Ci è stato dato bel tempo

Torna il mio (quasi) tradizionale post agostano sulle serie tv.
Dopo Tu.Sei.Numero.Sei e Alcune bambine crescono desiderando un pony.
Questa volta (anche) sotto forma di playlist di Spotify

https://open.spotify.com/embed/user/1166932640/playlist/2rGy7FDdI2hQ89fF1N9Tiu

E le serie sono:
Nolite te bastardes
The Handmaid’s Tale è una delle più belle degli ultimi anni, o forse di sempre, e sta diventando un fenomeno di costume (non qui da noi, anche perché è semisepolta su Tim Vision). Orange Is The New Black sta diventando un ergastolo per la protagonista, che pure aveva solo una breve condanna da scontare, all’inizio. True Detective meravigliosa nella prima stagione, meno nella seconda ma con la sigla iniziale di Leonard Cohen mozzafiato. ‘Paradise Circus’ apriva la già citata Luther, che di canzoni da ricordare ne aveva un canestro pieno (ma la regola qui è, rigorosamente: una sola canzone per serie, una sola canzone per musicista). ‘Edelweiss’ stava in un film famosissimo e adesso apre The Man In The High Castle, che ha un papà nobilissimo in Philip Dick, e ricostruisce un mondo ucronico parecchio affascinante.

Le lacrime di Nora
Le canzoni da piangere vengono da This Is Us in cui ad ogni puntata – infatti – si piange, da una serie di Shonda in cui ad ogni puntata qualcuno muore o ci va molto vicino (il meglio è quando qualcuno muore ma poi no), da Secrets and Lies dove non sapremo mai se Cornell è morta o poi no. E dalla serie delle serie, nella stagione delle stagioni (la terza e ultima), con l’immenso dolore di Nora, il personaggio dei personaggi.

Per quattro biglietti di banca
Fargo sarebbe bellissima anche senza il Minnesota? E: un territorio può essere candidato per un Emmy come protagonista, vero?
Tutte domande senza risposta, come quella che mi faccio fin dall’inizio guardando Billions (è sulla moglie del personaggio interpretato da Paul Giamatti, nel caso foste curiosi). Invece: chi non vorrebbe essere – almeno per qualche giorno, Wags?
Ultima domanda: come si fa a pensare di ambientare una serie di successo nel Minnesota? A questa aveva già risposto Mary Tyler Moore tanti anni fa, e la sigla della serie è rigorosamente nella cover degli Hüsker Dü (già, come si fa a diventare una delle band più importanti di sempre nel Minnesota?)

Bonus track
Visto che su Spotify non si trova, ecco il video di ‘Container’, sigla di The Affair, che terminerà dopo cinque stagioni senza che nessuno abbia davvero capito la ragione per cui la guarda. A parte Ruth Wilson, naturalmente. E la canzone, fantastica, di Fiona Apple.

Anche se ogni stagione dovrebbe sempre chiudersi con una domanda la cui risposta è lasciata, ansiosamente, all’inizio della successiva, e avevo chiuso la scorsa stagione sulle serie tv nel dubbio se ci sarebbe stata una terza, stavolta posso già confermare che ci sarà una quarta. Anche perché neanche questa volta ho scritto di Taxi.

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Correndo a vuoto su La Stampa

L’editore ha creduto nel romanzo “Correndo a vuoto” e ci crede molto anche chi lo ha letto in anteprima.
– La Stampa, 18 luglio

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Intanto continuano le presentazioni, oggi 18 luglio alla Biblioteca Civica di Casale M. e venerdì 20 ad Alessandria (Gabriele torna a casa).
E continua la campagna di crowdfunding editoriale sul sito della casa editrice Bookabook

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Correndo a vuoto

Gabriele, nato all’inizio degli anni sessanta: bambino nel 1967, il liceo e la passione per la corsa nel 1978. Due anni molto importanti, non solo per lui. E quando in classe a metà anno arriva Nora, tutto cambia.

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Gabriele è il personaggio principale di ‘Correndo a vuoto’, che sarebbe il mio libro, poi.

La pagina sul sito della casa editrice “bookabook”. Si possono trovare la “quarta di copertina”, un’anteprima (e si può preordinare):
https://bookabook.it/libri/correndo-a-vuoto/

Invece, la prima intervista, quella di CorriereAL

À nos amours

Io, però, non volevo come mia princesse Pascale Ogier.
Io per quel ruolo avevo scelto Sandrine Bonnaire.

