra una cantante hippie che a detta di tutti guidava malissimo e un vecchio uomo di spettacolo filantropo. Con, per aggiungere irrealtà al tutto, l’intervento di soccorso del grande cowboy cattivo, non nei film ma di certo almeno nel racconto di Osvaldo Soriano.
Infatti siamo proprio nella città di Triste solitario y final.
Soprattutto: cosa può non sembrare surreale della tragica, breve vita di Judee?
*****

Lui è un bandito, uno che ti spezza il cuore

Volevo scrivere una canzone su questo: più in basso scendi per ispirarti, più questo ti spingerà in alto, ma non mi veniva il modo di dirlo con la poesia… e ho incrociato questo fatto teologico oscuro, che Gesù costruiva le croci… In quel periodo avevo una storia molto infelice con questo ragazzo: era un bandito, uno che ti spezza il cuore. Così una mattina mi sono svegliata e ho pensato “he’s a bandit and a heartbreaker” fa rima con “but Jesus was a crossmaker“. E ho capito che anche quell’infelice bastardo non era escluso dalla redenzione.
Mi ha salvato questa canzone: era scriverla o il suicidio.

Judee_guitar
Immaginare le due giovani donne che si incrociano sulla soglia della casa di quell’uomo, l’infelice bastardo: una sta uscendo dopo essere stata con lui, l’altra arriva per raggiungerlo, e le due donne sono tra le più desiderate di quella desideratissima scena: quella che esce è Linda, una piccoletta pepata che vende milioni di copie dei suoi dischi di country-rock educato. Ma l’altra! L’altre è addirittura Lei, la Signora di quella scena, miss Joni cui tutti si inchinano, quella dalle cui mani puoi scivolare via come sabbia della spiaggia di un’isola mediterranea.
Eppure anche Lei, la Signora corre da quest’uomo, questo J.D. come si fa chiamare, e per stare con lui accetta perfino di incrociare l’altra, proprio Lei che attorno non è che voglia volentieri avere qualcuna, figuriamoci una rivale come sa anche la nostra povera Judee.

La canzone si chiama ‘Jesus was a crossmaker’, Judee Sill l’ha incisa nel 1971 (e il libro che presenta Gesù come falegname che costruiva le croci è ‘L’ultima tentazione di Cristo’ di Nikos Kazantzakis).
La canzone sta nel primo disco di Judee, che è anche il primo disco pubblicato dalla Asylum, la casa discografica più fica che ci fosse in quella scena, in quel momento, e quella era la scena più fica nel momento più fico. La produzione della canzone venne affidata a Graham Nash ma neanche questo assicurò il grande successo commerciale che lei così disperatamente voleva.
*****

Così triste, e così vero

Se questo fosse un film di Hollywood, diresti: oh, è falso, non ci posso credere… troppo calvario, troppe cose strane succedono… la sua vita è stata davvero tragica, davvero interessante. E davvero incredibile (Andy Partridge)

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Immaginare un padre che muore quando lei è piccola, un padre che per arrotondare importava animali esotici per i film di Hollywood. Una madre che amava troppo la bottiglia e un patrigno abusivo, almeno per lei lo era, e Judee raccontava di botte e intervento della polizia e notizie sui giornali, sarà poi stato vero?
(No, non ha importanza, questa è una storia dove fatichi a credere soprattutto a quello che è vero).
Immaginare la ribellione da adolescente che passa da un paio di matrimoni con uomini sbagliati che suonavano il piano anche se lei preferiva il basso (ho sempre amato una buona linea di basso, sapete, diceva) e insieme le rapine, la droga, con la droga la prostituzione sulla strada, il carcere.
Ecco.
Judee lo dice, in una delle poche registrazioni di concerti che rimangono, con i pochi filmati, le poche fotografie a cercare di convincerci che la vita così impossibile da immaginare sia stata vissuta davvero dalla ragazza alta e goffa con abiti hippie gli occhiali e l’aria smarrita.
Lei lo dice, presentando una canzone: ho imparato a suonare l’organo in riformatorio e le persone ridono, pensano stia scherzando ma lei, con l’imbarazzo con cui parlava al pubblico invece lo ribadisce: sul serio, è vero, è andata così.
Immaginare poi che la sua salvezza passi dalle canzoni scritte, prima una incisa dai Turtles, poi il suo disco, il primo assoluto dell’etichetta Asylum, la più fica che ci fosse in quella scena, in quel momento, eppoi il secondo disco, e per inciderli l’aveva scelta proprio lui, il più cattivo e il più importante di quella scena, ancora in lacrime per il tradimento di Laura Nyro e sarai la mia nuova Nyro deve averle detto Geffen.
Due dischi bellissimi che vendettero poco avrebbero potuto comunque non stroncarle la carriera. Però non si tradiva Geffen, non ci si ribellava, non si parlava male di lui, figurarsi svelare il segreto che lui teneva chiuso nel cassetto, così, al pubblico inglese durante un’intervista parlando di scarpette rosa.
Immaginare Judee, sempre inseguita dai suoi demoni, senza un contratto discografico, tamponata a un incrocio tra due strade di Los Angeles dove adesso curiosamente c’è un Scientology Celebrity Centre, perché ogni fatto della sua vita ne genera almeno due strani, e infatti sarà lei a raccontare agli amici che quello che l’aveva tamponata era Danny Kaye mentre a soccorrerla era stato John Wayne, il grande cowboy cattivo, non nei film ma di certo almeno nel racconto Triste solitario y final.
L’ospedale, la schiena rotta, il dolore, tanto dolore, ma non si prescrivono gli antidolorifici a una drogata schedata e allora…
*****

