Gabe la coraggiosa

Di lei avevo scritto l’anno scorso, su Lettera 32.
Non per il risultato sportivo. Ma per l’impresa fatta.
Era arrivata ultima in un 1500 metri. L’aveva corso con la febbre altissima. Soprattutto, l’aveva corso otto anni dopo la prima diagnosi di un cancro tanto raro quanto bastardo, manifestatosi nel 2009, quando aveva 22 anni, e ripresentatosi diverse volte, in forme sempre peggiori.

Lei peraltro è un’ottima atleta: aveva mancato di un soffio la qualificazione alle Olimpiadi di Londra (quarta, e ci andarono le prime tre), e non aveva potuto gareggiare a quelle per Rio.

Annotazione 2019-06-11 111357Questo scrivevo, un anno fa. Avevo visto le foto di lei in pista, con quella cicatrice grandissima, segno di una delle operazioni chirurgiche, e ho iniziato a seguirla sull’Instagram, a leggere delle sue terapie ma anche del suo impegno, che l’ha portata a essere un’ispirazione per moltissime persone che stanno combattendo il cancro (molto meglio di me lo racconta questo articolo della BBC). A stupirmi del suo sorriso, in tutte quelle foto in cui ci guardava, sempre.

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Gabe ha corso, finché ha avuto la minima energia per farla. Ora quell’energia se ne è andata. Se ne è andata. Lei la raccontano con emozione le storie pubblicate da suo marito, Justin, anche il suo migliore amico. La raccontano le fotografie che condivide sua sorella, le fotografie di due ragazze poco più che trentenni, felici e sorridenti. Nonostante tutto.
Insomma. Fa rabbia, tanta. Fa soffrire, anche da qui, guardare le sue foto, le ultime sempre più spesso in letti di ospedali. Fa venire voglia di essere, almeno per una minima parte, coraggiosi come lei (a esserne capaci!).
Dice l’hashtag che la ha accompagnata, e che non smetterà di farlo ora che lei ha dovuto alla fine arrendersi: #bravelikeGabe. Impossibile esserlo, coraggiose come Gabe. Possiamo almeno ricordarla, pensare a lei. E provarci.

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On n’est pas des saints

Quelli bravi, ma bravi davvero, mentre li leggi ti fanno camminare per i posti, ti fanno sentire gli odori, i rumori, i gusti. Ecco, Jean-Claude Izzo quando insieme al suo Fabio Montale mi porta a spasso per Marsiglia fa esattamente questo.

Il cuore di Marsiglia

Imboccò rue du Panier. Il suo quartiere. C’era nato. Rue des Petits-Puits, vicino a dove era nato Pierre Puget. Suo padre, appena arrivato in Francia, aveva abitato in rue de la Charité.
…(Non ero del Panier. Ci ero nato, ma quando avevo due anni, i miei genitori traslocarono alla Capelette, un quartiere di italiani.)
…Abitavo fuori Marsiglia. Les Goudes. Il penultimo porticciolo prima delle calanche. Si costeggia la Corniche, fino alla spiaggia del Roucas Blanc, poi si continua seguendo il mare. la Vieille-Chapelle. La Pointe-Rouge. La Campagne Pastrée. La Grotte-Roland. Tanti quartieri che sembrano villaggi. Poi la Mandrague de Montredon. Marsiglia si ferma lì. Apparentemente. Una piccola strada tortuosa, stagliata nella pietra bianca, domina il mare. In cima, a ridosso di aride colline, il porto di Les Goudes.

Vivere al Panier era una vergogna. Da un secolo. Il quartiere dei marinai, delle puttane. La piaga della città. Il grande lupanare. Per i nazisti, che avevano progettato di distruggerlo, un focolaio di infezione per il mondo occidentale.

Passai davanti alla Vieille Charité, il capolavoro – incompiuto – di Pierre Puget. Il vecchio ospizio aveva accolto gli appestati del secolo scorso, gli indigenti dell’inizio secolo, poi tutti coloro che i tedeschi avevano cacciato di casa dopo l’ordine di distruzione del quartiere. Ne aveva vista di miseria.

Mi piaceva quella passeggiata. Quai du Port, quai des Belges, quai de Rive-Neuve. L’odore del porto. Mare e morchia. Le pescivendole, berciando come sempre, vendevano la pesca del giorno. Orate, sardine, spigole e pagelli.