– Ai nostri amori (’84).
(Coincidenza: ‘A notre amour’ è pure l’iscrizione sulla tomba di Pascale Ogier, sepolta – ovvio – al Cimitero del Père-Lachaise.)
La Stampa, recensendo il film: “I giovani non lo sanno ma anche i vecchi sono infelici” (letta adesso mi fa tutt’altro effetto di allora, ho avuto il tempo di capirlo da me).
Maurice Pialat, il regista, scopre per caso Sandrine Bonnaire quindicenne. Aveva accompagnato ai provini in cui si cercavano le figuranti una delle sue sorelle. Bonnaire viene da una famiglia molto numerosa, sono in tutto undici figli, la madre è testimone di Geova, lei ha rimosso quell’infanzia in cui non hanno mai festeggiato Natale o i compleanni (J‘ai une amnésie, peut-être pas inconsciente, mais totale de mon enfance).
Unico film, a parte il proprio testamento ‘Notti selvagge’, in cui recita Cyril Collard.
Da noi uscì dopo il prossimo (che venne girato successivamente).

– Senza tetto né legge (’85).
“La protagonista Monà – dice la regista – è un esempio tipico di quel nuovo genere di vagabondaggio femminile che si sta diffondendo in questi anni. Per la maggior parte si tratta di donne, che non hanno una particolare ideologia, non cercano semplicemente la libertà, ma esprimono soprattutto il loro senso di rifiuto.”
Ecco, se vi è capitato di vedere e di amare ‘Into the Wild – Nelle terre selvagge’ pensate a una vicenda umana ancor più dolorosa, mostrata con ancora meno compromessi.
La regista è Agnès Varda, compie novant’anni a fine maggio, e quest’anno le hanno dato l’Oscar alla carriera (a proposito del Père-Lachaise, lei è stata tra le pochissime persone al funerale di Jim Morrison, la cui morte si seppe solo dopo che le esequie erano state celebrate).
La protagonista è Sandrine Bonnaire. Se l’avevi vista recitare in questo film non potevi scordartela, mai più. Oggi è diventata una signora, molto chic, e dirige documentari (uno recente su Marianne Faithful – curioso il link tra Bonnaire, Varda, la morte di Morrison: il conte, junkie e spacciatore Jean de Breteuil, che all’epoca stava con Marianne). Il suo incubo confessato: “Avoir du gravier dans la bouche”. Ricordo della notte del 2000 in cui, a Parigi, la pestarono su commissione, distruggendole mezza faccia (ha placche in titanio nella mandibola) e rompendole quasi tutti i denti.

– Un affare di donne (’88)
Quella ghigliottina, alla fine, ogni spettatore se la sente proprio cadere sulla propria, di testa (almeno questo è il nitido ricordo che ho, di quando lo vidi al cinema).
La storia, vera, di una delle ultime donne condannate a morte in Francia, e l’unica per il reato di praticare aborti.
Claude Chabrol, veterano della cinepresa, grande mestiere, trova la sua musa nella Huppert, che qui è almeno straordinaria.
Marcio è il frutto del ventre tuo: “indimenticabile la blasfema preghiera alla Vergine Maria del finale”.

– Arrivederci ragazzi (’87).
Un altro film che fa male, un altro ambientato al tempo della seconda guerra mondiale, in un collegio dei Carmelitani Scalzi che ospita alcuni ragazzi di religione ebraica (ovviamente finirà in tragedia). Romanza la storia vera di padre Jacques de Jésus: deportato per avere nascosto i ragazzini ebrei all’inizio del ’44, morì meno di un mese dopo la liberazione da Mauthausen.
Louis Malle, sui cui ricordi si basa in parte il film (infatti il primo titolo di lavoro è ‘My little madeleine’), torna a girare in Francia dopo una lunga parabola hollywoodiana, con tra gli altri il memorabile ‘Atlantic City’ e il molto meno memorabile ‘Alamo Bay’.

– Nikita (’90).
“Un film finto e pretenzioso”, “inquadrature stereotipate e traslucide, degne della peggiore tradizione pubblicitaria” …mi sa che al Mereghetti non è granché piaciuto: d’altronde è il tipico esempio di cinema piaciuto poco ai critici e moltissimo al pubblico.
Indubbiamente quello di Besson è un film “mainstream”, come si direbbe ora. Molto citato, molto imitato. L’inizio, adrenalinico, si fa ricordare.
Parillaud, un passato da giovane flirt di Delon, quando venne girato Nikita anche moglie del regista che ha scritto la parte della protagonista per lei, è ricordata principalmente per questo ruolo.