Kyrie Eleison

Ne ho sentita tanta di musica, davvero tanta. Nessuna mi ha toccato l’anima nel modo in cui lo fa quella di Judee. Alla fine lei è riuscita  in quel che voleva, almeno in parte. Di Gesù non so.

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Negli ultimi tempi viveva in una casa con una enorme foto di Bela Lugosi sopra il camino, una grande croce d’ebano sopra il letto, candelabri dappertutto. Leggeva i manoscritti dei Rosacroce, i testi di Aleister Crowley, aveva l’intera collezione del lavoro di Helena Blavatsky, ed era diventata esperta coi tarocchi.
D’altronde citava come sue uniche influenze Bach e Pitagora e aveva studiato “la musica delle sfere” del filosofo greco, e trovatelo un altro musicista della westcoast che abbia mai solo lontanamente pensato di avere queste ispirazioni. Lei poteva far sembrare equilibrato un Brian Wilson, peraltro l’unico che in qualche modo le si avvicinava per tante ragioni. Una delle pochissime fotografie la ritrae durante le registrazioni di ‘Heart Food’ con la bacchetta del direttore d’orchestra in mano: Judee che aveva studiato l’organo in riformatorio scrisse le parti di quaranta archi e le diresse nella registrazione.
Credeva di poter raggiungere l’anima delle persone con armonie a quattro voci e archi. Credeva di poter scrivere testi così puri da convincere “Gesù a darci un po’ di sollievo”.
Era per Lui che suonava, sperando la ascoltasse.
E mentre le sue canzoni sulla religione sembravano canzoni d’amore, quelle d’amore sembravano cantate giacendo sola in una cattedrale che le echeggiava tutt’attorno.
La pace oscura aveva ormai prevalso su quella luminosa. La pace oscura, così chiamava l’eroina nel raffronto con le altre.
Aveva sempre amato le droghe, eccedendo come faceva con tutto. Per un anno e mezzo, aveva detto con la solita inspiegabile ingenuità a Grover Lewis che l’intervistava, prendevo acido quasi ogni giorno… come con ogni sostanza esageravo… ho fatto molta fatica a tornare indietro.
Aveva esagerato con le donne, nella casa nel Canyon che le aveva comprato Geffen, durante il breve periodo di fortuna vivevano lì numerose, nude in piscina e spesso trattate come serve.
La pace oscura alla fine prevalse su quella luminosa: tutto era perduto, la musica cui non poteva più immaginarsi, una reietta per volere del perfido Geffen. Gli amici che non le si avvicinavano più. Finiti i tempi del ristorante russo a Burbank. Finiti i tempi dei pranzi domenicali con la “crew” al ristorante El Coyote su Beverly Blvd. Finiti gli eccessi verbali ubriachi che seguivano. Finiti i giri ad Alavera Street e al mercato messicano nella plaza.
Raccontano storie spaventose sui suoi ultimi giorni: qualcuno dice che vivesse in uno di quei “trailer park” della periferia (anche se possedeva due case) dove l’avevano stuprata, aveva ripreso a prostituirsi. Come al solito è difficile capire cosa fosse vero.

