Un anno di sport. Con tre addii

Quando ero ragazzino, e di sport in tivù se ne vedeva molto meno (non era necessariamente un male), il programma di fine anno che in un’ora raccontava per immagini tutti i fatti dell’anno lo aspettavo e facevo di tutto per non perdermelo (non c’erano neanche i videoregistratori, pensate!).
Ecco, lo dovessi preparare oggi queste sono, per ogni trimestre, le storie che possono raccontare il nostro anno di sport (e anche noi e la nostra società, mi pare).

Primo trimestre: Roger e Serena
Gli Australian Open non sono il torneo più importante dell’anno né il più seguito, ma quest’anno ci hanno dato una doppia storia, umana prima che sportiva, unica.
Roger Federer non vinceva più un grande torneo dal 2012. A trentacinque anni e mezzo lo tenevamo lì come una specie di testimonianza. L’ultimo giocatore di classe pura in uno sport peggiorato e reso più noioso dalla tecnologia. Era uscito dai primi dieci al mondo dopo quindici anni, ci preparavamo insomma con mestizia alla sua festa della pensione. Invece, boom!, vince la finale battendo il solito rivale Nadal, segnale della sua stagione migliore in un decennio, in cui va pure a prendersi, come un re che torna trionfalmente dall’esilio, una volta ancora il “suo” Wimbledon.
Tutti i titoli sarebbero per lui se non fosse che Serenona (copyright Gianni Clerici) Williams, vincitrice del singolo femminile, annunciandoci qualche mese dopo (naturalmente sui social dove è protagonista) che doveva fermarsi per via della gravidanza, fatti due conti ci fa pure scoprire che quando ha vinto a Melbourne Park già aspettava, confermando una volta ancora di essere un po’ più che umana.

Secondo trimestre: il portierino e Fausto l’immortale


Lo scherzo del primo aprile, purtroppo venuto benissimo, nel 2017 lo ha fatto il portierino a tutta una città, o almeno a tutto il popolo grigio, che alle sofferenze è pure abituato ma quest’anno ne ha vissuta una che difficilmente dimenticheremo, e che a oggi non abbiamo certo superato. È stato uno stillicidio il 2017 grigio ma il simbolo, il momento in cui quel che stava succedendo è stato evidente e inevitabile, ci si è palesato davanti agli occhi al maledettissimo nono minuto del secondo tempo della partita del primo di aprile quando (come sta scritto sul loro sito web: sì, davvero, ne hanno uno!): “la Giana raddoppia in maniera pazzesca: il portiere dell’Alessandria, pronto per il rinvio dal fondo, appoggia palla a terra ma attende, credendo che il gioco sia fermo; Bruno approfitta dell’incertezza di Vannucchi e…”.
A maggio una tappa del Giro d’Italia è partita da Castellania. Ho avuto modo di vedere quanto il Giro, quanto il ciclismo siano ancora straordinariamente popolari, nel senso più proprio del termine, ho visto le migliaia di persone radunarsi lì, per una festa, un affollatissimo picnic sull’erba, nel nome di campioni e di gregari amati per il grande sforzo che ogni giorno fanno, avvertiti come normali “vicini di casa” in un’era in cui per esempio i grandi del calcio o dell’automobilismo sono distanti come divi del jet-set. Mentre, quasi sessant’anni dopo la sua fine terrena, resta unico l’amore sconfinato nel ricordo davvero immortale, e trasmesso di generazione in generazione, di Fausto Coppi

Terzo trimestre: Leo, lo zar e Usain
Il grande colpo di luglio è stato, a sfogliare le prime pagine dei giornali sportivi, letti più durante il calciomercato che negli altri mesi, il passaggio di Bonucci al Milan dalla Juventus, dove era considerato il più forte dei difensori (Bonuccembauer), per venire subito declassato a principale colpevole della pesante sconfitta nella finale della Champions (una ferita che ancora fatica a rimarginarsi). Una operazione di mercato che, per ora, ha visto perdere tutti quanti.
Negli stessi giorni, sfogliando le pagine interne, era un chiaro segno dei tempi l’esclusione dalla nazionale del nostro più forte pallavolista, lo zar Zaytsev. Fuori dagli Europei per una decisione non tecnica, dovuta a una diatriba sulla sponsorizzazione dei suoi scarpini da gioco. E quindi fuori l’Italia molto male dagli Europei. Figuraccia il titolo dei giornali dopo la débâcle contro il Belgio. Una sconfitta cercata, per ragioni meschine, in un anno che come vedremo si chiuderà per il nostro paese con la più meschina delle sconfitte sportive.
Ma noi siamo solo “un’espressione geografica” (copyright von Metternich) nel mondo.
Mondo ad agosto tutto concentrato a guardare l’ultima passerella di Usain Bolt, forse il più grande corridore veloce della storia. Che a Londra doveva salutarci voltandosi ancora una volta indietro a osservare gli avversari battuti, ed invece se ne è andato zoppicando, incapace di tagliare il traguardo dell’ultima gara. Le mitologie si basano anche sulle sconfitte, d’altronde.