 

Coda
Un paio di film che sconfinano ma che avrebbero diritto di stare nel ciclo. Entrambi realizzati da “veterani” già visti, come Bertrand Tavernier (‘La morte in diretta’, ‘Round Midnight’) e Eric Rohmer (‘Le notti della luna piena’)
– Legge 627. Tavernier lo gira nel 1992, e conferma (se ce ne fosse stato bisogno) la propria versatilità. Scritto insieme a un ex-poliziotto, racconta la vita quotidiana di un gruppo di poliziotti dell’antidroga (il titolo è l’articolo del vecchio “Code de la santé publique” che proibisce uso e spaccio di stupefacenti). Girato che sembra un documentario (non ci si deve aspettare di vedere un poliziesco). Il figlio del regista, Nils, che qui recita, è stato a lungo un “soggetto” da legge 627 e di certo ha ispirato almeno in parte l’idea della pellicola.
– L’albero, il sindaco e la mediateca. Rohmer lo gira nel ’93. Non fa parte dei suoi “seriali” (i Sei racconti morali, Commedie e proverbi tra cui appunto ‘Le notti della luna piena’, e Racconti delle quattro stagioni), anche se è comunque diviso in capitoli. L’albero è un salice bianco. Girato in Vandea, regione che da noi poco dopo l’uscita del film ebbe un momento di notorietà mediatica per tutt’altre ragioni (legata all’elezione della Pivetti alla presidenza della Camera, ma ormai di questo ci siamo del tutto dimenticati).

La prima parte: Un souffle au coeur

Un souffle au coeur

Quando ci sono stato, a Parigi, son proprio andato a vederli i quartieri dei film francesi degli anni ottanta. Ci sono andato a Les Halles. E al parc de La Villette.
Certo, quando si dice “film francesi” il pensiero corre prima di tutto alla nouvelle vague, a Belmondo e Jean Seberg, a Jules e Jim. O ai profili marcati dei Jean Gabin, dei Lino Ventura in spietati polizieschi. Piuttosto che alle bellezze mozzafiato di una B.B. o di un Delon (ogni volta che passo a La Bocca e lo vedo lì, a torso nudo, su quell’immenso murale che riproduce il manifesto di ‘Plein Soleil’, ‘Delitto in pieno sole’, penso a quante donne per ammirarlo si saranno distratte alla guida: quanti tamponamenti rischiati!).
Per me, però, il cinema francese resta soprattutto il primo che ho visto, quando tanto tempo fa c’erano i cineforum. Quello degli anni ottanta.
Ci sono andato a vedere i quartieri dei film francesi degli anni ottanta. A Les Halles. E al parc de La Villette.
Ovviamente sono belli e pieni di fascino (stiamo pur sempre parlando di Parigi).
Ovviamente gli mancava parte di quel fascino essenziale che gli davano i film francesi degli anni ottanta.
Ovviamente non era la stessa cosa: perché non li attraversava Pascale Ogier, eterea, senza nemmeno sfiorare terra, come solo le parigine nelle notti di luna piena. O i fantasmi.