Un vecchio amico, Art Johnson, racconta la storia più tenera mai sentita su di lei.
Amo il tuo Bach, gli dice Judee quando si conoscono, una notte all’inizio degli anni settanta, dopo averlo sentito suonare la chitarra classica.
E le tue melodie me lo ricordano, risponde lui.
Si abbracciano e dormono così tutta la notte.
Lei lo chiama il giorno del Ringraziamento del 1979. Era uno dei pochissimi amici rimastile.
La porta a pranzo da lui, la malinconia non la abbandona, e il viaggio di ritorno è silenzioso. Judee sembra sgomenta, affaticata ma pure rassegnata.
Apre la portiera, lo bacia sulla guancia, scende e rientra in casa senza voltarsi.
Due giorni dopo era morta.
Le ultime parole di ‘The Donor’, l’ultima canzone pubblicata su disco mentre era viva sono:
“Kyrie Eleison”.
Raramente così appropriate: Signore, abbi pietà!
Signore, hai mai ascoltato Judee?

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I Dead. Live

La playlist delle migliori versioni (per me) dal vivo delle canzoni dei Grateful Dead.
Mi ero ripromesso di farla più o meno lunga come un loro concerto, e naturalmente non sono riuscito a stare sotto le sei ore e mezza.
Ne mancano molte, non sono proprio in grado di capire qual è la migliore ‘Darkstar’, per dire.
Ci sono tanti anni settanta, che qui si è sostenitori del periodo con Keith e Donna (perdonatemi, deadhead).
Qui soprattutto si venera il culto del vecchio, mitico zio Jerry.
Buon ascolto e, come dice Mickey Hart alla fine dell’ultimo concerto dei 50 anni: Please, be kind!

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La fine dell’estate

La fine dell’estate è arrivata più in fretta di quanto volessimo, canta John Prine.
E con la fine dell’estate, la fine dell’anno.
E con la fine dell’anno (accidenti, ero partito bene e ora sto per scivolare) la graduatoria delle più belle canzoni di questo 2018.
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L’olimpo della hit-parade 
Le prime tre, a mia insindacabile scelta, quest’anno sono:
Nina Cried Power di Hozier, che pure non adoro particolarmente, in duetto da brividoni lungo la schiena con Mavis Staples


Hangout at the Gallows di Father John Misty perché bisogna ammettere che Josh Tillman ha scritto la purissima canzone pop, quella che appena finita la rimetti subito sul piatto

Summer’s End di John Prine. Il buon vecchio John Prine ha fatto un disco magnifico, e questa canzone già splendida di suo si accompagna con un video assolutamente da guardare coi fazzoletti pronti: siccome un po’ di impegno non guasta, con la storia di nonno e nipotina che hanno perso figlia e madre per una overdose accende i riflettori sulla tragica crisi delle morti per oppiacei

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Le altre in classifica
Vi ricordavate quante canzoni nella hit-parade di Lelio Luttazzi? Io me ne ricordavo dieci e invece no, erano solo otto. Quindi le posizioni dalla quarta all’ottava:
#4 I Superorganism con Everybody Wants to Be Famous
#5 The Glands con Pleaser
#6 Courtney Barnett con Need a Little Time
#7 Cat Power con In Your Face
#8 I’m With Her con Overland
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Nell’estate

Confesso, sono stato diverse ore a guardare le numerose versioni live della canzone dei Superorganism, sempre più divertito, affascinato dall’originalità e ipnotizzato da Orono (che è un ologramma di sicuro).
Ho pensato cosa mi potessero ricordare, ho scartato Tubthumping dei Chumbawamba, ho scartato i Gorillaz e gli Sha-Na-Na. Alla fine quel che gli va più vicino, senza raggiungerli, è In The Summertime dei Mungo Jerry, secondo me.
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Dischi caldi di Giancarlo Guardabassi
Senza un ordine definito, tranne il “disco caldo” che è Wide Awake di Parquet Courts, più David Byrne dell’album che l’originale ha fatto uscire quest’anno.
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Gli altri:
Big God di Florence + The Machine
Your Dog di Soccer Mommy
Make Me Feel di Janelle Monáe
Gonna Be A Darkness dei The Jayhawks
The One di Jorja Smith
Last Lion of Albion di Neko Case
Faceplant di Ruston Kelly
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Alla scrivania
superorganism
Sono imperdibili i concerti che si tengono alla scrivania di Bob Boilen della NPR, la radio pubblica americana. Proprio alla scrivania, eh, i musicisti in uno spazio angusto, di giorno, “senza rete” come si diceva con termine mutuato dal circo.
La serie si chiama appunto ‘Tiny Desk Concerts’ e i migliori del 2018 sono secondo me Florence + The Machine (il I’m sorry I’m shy di Florence Welch colora di fiori una prestazione vocale da pelle d’oca), i già citati Superorganism anche qui divertentissimi, il vecchio John Prine magico, due trii femminili acustici giovani giovani come Boygenius e I’m With Her, l’esordiente e in rapida affermazione Jorja Smith e The Weather Station che in queste classifiche c’erano un anno fa.
***
Le puntate precedenti
Nel 2017 “UMILE.“, nel 2016 non l’avevo fatta chissa perché, nel 2015 la retrospettiva di “Negli specchietti retrovisori” e nel 2014 “IN REVERSE“.