Quarto trimestre: la Zanda e “Sventura”
Cecilia Zandalasini, una ragazza di ventun’anni nata a Broni, neanche troppo alta (1 metro e ottantacinque) ha vinto il titolo della NBA femminile, il massimo risultato per un cestista. Simbolo la Zanda di tante giovani ragazze che, lontano dalla luce dei riflettori, con grande sacrificio, ogni giorno si allenano per ottenere risultati eccezionali.
Mentre gli azzurri del calcio riuscivano a non qualificarsi ai campionati mondiali, dopo quattordici edizioni consecutive di cui due vinte. Sotto l’ineffabile guida del duo Tavecchio e Ventura, due anzianotti evidentemente lì per relazioni (poco chiare) e non per meriti. Infatti prima ancora dell’imbarazzante spareggio coi mediocri svedesi, la partita del Bernabeu in cui la Spagna ci ha umiliato dimostrava che avere vinto anni fa un campionato con l’Entella palesemente non fa sufficientemente curriculum per allenare in modo competitivo una delle nazionali più quotate del mondo.

Extra: Tre addii

Sadness, hope and comfort, dice la didascalia di una foto, esposta al museo di Amsterdam. Una foto scattata quest’anno. Non è lì perché è un’opera d’arte, è lì per quello che significa: “tutte le divisioni visibili e invisibili che separano le persone di questa città di colpo vengono meno”, dice ancora la didascalia. La foto mostra un uomo, mussulmano, che si sporge dal tetto di una Mercedes bianca. Il suo atteggiamento racconta il dolore infinito che sta provando. Attorno a lui, un gran numero di persone. Lui è il padre di Abdelak Nouri, Appie come tutti lo chiamano, un ragazzo di vent’anni, di origine marocchina, cresciuto a Geuzenveld, un quartiere povero di Amsterdam. La fotografia racconta una storia un po’ diversa da quella che, in questo periodo, ci si potrebbe immaginare. È stata scattata a luglio. Il giorno prima il bollettino medico su Appie diceva che purtroppo su di lui c’erano le “peggiori notizie possibili”. Eppure, solo pochi giorni prima Nouri era uno dei giovani campioni più promettenti del sempre ricco vivaio dell’Ajax, il nuovo Iniesta secondo i suoi allenatori, e infatti il Barca lo seguiva attentamente. Oltre che un ragazzo amatissimo nella sua comunità, ambasciatore della scuola in cui i “lancieri” lo avevano mandato, sempre generoso con i vicini che popolano Geuzenveld. Il cuore generoso di Abdelak Nouri però aveva deciso di smettere di battere, senza alcun preavviso, durante il secondo tempo di una amichevole estiva, e i lunghi minuti in cui il suo cervello è stato senza ossigeno lo hanno lasciato con danni gravissimi e permanenti. Il fratello Abderrahim, in una bella intervista al Guardian racconta (sono in sette, i Nouri, quattro sorelle e tre fratelli) che grazie alla fede non provano tristezza nelle giornate che trascorrono a fianco ad Appie, anche se il suo sorriso e il suo entusiasmo mancano a tutti loro.
Anche il Testaccio è un quartiere popolare. Se nasci lì, ti conviene essere romanista. Se nasci lì, e hai la fortuna di andarci a giocare, nelle giovanili della Roma, quella maglia giallorossa ti resta proprio addosso, attaccata alla pelle. Infatti Francesco Totti quella maglia non se l’è levata mai, neanche adesso che ha smesso di giocare. Lanciato nel calcio della serie A da un romanista doc come Carletto Mazzone (cui si deve peraltro anche buona parte del successo di un altro straordinario campione che ha smesso quest’anno, Andrea Pirlo), Totti ha iniziato a giocare con gente che adesso ha più di cinquant’anni, e smesso quando già esordiscono ragazzini poco più grandi dei suoi figli, nati nel nuovo millennio. Anche per lui vale quello che spesso diciamo: si guardasse la bacheca dei trofei, la sua carriera sarebbe al massimo buona (soprattutto per il mondiale del 2006, dove peraltro l’unico momento in cui fu davvero protagonista è il rigore segnato praticamente allo scadere di un ottavo di finale contro l’Australia più intricato del previsto). In realtà è stato uno dei più talentuosi giocatori di sempre, invecchiato come un vino pregiato, e diventato man mano oltre che protagonista in campo anche esempio per tanti fuori dal campo. Il suo non è un addio tragico (be’ per i tifosi della Roma sì) ma la mancanza del Totti calciatore la sentiremo parecchio.