Pascale est morte au petit matin du jeudi 25 octobre 1984, la veille de ses 26 ans, au sortir d’une fête… Morte d’un souffle au coeur, et peut-être d’autre chose.
Chi ha spiegato meglio di tutti com’era Pascale Ogier, oltre ovviamente a Rohmer, è stata Natalia Aspesi, in un articolo apparso su Repubblica quando tutti, basiti, ci chiedevamo come fosse stato possibile morire così, “un souffle au coeur (et peut-être d’autre chose)” la notte prima del ventiseiesimo compleanno.
Eric Rohmer, regista che sta appieno nella Nouvelle Vague, negli anni ottanta particolarmente ispirato e prolifico (otto dei suoi venticinque lungometraggi sono di quel periodo), quando ha girato ‘Le notti della luna piena’ aveva sessantaquattro anni. Eppure seppe raccontare come nessun altro i giovani parigini dell’epoca, in buona parte grazie a Pascale Ogier, musa (partecipò alla scelta dei costumi, degli arredi, delle musiche e dei luoghi) ancor prima che interprete di ‘Le notti della luna piena’.
Lei “…riusciva a incarnare senza mediazioni cinematografiche l’ideale dolce e aspro, confuso e frivolo, autonomo e commovente di una nuova femminilità incauta e ancora inafferrabile” scrisse Natalia Aspesi: “eppure, per quanto la sua grazia fosse legata proprio alla sua fragilità fisica, a Venezia essa sembrava instancabile, soprattutto coi fotografi sedotti dalla sua creatività davanti alla macchina da presa, dalla sinuosità dei suoi gesti, dalle invenzioni del suo abbigliamento che lei aveva composto con l’intensità che le ragazze d’oggi dedicano ai vestiti come affermazione visiva delle loro idee. Non bella, molto attraente, con il viso roseo a punta, i grandi occhi neri, la pettinatura ottocentesca, il corpo affusolato adatto ad ogni travestimento, la ragazza quasi sconosciuta in Italia, raccontava di sé con una voce leggera e incantevole”.
Figlia di Bulle Ogier, attrice della fine anni sessanta che la ebbe adolescente, cresciuta col di lei compagno Barbet Schroeder (Il mistero von Bulow, tra gli altri), una specie di flirt con Jim Jarmusch (era nella sua “banda b.c.b.g. – bon chic bon genre”) che le dedicherà Daunbailò (sì, quello con Benigni e Tom Waits).
Forse l’unico altro che avrebbe potuto ritrarla degnamente sarebbe stato PVT, lui avrebbe capito e reso con le giuste parole quel “morire una notte in un letto casuale dopo una serata brillante in onore ovviamente di un sarto”.

Per me il cinema francese resta soprattutto il primo che ho visto, quando tanto tempo fa c’erano i cineforum. Quello degli anni ottanta, e se potessi oggi riaprirne uno, di cineforum, sfiorando la polvere che s’è posata sulla macchina da proiezione mentre l’addetto carica le bobine, questi sarebbero i film del ciclo “Le notti della luna piena”…

– Diva (’81).
Ebbe critiche non favorevoli, già all’epoca; a me invece piacque moltissimo. Certo la trama è esile, una “solita” storia: il postino melomane che si ritrova braccato suo malgrado da criminali, se vogliamo togliere il tanto di più che riempie di fascino il film d’esordio del regista Beineix (che dopo non farà grandi altri film). Ma il tanto di più è comunque il bello del film, con l’originalità dei personaggi, con una Parigi sempre magnifica, compreso il metrò con inseguimento in motorino (il protagonista ci sale direttamente sul treno), fino al fascino unico, bianco su nero, della soprano Wilhelmenia Wiggins Fernandez. E, mi permetto di dirlo: essere un film pop, uno dei primi (francesi, almeno) girati con le tecniche della pubblicità o dei clip musicali, aumenta il suo fascino, non lo riduce.

– Subway (’85).
Subway è in fondo un fratello, parecchio somigliante, di Diva (anche nella trama che fa soprattutto da pretesto per esplorare un mondo punk e sotterraneo). Infatti del film di Beineix si legge: “il est représentatif d’un cinéma d’auteur français des années 1980 au même titre que Subway de Besson qui en reprend des éléments comme la poursuite en mobylette dans les couloirs du métro”. Affascinante come i protagonisti quando, in una delle scene – tra le mie preferite di sempre – ballano ‘A Lucky Guy’ di Rickie Lee Jones in una stazione del metrò deserta. E loro sono Cristopher Lambert quando sembrava uno Sting più seducente, e una Isabelle Adjani che così non avremo la fortuna di vedere più, e che ti faceva proprio venire voglia di andare a battere sulla spalla del ballerino per prendere il suo posto. Anche Luc Besson (pure qui c’è il suo attore preferito Jean Reno) è praticamente agli esordi, e anche lui dopo non sarà più a questi livelli, secondo me.

– La morte in diretta (’80).
Bertrand Tavernier, anche critico, versatile (in questo film approfitta della fantascienza, nel prossimo del jazz), gira in una Glasgow giustamente spettrale questa storia senza compromessi (ricordo di averlo visto con un compagno di università che non ne sopportò la durezza). Rischia con un cast di attori “difficili”, da Harvey Keitel a Romy Schneider, un passato da Sissi e un futuro tragico assai prossimo (in una scena del film compare suo figlio David, che morirà in un disgraziato incidente appena un anno dopo). Notevoli anche gli attori non protagonisti, da Harry Dean Stanton a Max von Sydow.