UMILE.

lorde

La graduatoria (no, la graduatoria no!), e anche la playlist di Spotify, ma rimango UMILE.
I miei cinque preferiti, secchi:
– Melodrama, Lorde
– The Weather Station, id.
– Soft Sound, Japanese Breakfast
– As You Were, Liam Gallagher
– The Nashville Sound, Jason Isbell and the 400 Unit


Fantasma di Laura Nyro esci da quel corpo
Ha poco più di vent’anni questa ragazza neozelandese, Lorde, che ha inciso il disco più bello dell’anno, e non vi dico niente di nuovo perché tutti in questi giorni vi stanno dicendo la stessa cosa, cioè che ‘Melodrama’ è il disco più bello dell’anno. Con una maturità ragazzina-scrive-e-interpreta-benissimo-canzoni-da-grande che in passato ha giusto uno e un solo precedente.

HUMBLE. UMILE. Tutto maiuscolo.
Nel genere “nigga” Kendrick Lamar è il più grande “nigga”, quello che vende più dischi “nigga” facendo la più “fuckin’ nigga” musica mai fatta da un “fuckin’ nigga”. Il video dell’anno è HUMBLE. Che vorrebbe dire “umile” ma se sei “nigga” e lo scrivi tutto maiuscolo vuol dire che non sei per un cazzo “umile”, sei il più grande “fuckin’ nigga”. Comunque, lontano come sono milioni di anni luce dal genere “nigga”, il video di HUMBLE. me lo riguardo più volte al giorno.

Ho cercato di andare al college ma non era il posto per me
Con simili radici (Jason Isbell and The 400 Unit è composto da musicisti dell’area di Muscle Shoals, Alabama) e con un nome del genere (400 Unit è come viene chiamato l’ospedale psichiatrico di Florence, sempre Alabama), ‘The Nashville Sound’ parte bene. E si conferma all’ascolto.
Ah. ‘Tupelo’ non è la cover della canzone di Nick Cave sulla nascita di Elvis durante una tempesta (e nemmeno di ‘Lyin’ Eyes’ degli Eagles, anche se ascoltandola il dubbio viene). ‘Molotov’ non è la cover del politico russo che diede il nome a una bomba facile da fare. ‘Anxiety’, anche col fatto che non finisce mai (dura 6:57) mette ansia davvero, io vi avverto.

Interpretava una parte che potevo capire
Quando ho sentito le prime note della prima canzone di ‘The Weather Station’ ho subito pensato che Tamara Lindeman fosse una cantante folk canadese (poi ho letto la sua biografia e, indovinate?, Tamara Lindeman è una cantante folk canadese). Chiudete gli occhi, sentite ‘You and I (on the Other Side of the World)’ e ‘I Don’t Know What To Say’ e ‘In An Hour’ e potrete facilmente vedervi … che la canta (è facile, dai, riempire i puntini).

Il figlio del minatore
Invece quando ho sentito le prime note della prima canzone di ‘From A Room: Volume 1’ ho subito pensato che Chris Stapleton viene da una famiglia di minatori (poi ho letto la sua biografia e, indovinate?, Chris Stapleton viene da una famiglia di minatori).