Bradley Lowery, un ragazzo appunto di questo millennio, il gol del mese della Premier League l’ha segnato ad appena sei anni, l’altro inverno. Un rigore calciato prima della partita con il Chelsea, indossando la maglia del Sunderland, di cui era tifosissimo. Bradley sarebbe stato solo un altro dei bambini che all’inizio di una partita entra in campo per mano a un calciatore, in questo caso Jermain Defoe, attaccante anzianotto di cui si diceva cha avrebbe fatto più carriera non fosse stato un “ladies’ man”. Da quando aveva pochi mesi, però, il destino di Bradley l’aveva cambiato un neuroblastoma, rara forma di tumore. E, di nuovo, lo ha cambiato il fatto che, con il suo travolgente entusiasmo (anche se tutte le sue giornate erano caratterizzate dai tremendi dolori che la malattia gli procurava) ha subito conquistato Defoe, che da quel giorno è diventato il suo migliore amico, e quella di Defoe è stata la mano che Bradley ha tenuto, con orgoglio, entrando nel mitico Wembley prima di una partita della nazionale inglese, a marzo. Quella di Defoe è la spalla su cui Bradley si è addormentato, a casa o più sovente all’ospedale, quasi ogni notte. Fino alla fine, fino a quel 7 luglio in cui Bradley non ce l’ha fatta più. Un lutto che ha colpito l’intera comunità calcistica, soprattutto quella inglese. Un lutto che ha segnato più di tutti proprio Defoe. E il calciatore di origine dominicana, anche lui cresciuto in un quartiere popolare a Londra, è ora diventato il simbolo del fatto che anche i calciatori possono non essere solo “macchine donne e denari”, ma anche grandissima capacità di puro amore.

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UMILE.

lorde

La graduatoria (no, la graduatoria no!), e anche la playlist di Spotify, ma rimango UMILE.
I miei cinque preferiti, secchi:
– Melodrama, Lorde
– The Weather Station, id.
– Soft Sound, Japanese Breakfast
– As You Were, Liam Gallagher
– The Nashville Sound, Jason Isbell and the 400 Unit


Fantasma di Laura Nyro esci da quel corpo
Ha poco più di vent’anni questa ragazza neozelandese, Lorde, che ha inciso il disco più bello dell’anno, e non vi dico niente di nuovo perché tutti in questi giorni vi stanno dicendo la stessa cosa, cioè che ‘Melodrama’ è il disco più bello dell’anno. Con una maturità ragazzina-scrive-e-interpreta-benissimo-canzoni-da-grande che in passato ha giusto uno e un solo precedente.

HUMBLE. UMILE. Tutto maiuscolo.
Nel genere “nigga” Kendrick Lamar è il più grande “nigga”, quello che vende più dischi “nigga” facendo la più “fuckin’ nigga” musica mai fatta da un “fuckin’ nigga”. Il video dell’anno è HUMBLE. Che vorrebbe dire “umile” ma se sei “nigga” e lo scrivi tutto maiuscolo vuol dire che non sei per un cazzo “umile”, sei il più grande “fuckin’ nigga”. Comunque, lontano come sono milioni di anni luce dal genere “nigga”, il video di HUMBLE. me lo riguardo più volte al giorno.