– Round Midnight – A mezzanotte circa (’86).
“Splendida. Ci sono le parole?”
“No. Ma non tutto ha bisogno di parole”
Sempre Tavernier, che gira un capolavoro, omaggio alla musica, alla Parigi che negli anni cinquanta ospitò tanti jazzisti, e alle loro vite difficili: “Rispettosamente dedicato a Bud Powell e Lester Young”. Con un Dexter Gordon, lui pure musicista, semplicemente straordinario, voluto dal regista nonostante non avesse nessuna esperienza cinematografica (ci sono campi, tra i tanti musicisti, pure di Wayne Shorter e Herbie Hancock, come del regista Martin Scorsese, straordinario a fare l’agente cinico del jazzista).

– Le notti della luna piena (’84).
Lui: “Perché questa notte nessuno ha dormito.”
Louise (il personaggio di Pascale Ogier): “Nessuno?”
“No. Neanche chi è andato a letto.”
“Mi scusi, ma come fa a saperlo?”
“Perché è colpa della luna piena.”
“La luna piena?”
“Ma come, non lo sa?”
“Non so neanche quando c’è o non c’è, la luna piena.” (conclude il dialogo Louise)
La cosa più charmant che ho letto sul film (parte del ciclo rohmeriano Comédies et proverbes): Les filles de ce Paris 1984 voient Pascale comme leur modèle, les garçons rêvent qu’elle soit leur princesse. Et ce film, Les Nuits de la pleine lune, leur est tendu comme un miroir.

(fine prima parte)

Un anno di sport. Con tre addii

Quando ero ragazzino, e di sport in tivù se ne vedeva molto meno (non era necessariamente un male), il programma di fine anno che in un’ora raccontava per immagini tutti i fatti dell’anno lo aspettavo e facevo di tutto per non perdermelo (non c’erano neanche i videoregistratori, pensate!).
Ecco, lo dovessi preparare oggi queste sono, per ogni trimestre, le storie che possono raccontare il nostro anno di sport (e anche noi e la nostra società, mi pare).

Primo trimestre: Roger e Serena
Gli Australian Open non sono il torneo più importante dell’anno né il più seguito, ma quest’anno ci hanno dato una doppia storia, umana prima che sportiva, unica.
Roger Federer non vinceva più un grande torneo dal 2012. A trentacinque anni e mezzo lo tenevamo lì come una specie di testimonianza. L’ultimo giocatore di classe pura in uno sport peggiorato e reso più noioso dalla tecnologia. Era uscito dai primi dieci al mondo dopo quindici anni, ci preparavamo insomma con mestizia alla sua festa della pensione. Invece, boom!, vince la finale battendo il solito rivale Nadal, segnale della sua stagione migliore in un decennio, in cui va pure a prendersi, come un re che torna trionfalmente dall’esilio, una volta ancora il “suo” Wimbledon.
Tutti i titoli sarebbero per lui se non fosse che Serenona (copyright Gianni Clerici) Williams, vincitrice del singolo femminile, annunciandoci qualche mese dopo (naturalmente sui social dove è protagonista) che doveva fermarsi per via della gravidanza, fatti due conti ci fa pure scoprire che quando ha vinto a Melbourne Park già aspettava, confermando una volta ancora di essere un po’ più che umana.