Non distinguiamo un culo da un buco per terra
Noioso come ‘Masseduction’, il nuovo disco di St.Vincent si può scrivere? E stupido come la copertina del nuovo disco di St.Vincent si può scrivere?
(il titolo del paragrafo viene da una famosa canzone di quel gran genio di Randy Newman, che quest’anno ha fatto un nuovo disco anche lui: di abile artigianato vintage)

La donna arrabbiata con l’uomo con le ditine
Leggo in una recensione del disco di Juliana Hatfield: “the veteran alt-rocker”. Ma come, è già “veteran”? Comunque, lei ha scritto il disco più arrabbiato politico e radicale dell’anno (lo sapete di chi parla ‘Short-Fingered Man’, vero?) pur essendo molto bianca e continuando a usare splendidamente il suo buon gusto per le melodie e i ritornelli (‘You’re Breaking My Heart’, ‘Wonder Why’).

Per quel che vale
È stato l’anno degli Oasis. ‘Don’t Look Back In Anger’ s’è consacrato inno nazionale di Manchester e il video della donna che inizia a cantarlo nel silenzio, presto accompagnata da tutti, alla celebrazione per le vittime della strage dopo lo show di Ariana Grande, è da lacrimoni.


E al concerto tributo la scena l’ha letteralmente rubata Liam, arrivato a sorpresa, come uno che passava di lì e l’han mandato sul palco con ancora addosso il suo parka arancione. A fare un’esibizione memorabile.
Noel ha maggiormente rispettato le tradizioni familiari e per i 50 anni ha organizzato una festa a tema… Narcos.
Tutti e due hanno fatto un disco,  mi pare più bello quello di Liam.
Per quel che vale.

(A proposito: io non amo le canzoni con lo stesso titolo di altre canzoni stra-famose. Però, devo ammettere, ‘For What It’s Worth’ è già nella – lunga – lista dei classici sfornati dai due simpatici fratelli).

Le forbici di Christgau
Kendrick Lamar, ‘HUMBLE.’ da ‘Damn’
The National, ‘The system only dreams in total darkness’ da ‘Sleep Well Beast’
Japanese Breakfast, ‘12 Steps’, ‘The Body Is A Blade’, ‘This House’ da ‘Soft Sounds’
Paul Weller, ‘She Moves with the Fayre’ (con Robert Wyatt), da ‘A Kind Revolution’
Noel Gallagher’s High Flying Bird, ‘Be Careful What You Wish For’, ‘Black & White Sunshine’, ‘Keep On Reaching’ da ‘Who Built The Moon?’
Billy Bragg, ‘King Tide And The Sunny Day Flood’ da ‘Bridges Not Walls’
Alvvays, ‘Lollipop (Ode to Jim)’ da ‘Antisocialites’
GospelbeacH, ‘Hangin’ On’, ‘You’re Already Home’ da ‘Another Summer Of Love’
Mavis Staples, ‘Who Told You That’, ‘We Go High’ da ‘If All I Was Was Black’
Radiohead, ‘Lift’ dalla riedizione di ‘OK Computer’
The War on Drugs, ‘Pain’ da ‘A Deeper Understanding’
Charlotte Gainsbourg, ‘Deadly Valentine’ da ‘Rest’

I know you really want to tell me goodbye

22090113_10214519455566950_8503310618986177984_nQuando negli anni ottanta ho ceduto e infine mi sono comprato un lettore cd (allora sembrava inevitabile la fine del vinile sostituito dalla nuova, meravigliosa – ehm – tecnologia), per primi ho preso tre dischi per me fondamentali.
‘Shadows and Light’ il live che è uno dei momenti più alti della “santa protettrice del Taxigiallo“.
‘The River’ che, piccola scaramanzia, in cassetta suonava sulla strada per andare a Pavia ogni volta che dovevo fare un esame.
E ‘Damn The Torpedoes’, il disco con cui Tom Petty ha svoltato in tutto il mondo, dopo un esordio solidissimo quando lo classificammo velocemente, e sbagliando parecchio, nel grande calderone allora etichettato “punk/new wave”, banalmente per via del giubbotto di pelle nera e della cartucciera della foto di copertina, anche se ‘American Girl’ ci diceva già chiaramente che si trattava di tutt’altro.

Se le chitarre sono sexy come e più di una bella donna (e lo sono, oh se lo sono), allora la Rickenbacker è Michelle Pfeiffer con dodici corde.
La Rickenbacker è la chitarra che suona jingle-jangle. I dischi di Tom Petty (con gli Heartbreakers che non dobbiamo dimenticarci, perché anche loro stanno nell’assoluta nobiltà rock’n’roll, lì insieme a The Band e alla E-Street Band come migliore gruppo di accompagnamento – che è un grande complimento, sia chiaro), ecco i dischi del primo Tom Petty suonano jingle-jangle (lo so, lo so, c’è di mezzo anche il “southern rock” ma io li sento così). Senza di lui la maggior parte delle migliori band degli anni ottanta avrebbe suonato diversamente, e sarebbe stata senz’altro meno affascinante.