Ho cercato di andare al college ma non era il posto per me
Con simili radici (Jason Isbell and The 400 Unit è composto da musicisti dell’area di Muscle Shoals, Alabama) e con un nome del genere (400 Unit è come viene chiamato l’ospedale psichiatrico di Florence, sempre Alabama), ‘The Nashville Sound’ parte bene. E si conferma all’ascolto.
Ah. ‘Tupelo’ non è la cover della canzone di Nick Cave sulla nascita di Elvis durante una tempesta (e nemmeno di ‘Lyin’ Eyes’ degli Eagles, anche se ascoltandola il dubbio viene). ‘Molotov’ non è la cover del politico russo che diede il nome a una bomba facile da fare. ‘Anxiety’, anche col fatto che non finisce mai (dura 6:57) mette ansia davvero, io vi avverto.

Interpretava una parte che potevo capire
Quando ho sentito le prime note della prima canzone di ‘The Weather Station’ ho subito pensato che Tamara Lindeman fosse una cantante folk canadese (poi ho letto la sua biografia e, indovinate?, Tamara Lindeman è una cantante folk canadese). Chiudete gli occhi, sentite ‘You and I (on the Other Side of the World)’ e ‘I Don’t Know What To Say’ e ‘In An Hour’ e potrete facilmente vedervi … che la canta (è facile, dai, riempire i puntini).

Il figlio del minatore
Invece quando ho sentito le prime note della prima canzone di ‘From A Room: Volume 1’ ho subito pensato che Chris Stapleton viene da una famiglia di minatori (poi ho letto la sua biografia e, indovinate?, Chris Stapleton viene da una famiglia di minatori).

Non distinguiamo un culo da un buco per terra
Noioso come ‘Masseduction’, il nuovo disco di St.Vincent si può scrivere? E stupido come la copertina del nuovo disco di St.Vincent si può scrivere?
(il titolo del paragrafo viene da una famosa canzone di quel gran genio di Randy Newman, che quest’anno ha fatto un nuovo disco anche lui: di abile artigianato vintage)

La donna arrabbiata con l’uomo con le ditine
Leggo in una recensione del disco di Juliana Hatfield: “the veteran alt-rocker”. Ma come, è già “veteran”? Comunque, lei ha scritto il disco più arrabbiato politico e radicale dell’anno (lo sapete di chi parla ‘Short-Fingered Man’, vero?) pur essendo molto bianca e continuando a usare splendidamente il suo buon gusto per le melodie e i ritornelli (‘You’re Breaking My Heart’, ‘Wonder Why’).

Per quel che vale
È stato l’anno degli Oasis. ‘Don’t Look Back In Anger’ s’è consacrato inno nazionale di Manchester e il video della donna che inizia a cantarlo nel silenzio, presto accompagnata da tutti, alla celebrazione per le vittime della strage dopo lo show di Ariana Grande, è da lacrimoni.


E al concerto tributo la scena l’ha letteralmente rubata Liam, arrivato a sorpresa, come uno che passava di lì e l’han mandato sul palco con ancora addosso il suo parka arancione. A fare un’esibizione memorabile.
Noel ha maggiormente rispettato le tradizioni familiari e per i 50 anni ha organizzato una festa a tema… Narcos.
Tutti e due hanno fatto un disco,  mi pare più bello quello di Liam.
Per quel che vale.

(A proposito: io non amo le canzoni con lo stesso titolo di altre canzoni stra-famose. Però, devo ammettere, ‘For What It’s Worth’ è già nella – lunga – lista dei classici sfornati dai due simpatici fratelli).

Le forbici di Christgau
Kendrick Lamar, ‘HUMBLE.’ da ‘Damn’
The National, ‘The system only dreams in total darkness’ da ‘Sleep Well Beast’
Japanese Breakfast, ‘12 Steps’, ‘The Body Is A Blade’, ‘This House’ da ‘Soft Sounds’
Paul Weller, ‘She Moves with the Fayre’ (con Robert Wyatt), da ‘A Kind Revolution’
Noel Gallagher’s High Flying Bird, ‘Be Careful What You Wish For’, ‘Black & White Sunshine’, ‘Keep On Reaching’ da ‘Who Built The Moon?’
Billy Bragg, ‘King Tide And The Sunny Day Flood’ da ‘Bridges Not Walls’
Alvvays, ‘Lollipop (Ode to Jim)’ da ‘Antisocialites’
GospelbeacH, ‘Hangin’ On’, ‘You’re Already Home’ da ‘Another Summer Of Love’
Mavis Staples, ‘Who Told You That’, ‘We Go High’ da ‘If All I Was Was Black’
Radiohead, ‘Lift’ dalla riedizione di ‘OK Computer’
The War on Drugs, ‘Pain’ da ‘A Deeper Understanding’
Charlotte Gainsbourg, ‘Deadly Valentine’ da ‘Rest’