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Guardare il paesaggio tra i due forti, Saint-Nicolas e Saint-Jean, che sorvegliano l’ingresso di Marsiglia. Verso il largo, e non verso la Canebière. Per scelta. Marsiglia, porto d’Oriente. Altro luogo. Avventura, sogno. I Marsigliesi non amano i viaggi. Tutti li credono marinai, avventurieri, con padri e nonni che hanno fatto il giro del mondo, almeno una volta. Al massimo, sono stati fino a Niolon, o a Cap Croisette. nelle famiglie borghesi, il mare era proibito ai bambini. Il porto permetteva gli affari, ma il mare era sporco. Da lì veniva il vizio. E la peste. Appena arrivava la bella stagione ci si spostava a vivere all’interno. Aix e la sua campagna, i mas e le bastides. Il mare veniva lasciato ai poveri.

Scendere rue d’Aubagne, a qualsiasi ora del giorno, è come viaggiare. Un susseguirsi di negozi, ristoranti, come tanti scali. Italia, Grecia, Turchia, Libano, Madagascar, La Réunion, Thailandia, Vietnam, Africa, Marocco, Tunisia, Algeria. E, per primo, Arax, il miglior negozio di loukoum (dolci arabi fatti con pasta aromatizzata e ricoperti di zucchero a velo).

La città poteva incendiarsi. Bianca, poi ocra e rosa.
Una città in armonia con i nostri cuori.

Il terzo te lo godi!

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…indicai il bar dei Treize-Coins, un po’ più in giù.

Mi ero fermato da Fonfon, per leggere il giornale bevendo un caffè. Malgrado l’insistenza di alcuni clienti, da lui trovavi solo Le Provençal e La Marseillaise. Non Le Méridional. Fonfon meritava la mia assiduità.

…il Péano. Il bar dei pittori… Inoltre, era il bar dei giornalisti. Di ogni tendenza. Le Provençal, La Marseillaise, l’A.F.P., Libération. Il pastis lanciava ponti tra gli uomini.

Finii il Pastis e ne ordinai un altro. Un vecchio amico, Corot, riusciva ad apprezzare il pastis solo dopo il terzo bicchiere. Il primo lo bevi per sete. Il secondo, beh, inizi ad apprezzare il sapore. Il terzo te lo godi!

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«Francis! Una mauresque» gridò.
[Mauresque: Pastis con sciroppo di orzata]

Marsiglia: i sapori…

Preparavamo grandi piatti di pasta con il sugo, uccelletti e polpette di carne cotti nella stessa salsa. l’odore di pomodoro, basilico, timo e alloro riempiva le stanze. Le bottiglie di vino rosé circolavano tra le risate.

Un piatto di mozzarella e pomodori, con capperi, acciughe e olive nere. Spaghetti alle vongole. Tiramisù. Il tutto accompagnato da un Bandol del domaine di Pibarnon.

Quella mattina mi ero messo a cucinare presto, ascoltando del vecchio blues di Lightin’ Hopkins. Dopo aver pulito la spigola, l’avevo farcita con il finocchio, e condita con olio d’oliva. Poi avevo preparato il sugo per le lasagne. Avevo fatto cuocere il resto del finocchio a fuoco lento nell’acqua salata, con un pezzetto di burro. In una pentola ben oleata, avevo fatto soffriggere la cipolla tagliata sottile, aglio e peperoncino. Un cucchiaio di aceto e i pomodori che avevo immerso nell’acqua bollente e tagliato a cubetti. Una volta evaporata l’acqua, avevo aggiunto il finocchio… Honorine portò le lingue di merluzzo. Le aveva fatte marinare in una pirofila con olio, prezzemolo tritato e pepe. Seguendo le sue indicazioni preparai un impasto a cui aggiunsi due bianchi d’uovo montati a neve.
«Su, andate a bervi il pastis con calma. Ci penso io qui».
Le lingue di merluzzo, ci spiegò a tavola, è un piatto delicato. Le si può fare gratinate, con un sugo alle vongole o alla provenzale, al cartoccio o al vino bianco con qualche lamella di tartufo e funghi.

Era tardi, E Babette era rimasta. Eravamo andati a prendere la pizza ai calamari, da Louisette. La mangiammo sul terrazzo, bevendo un cotes de Provence rosato del Mas Negrel.

Honorine era insuperabile nel cucinare i peperoni ripieni. Alla rumena, diceva. Riempiva i peperoni con riso, salsiccia, carne di manzo, sale e pepe. Li metteva in un recipiente di terra cotta e li ricopriva d’acqua. Aggiungeva salsa di pomodoro, timo, alloro e santoreggia. Lasciava cuocere a fuoco molto lento e senza coperchio. Il sapore era meraviglioso, soprattutto se alla fine ci si aggiungeva un cucchiaio di panna.