Secondo trimestre: il portierino e Fausto l’immortale


Lo scherzo del primo aprile, purtroppo venuto benissimo, nel 2017 lo ha fatto il portierino a tutta una città, o almeno a tutto il popolo grigio, che alle sofferenze è pure abituato ma quest’anno ne ha vissuta una che difficilmente dimenticheremo, e che a oggi non abbiamo certo superato. È stato uno stillicidio il 2017 grigio ma il simbolo, il momento in cui quel che stava succedendo è stato evidente e inevitabile, ci si è palesato davanti agli occhi al maledettissimo nono minuto del secondo tempo della partita del primo di aprile quando (come sta scritto sul loro sito web: sì, davvero, ne hanno uno!): “la Giana raddoppia in maniera pazzesca: il portiere dell’Alessandria, pronto per il rinvio dal fondo, appoggia palla a terra ma attende, credendo che il gioco sia fermo; Bruno approfitta dell’incertezza di Vannucchi e…”.
A maggio una tappa del Giro d’Italia è partita da Castellania. Ho avuto modo di vedere quanto il Giro, quanto il ciclismo siano ancora straordinariamente popolari, nel senso più proprio del termine, ho visto le migliaia di persone radunarsi lì, per una festa, un affollatissimo picnic sull’erba, nel nome di campioni e di gregari amati per il grande sforzo che ogni giorno fanno, avvertiti come normali “vicini di casa” in un’era in cui per esempio i grandi del calcio o dell’automobilismo sono distanti come divi del jet-set. Mentre, quasi sessant’anni dopo la sua fine terrena, resta unico l’amore sconfinato nel ricordo davvero immortale, e trasmesso di generazione in generazione, di Fausto Coppi

Terzo trimestre: Leo, lo zar e Usain
Il grande colpo di luglio è stato, a sfogliare le prime pagine dei giornali sportivi, letti più durante il calciomercato che negli altri mesi, il passaggio di Bonucci al Milan dalla Juventus, dove era considerato il più forte dei difensori (Bonuccembauer), per venire subito declassato a principale colpevole della pesante sconfitta nella finale della Champions (una ferita che ancora fatica a rimarginarsi). Una operazione di mercato che, per ora, ha visto perdere tutti quanti.
Negli stessi giorni, sfogliando le pagine interne, era un chiaro segno dei tempi l’esclusione dalla nazionale del nostro più forte pallavolista, lo zar Zaytsev. Fuori dagli Europei per una decisione non tecnica, dovuta a una diatriba sulla sponsorizzazione dei suoi scarpini da gioco. E quindi fuori l’Italia molto male dagli Europei. Figuraccia il titolo dei giornali dopo la débâcle contro il Belgio. Una sconfitta cercata, per ragioni meschine, in un anno che come vedremo si chiuderà per il nostro paese con la più meschina delle sconfitte sportive.
Ma noi siamo solo “un’espressione geografica” (copyright von Metternich) nel mondo.
Mondo ad agosto tutto concentrato a guardare l’ultima passerella di Usain Bolt, forse il più grande corridore veloce della storia. Che a Londra doveva salutarci voltandosi ancora una volta indietro a osservare gli avversari battuti, ed invece se ne è andato zoppicando, incapace di tagliare il traguardo dell’ultima gara. Le mitologie si basano anche sulle sconfitte, d’altronde.

Quarto trimestre: la Zanda e “Sventura”
Cecilia Zandalasini, una ragazza di ventun’anni nata a Broni, neanche troppo alta (1 metro e ottantacinque) ha vinto il titolo della NBA femminile, il massimo risultato per un cestista. Simbolo la Zanda di tante giovani ragazze che, lontano dalla luce dei riflettori, con grande sacrificio, ogni giorno si allenano per ottenere risultati eccezionali.
Mentre gli azzurri del calcio riuscivano a non qualificarsi ai campionati mondiali, dopo quattordici edizioni consecutive di cui due vinte. Sotto l’ineffabile guida del duo Tavecchio e Ventura, due anzianotti evidentemente lì per relazioni (poco chiare) e non per meriti. Infatti prima ancora dell’imbarazzante spareggio coi mediocri svedesi, la partita del Bernabeu in cui la Spagna ci ha umiliato dimostrava che avere vinto anni fa un campionato con l’Entella palesemente non fa sufficientemente curriculum per allenare in modo competitivo una delle nazionali più quotate del mondo.