Graziata

Una delle meritorie opere del Post, il giornale online più fico che c’abbiamo, è lo scrivere spesso e volentieri delle font.
Helvetica
Le font (“deriva dal francese medievale «fonte», che significa «fuso», l’etimologia è quella di fonderia“) sono una delle cose più sexy tra quelle che non camminano e non suonano.
In particolare sexy, tra le due famiglie in cui si dividono, sono le font “graziate” – “serif” in francese – mentre quelle “bastone” – “sans serif” – sono pratiche ma molto meno eccitanti (insomma, “graziata” lo diresti di una provocante francese, “bastone” di una giunonica tedesca).
Ora, per il mio e vostro voyeurismo, una rassegna di link ad articoli del Post sulle font:
garamond_peignot

1. Per iniziare, come si dice:
L’alfabeto dei font
Perché tutti i libri italiani sono in Garamond (non tutti i libri italiani sono in Garamond, eh)
Più font per tutti (dove si affronta la questione di genere: “Font in inglese è neutro e l’italiano solitamente introduce nella lingua i termini neutri con il maschile. Così dunque è stato a partire da fine anni Ottanta anche per font, nonostante ci fossero alcuni secoli di tradizione al femminile“. Tradizione al femminile cui si rifà il conduttore del taxigiallo, qui)
Le cose da sapere sui font (questo parla di un libro, Just my type: a book about fonts, e vale la pena di leggerlo sebbene si occupi anche del disprezzatissimo Arial, il carattere usato da Microsoft che sembra Helvetica)
Come si sceglie il nome di un font

2. La complicata storia del Times New Roman
vs.
10 poster per i 60 anni di Helvetica
(ovvero: un bella “graziata” contro una “bastone” niente male)

3. Piccola pausa: La storia della tipografia, in cinque minuti
(io ve lo dico, il video dà feroce dipendenza)

4. Solo per noi, anziani lettori di giornali:
Tra Brera e Solferino (sì, si parla delle nuove font di un vecchio prestigioso giornale)

5. Sotoporteghi e altri posti con caratteri tutti loro:
Font francesi dal 1850 ad oggi
Il font di Londra
La tipografia della metropolitana di Berlino
(senza conoscere questa storia anche il conducente del taxigiallo, qui, ha fatto un po’ di foto alle diverse stazioni del metrò di Bruxelles, durante un viaggio lungo parecchie stazioni, quella volta che finalmente andò a vedere l’Atomium)
Tipografia urbana. Le città del mondo sono piene di cartelli, insegne e scritte: un grande archivio online le raccoglie e cataloga

I know you really want to tell me goodbye

22090113_10214519455566950_8503310618986177984_nQuando negli anni ottanta ho ceduto e infine mi sono comprato un lettore cd (allora sembrava inevitabile la fine del vinile sostituito dalla nuova, meravigliosa – ehm – tecnologia), per primi ho preso tre dischi per me fondamentali.
‘Shadows and Light’ il live che è uno dei momenti più alti della “santa protettrice del Taxigiallo“.
‘The River’ che, piccola scaramanzia, in cassetta suonava sulla strada per andare a Pavia ogni volta che dovevo fare un esame.
E ‘Damn The Torpedoes’, il disco con cui Tom Petty ha svoltato in tutto il mondo, dopo un esordio solidissimo quando lo classificammo velocemente, e sbagliando parecchio, nel grande calderone allora etichettato “punk/new wave”, banalmente per via del giubbotto di pelle nera e della cartucciera della foto di copertina, anche se ‘American Girl’ ci diceva già chiaramente che si trattava di tutt’altro.