C’è un film che sta nella piccola storia del cinema degli anni novanta tra i più grandi insuccessi, e tra i più stroncati dalla critica che ne parla come di “Waterworld senz’acqua” quando cita i fallimenti di Kevin Costner.
Si chiama ‘L’uomo del giorno dopo’ da noi. In originale, come spesso mal tradotto, ‘The Postman’.
Io lo adoro.
A un certo punto Kevin Costner incontra, in questa America post-atomica, il sindaco di Bridge City.
Il dialogo è breve e pieno di humour…
“Ti conosco. Tu sei famoso.”
“Una volta lo ero… qualcosa del genere…” risponde Tom Petty, forse interpretando sé stesso.

stevie nicks & tom pettyCome sempre in questi casi, credo che il ricordo da conservare siano le canzoni, quindi: grazie Tom Petty per “Breakdown”, la già citata “American Girl”, tutte quelle di ‘Damn The Torpedoes’ e poi tutte quelle di ‘Hard Promises’ (che per me è ancora più bello del precedente oltre ad avere una delle più belle copertine di album di sempre), e “Spike”, “A Face in the Crowd”, “Into the Great Wide Open”, “Mary Jane’s Last Dance”, “You Don’t Know How It Feels”, “It’s Good to Be King”, “Honey Bee” e quelle che ho dimenticato di elencare.
Ho letto che scrivevi le migliori frasi di apertura delle canzoni. Cosa dire di “My sister got lucky, married a yuppie (mia sorella è stata fortunata, ha sposato uno yuppie)”da ‘Yer So Bad’?
E poi quelle, indimenticabili, che hai scritto per donne che non hanno mai cantato canzoni così belle, la “Ways to Be Wicked” per Maria McKee e “Stop Draggin’ My Heart Around” per la strega Stevie.
Ah, anche la piccola, incantevole Sharon Van Etten ne ha fatto una cover che non smetterei mai di ascoltare…

John Lennon patriota europeo

Nell’iniziativa di un partito politico in declino che ha trasformato la festa della liberazione del 25 aprile in “blu, blu, l’amore è blu” mi ha colpito, tra altri analoghi (e pure più infelici) il cartello “John Lennon patriota europeo”.

Da fervente beatlesiano ci ho pensato e…

John Lennon cresce negli anni quaranta a Liverpool, suo papà se ne è andato, lui sta soprattutto con la zia Mimi, sua mamma muore investita. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

Incontra un ragazzino mancino, Paul, tutti e due suonano la chitarra e gli piace il rock’n’roll. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

Diventa Beatle John. Le ragazze urlano, piangono, si strappano i capelli mentre lui e gli altri tre Beatles suonano. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

Incontra un’artista d’avanguardia giapponese, si amano, diventa eroinomane, fanno manifestazioni per la pace stando dentro a sacchi o nel letto. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

Si sciolgono i Beatles, lui e l’artista d’avanguardia giapponese vanno a New York dove frequentano ambienti radicali. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

L’artista d’avanguardia giapponese lo butta fuori di casa, va a Los Angeles, si ubriaca per diciotto mesi. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

L’artista d’avanguardia giapponese lo riprende in casa, hanno un figlio, lui per alcuni anni fa il papà. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

Torna a suonare, indovinate? Con l’artista d’avanguardia giapponese. Incidono un disco insieme ma un pazzo gli spara, l’8 dicembre 1980, e quarantenne muore “John Lennon patriota europeo”.

Io confesso

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Sanremo lo guardo, mi piace, soprattutto la serata delle cover (su cui sarei integralista: si cantano canzoni di Sanremo, e basta).
Così ho provato a fare la playlist delle mie canzoni sanremesi preferite.
Nella prima parte, quelle di questo millennio.
La più bella in assoluto ha anche vinto (Luce di Elisa Toffoli).
Il premio della critica lo assegno (di mio) a un’altra canzone vincitrice, quella di Cristicchi.
Menzione speciale a Omar Pedrini, autore di Casa Mia.
Poi parecchie grandi voci femminili, qualche personale passione, qualche sorpresa…

Buon ascolto, su Spotify!

(segue)