Extra: Tre addii

Sadness, hope and comfort, dice la didascalia di una foto, esposta al museo di Amsterdam. Una foto scattata quest’anno. Non è lì perché è un’opera d’arte, è lì per quello che significa: “tutte le divisioni visibili e invisibili che separano le persone di questa città di colpo vengono meno”, dice ancora la didascalia. La foto mostra un uomo, mussulmano, che si sporge dal tetto di una Mercedes bianca. Il suo atteggiamento racconta il dolore infinito che sta provando. Attorno a lui, un gran numero di persone. Lui è il padre di Abdelak Nouri, Appie come tutti lo chiamano, un ragazzo di vent’anni, di origine marocchina, cresciuto a Geuzenveld, un quartiere povero di Amsterdam. La fotografia racconta una storia un po’ diversa da quella che, in questo periodo, ci si potrebbe immaginare. È stata scattata a luglio. Il giorno prima il bollettino medico su Appie diceva che purtroppo su di lui c’erano le “peggiori notizie possibili”. Eppure, solo pochi giorni prima Nouri era uno dei giovani campioni più promettenti del sempre ricco vivaio dell’Ajax, il nuovo Iniesta secondo i suoi allenatori, e infatti il Barca lo seguiva attentamente. Oltre che un ragazzo amatissimo nella sua comunità, ambasciatore della scuola in cui i “lancieri” lo avevano mandato, sempre generoso con i vicini che popolano Geuzenveld. Il cuore generoso di Abdelak Nouri però aveva deciso di smettere di battere, senza alcun preavviso, durante il secondo tempo di una amichevole estiva, e i lunghi minuti in cui il suo cervello è stato senza ossigeno lo hanno lasciato con danni gravissimi e permanenti. Il fratello Abderrahim, in una bella intervista al Guardian racconta (sono in sette, i Nouri, quattro sorelle e tre fratelli) che grazie alla fede non provano tristezza nelle giornate che trascorrono a fianco ad Appie, anche se il suo sorriso e il suo entusiasmo mancano a tutti loro.
Anche il Testaccio è un quartiere popolare. Se nasci lì, ti conviene essere romanista. Se nasci lì, e hai la fortuna di andarci a giocare, nelle giovanili della Roma, quella maglia giallorossa ti resta proprio addosso, attaccata alla pelle. Infatti Francesco Totti quella maglia non se l’è levata mai, neanche adesso che ha smesso di giocare. Lanciato nel calcio della serie A da un romanista doc come Carletto Mazzone (cui si deve peraltro anche buona parte del successo di un altro straordinario campione che ha smesso quest’anno, Andrea Pirlo), Totti ha iniziato a giocare con gente che adesso ha più di cinquant’anni, e smesso quando già esordiscono ragazzini poco più grandi dei suoi figli, nati nel nuovo millennio. Anche per lui vale quello che spesso diciamo: si guardasse la bacheca dei trofei, la sua carriera sarebbe al massimo buona (soprattutto per il mondiale del 2006, dove peraltro l’unico momento in cui fu davvero protagonista è il rigore segnato praticamente allo scadere di un ottavo di finale contro l’Australia più intricato del previsto). In realtà è stato uno dei più talentuosi giocatori di sempre, invecchiato come un vino pregiato, e diventato man mano oltre che protagonista in campo anche esempio per tanti fuori dal campo. Il suo non è un addio tragico (be’ per i tifosi della Roma sì) ma la mancanza del Totti calciatore la sentiremo parecchio.


Bradley Lowery, un ragazzo appunto di questo millennio, il gol del mese della Premier League l’ha segnato ad appena sei anni, l’altro inverno. Un rigore calciato prima della partita con il Chelsea, indossando la maglia del Sunderland, di cui era tifosissimo. Bradley sarebbe stato solo un altro dei bambini che all’inizio di una partita entra in campo per mano a un calciatore, in questo caso Jermain Defoe, attaccante anzianotto di cui si diceva cha avrebbe fatto più carriera non fosse stato un “ladies’ man”. Da quando aveva pochi mesi, però, il destino di Bradley l’aveva cambiato un neuroblastoma, rara forma di tumore. E, di nuovo, lo ha cambiato il fatto che, con il suo travolgente entusiasmo (anche se tutte le sue giornate erano caratterizzate dai tremendi dolori che la malattia gli procurava) ha subito conquistato Defoe, che da quel giorno è diventato il suo migliore amico, e quella di Defoe è stata la mano che Bradley ha tenuto, con orgoglio, entrando nel mitico Wembley prima di una partita della nazionale inglese, a marzo. Quella di Defoe è la spalla su cui Bradley si è addormentato, a casa o più sovente all’ospedale, quasi ogni notte. Fino alla fine, fino a quel 7 luglio in cui Bradley non ce l’ha fatta più. Un lutto che ha colpito l’intera comunità calcistica, soprattutto quella inglese. Un lutto che ha segnato più di tutti proprio Defoe. E il calciatore di origine dominicana, anche lui cresciuto in un quartiere popolare a Londra, è ora diventato il simbolo del fatto che anche i calciatori possono non essere solo “macchine donne e denari”, ma anche grandissima capacità di puro amore.