Se le chitarre sono sexy come e più di una bella donna (e lo sono, oh se lo sono), allora la Rickenbacker è Michelle Pfeiffer con dodici corde.
La Rickenbacker è la chitarra che suona jingle-jangle. I dischi di Tom Petty (con gli Heartbreakers che non dobbiamo dimenticarci, perché anche loro stanno nell’assoluta nobiltà rock’n’roll, lì insieme a The Band e alla E-Street Band come migliore gruppo di accompagnamento – che è un grande complimento, sia chiaro), ecco i dischi del primo Tom Petty suonano jingle-jangle (lo so, lo so, c’è di mezzo anche il “southern rock” ma io li sento così). Senza di lui la maggior parte delle migliori band degli anni ottanta avrebbe suonato diversamente, e sarebbe stata senz’altro meno affascinante.

C’è un film che sta nella piccola storia del cinema degli anni novanta tra i più grandi insuccessi, e tra i più stroncati dalla critica che ne parla come di “Waterworld senz’acqua” quando cita i fallimenti di Kevin Costner.
Si chiama ‘L’uomo del giorno dopo’ da noi. In originale, come spesso mal tradotto, ‘The Postman’.
Io lo adoro.
A un certo punto Kevin Costner incontra, in questa America post-atomica, il sindaco di Bridge City.
Il dialogo è breve e pieno di humour…
“Ti conosco. Tu sei famoso.”
“Una volta lo ero… qualcosa del genere…” risponde Tom Petty, forse interpretando sé stesso.

stevie nicks & tom pettyCome sempre in questi casi, credo che il ricordo da conservare siano le canzoni, quindi: grazie Tom Petty per “Breakdown”, la già citata “American Girl”, tutte quelle di ‘Damn The Torpedoes’ e poi tutte quelle di ‘Hard Promises’ (che per me è ancora più bello del precedente oltre ad avere una delle più belle copertine di album di sempre), e “Spike”, “A Face in the Crowd”, “Into the Great Wide Open”, “Mary Jane’s Last Dance”, “You Don’t Know How It Feels”, “It’s Good to Be King”, “Honey Bee” e quelle che ho dimenticato di elencare.
Ho letto che scrivevi le migliori frasi di apertura delle canzoni. Cosa dire di “My sister got lucky, married a yuppie (mia sorella è stata fortunata, ha sposato uno yuppie)”da ‘Yer So Bad’?
E poi quelle, indimenticabili, che hai scritto per donne che non hanno mai cantato canzoni così belle, la “Ways to Be Wicked” per Maria McKee e “Stop Draggin’ My Heart Around” per la strega Stevie.
Ah, anche la piccola, incantevole Sharon Van Etten ne ha fatto una cover che non smetterei mai di ascoltare…

Qualcuno da odiare

Stamattina ho accompagnato mia madre dal medico (non ha niente, tranquilli, ma le piace farsi accompagnare dal medico dopo un falso allarme).

Nella sala d’attesa affollata c'era una giovane donna magrebina col velo, e con lei due bambine piccole, coi capelli ricci e inconfondibili lineamenti magrebini.

La più grande delle bambine aveva un peluche dentro un piccolo cestino di vimini, un vecchio peluche di cerbiatto.

Lo lasciava cadere per terra, dentro al cestino, e lo raccoglieva coi piedi, che erano dentro un paio di sandali, di quelli tipo infradito, che portano anche le ragazzine occidentali.

La più piccola aveva una pallina trasparente, di quelle che peschi alle giostre con dentro un portachiavi brutto, o una di quelle palle tutte colorate di caucciù che rimbalzano matte o qualche altro giochino da poco. La pallina trasparente era già vuota.

Anche lei l'ha lasciata cadere, per imitare la sorella più grande. Come fanno anche le sorelle occidentali.

Non è riuscita a prenderla coi piedi. Lei non aveva i sandali, aveva delle piccole scarpe tipo sneakers, azzurro chiaro.

La pallina è lentamente rotolata fin quasi dove ero seduto io, di fianco a mia madre, e ad altre persone che nella sala d’attesa affollata anche loro aspettavano che il medico arrivasse.

Mentre la pallina trasparente rotolava verso di me la sorella grande ha sgridato la piccola, come fanno tutte le sorelle, parlandole in italiano.

La giovane donna magrebina col velo continuava a guardare per terra, evitando lo sguardo dei presenti, intanto comunque controllando quello che facevano le due bambine.

Ho raccolto la pallina e l'ho resa alla bambina piccola. Mentre lo facevo ho pensato all’attentato di poche ore prima, quello di Barcellona.

La bambina piccola ha preso la pallina in mano, e la donna col velo senza smettere di guardare per terra le ha detto qualcosa in una lingua che non ho capito.

Sara, l’infermiera, pochi giorni fa, quando avevo già accompagnato mia madre dal medico (non ha niente, tranquilli, ma questo è un mese di frequenti falsi allarmi), mi aveva parlato di queste giovani donne. Non sanno l’italiano, e i mariti non vogliono che lo imparino. Quando vanno dal medico, fanno tradurre dai loro figli, che vanno a scuola e quindi parlano italiano. Non è facile, mi ha detto Sara.

La giovane donna col velo senza smettere di guardare per terra ha detto qualcosa in una lingua che non ho capito alla bambina piccola, e lei tenendo stretta la pallina trasparente mi ha detto grazie mentre sua sorella, quella più grande, coi capelli ricci e inconfondibili lineamenti magrebini, ha continuato a fare cadere per terra il cestino con dentro il peluche di cerbiatto e a raccoglierlo coi piedi

Sam e Patti

Sam e Patti. Parlando del loro Gesù personale
Sam e Patti. Parlando di T.S.Eliot e Jackson Pollock
Di ritorno verso quel leggendario Hotel
Che neanche i demolitori riusciranno a distruggere
Patti in lotta con la sua evidente santità
Sam in fondo a ogni bottiglia con il papà
Verso una stanza triste di quel leggendario Hotel
Che neanche i demolitori riusciranno a distruggere

Nessun rimpianto, coyote

…per quanto tu possa avvicinarti alle ossa, alla pelle,
agli occhi, alle labbra
e comunque sentirti così solo…

Coyote and snow drifts pano

Pensavo di dover scrivere un post sulla morte della Santa protettrice del taxigiallo (meglio, ho già cercato di iniziare il suo coccodrillo) che non se la passa benissimo, non pensavo di scriverlo per Sam Shepard.
Neanche sapevo che fosse affetto dal “morbo di Gehrig”, se devo dire.

Abbiamo visto una fattoria bruciare
Nel bel mezzo del nulla
Nel mezzo della notte
E abbiamo proseguito oltre quella tragedia…

“Tutti noi vorremmo essere qualcun altro, almeno in un qualche momento della vita, vero? – scrivevo tempo fa
(Semmai dovremmo chiederci seriamente come stanno andando le cose se volessimo essere qualcun altro sempre, senza apprezzare neanche un istante da “sé stessi”.)
Io, dovendo scegliere qualcun altro da essere, avrei scelto Jackson Browne. O Sam Shepard. O un incrocio tra i due, meglio ancora.”

Non sto certo a spiegare chi era Sam Shepard, e credo sia facile anche capire perché molti uomini (immagino) avrebbero voluto essere lui.
Le ragioni, quelle visibili, per me sono la sceneggiatura di  ‘Paris, Texas’ (ancora più di quella di ‘Zabriskie Point’, anche per banali ragioni generazionali), i ruoli interpretati in ‘The Right Stuff’ – Uomini veri (come avevo spiegato) e in ‘The Only Thrill’ – Amori sospesi (per ragioni tutte mie che non spiegherò mai), prima ancora di quello che ha scritto, mentre ‘Motel Chronicles’ è lì, sul mio comodino, in quella pila di libri ogni giorno più alta, a tenermi compagnia.
E, certo, Coyote

Coyote è nella caffetteria
Sta fissando un buco nelle sue uova strapazzate
Annusa il mio profumo sulle sua dita
Mentre sta guardando le gambe della cameriera
Lui è troppo lontano…

Non sono riuscito a trovare neanche una fotografia di Sam Shepard insieme a miss Joni, che ha scritto per lui (almeno così dice la leggenda) la meravigliosa Coyote.
Invece numerose e bellissime, più ancora di quelle con la sua storica compagna Jessica Lange, sono le fotografie insieme a “santa Patti”, le fotografie della loro storia d’amore e, perfino più belle, le fotografie delle volte che si sono ritrovati (guardatelo, a proposito, se vi capita, Amori sospesi).

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