Solo Honorine poteva competere con Céleste nel cucinare l’aïoli. Il baccalà viene dissalato al punto giusto. E già questo è raro. Di solito, rimane troppo a lungo in due soli cambi d’acqua. Mentre è preferibile cambiarla più spesso. Una volta per otto ore, poi, tre volte per due ore. Viene poi immerso nell’acqua bollente con finocchio e grani di pepe. Céleste aveva anche un olio di oliva particolare per montare l’aïoli. Del mulino Rossi, a Mouriès. Per cucinare o condire le insalate ne usava altri. Oli di Jacques Barles d’Eguilles, di Henri Bellon di Fontvieille, di Margier-Aubert di Auriol. Le insalate avevano sempre un sapore diverso.

…e i suoni

E Massilia Sound System, nato tra gli ultrà, nella curva sud dello stadio Vélodrome. Il gruppo aveva diffuso la febbre del ragga hip hop ai tifosi dell’Olympique Marsiglia, poi all’intera città.

In sottofondo, Petrucciani. Estate. Uno dei suoi primi dischi. Non il migliore. Ce n’erano stati altri più curati. Ma questo pezzo smuoveva tonnellate di emozioni.

Da Hassan, al Bar de Maraîchers à la Plaine, niente raï, né reggae, né rock. Canzoni francesi,e quasi sempre Brel, Brassens e Ferré. L’arabo si divertiva a prendere i clienti in contropiede…
Ferré cantava:
Non siamo santi.
Per la beatitudine abbiamo solo un Cinzano.
Poveri orfani,
preghiamo per abitudine il nostro Pernod.

(Le sottolineature vengono da Casino totale, il primo dei libri della “trilogia di Fabio Montale“. Le fotografie sono mie, fatte a una città che adoro, una delle più belle del mondo)

 

Immaginare Judee

Non fosse per i dischi le poche fotografie e i rari filmati, mi chiederei se davvero ha dovuto vivere una vita così o se non sia stato un dio crudele a immaginare Judee.

Hollywood: musica per un film di cowboy

Ti dirò un segreto
Che non ho mai rivelato
Comunque noi siamo
Va bene.
(Lopin’ Along Thru The Cosmos)

judee_sillImmaginare di essere a Los Angeles, seduto nella tipica tavola calda, le grandi vetrate da cui guardi fuori su strade assolate che si incrociano mentre la cameriera gira per i tavoli e offre di versare altro caffè dalla caraffa dove la bevanda annacquata rimane calda.
Le dici sì grazie Lizzie e intanto che leggi il nome sulla targhetta appuntata sul grembiule rosa immagini il seno che è sotto la targhetta nera con su scritto in bianco “Liza B.” e il seno è piccolo d’altronde sono gli anni settanta.
Prima di sentire il rumore, ben prima di guardare anche tu fuori dalla grande vetrata che dà sulle strade assolate che si incrociano, quel che noti è che lei non te lo versa il caffè perché rimane immobile, come l’avessero fissata, con la caraffa a mezz’aria e il caffè che non esce, immobile fissato pure lui. Mentre già guarda fuori, lei.
Allora senti il rumore. Metallico lo definisce chi ha poca fantasia. A te fa vedere il retro di un’automobile che si alza colpita da qualcosa di veloce e riatterra su sospensioni che si danneggiano.
Poi. È quel che succede poi che definiresti surreale se non fosse che la città della tavola calda in cui immagini di essere seduto, negli anni settanta, è Los Angeles.
Perciò accetti che dall’altra automobile, quella che ha tamponato, scenda un biondo coi capelli crespi che probabilmente hai visto negli spot della Polaroid, mentre chi è più vecchio di te può dirti pure che un tempo era un attore comico, oltre che ballerino e cantante, e molto famoso.
Non è ancora finita, a stupore. Perché subito accosta una specie di furgone Chevrolet e quello che lo guida lo vedi scendere vestito come il tenente Parker e cammina un po’ sghembo come quando andava verso il deserto e lo guardavamo dal buio della “cabin” attraverso la porta aperta.
E così alla scena si unisce il Duca e si rassicura che il biondo Danny stia bene poi va verso l’altra automobile, quella tamponata, apre la portiera e prende in braccio la ragazza alta e goffa con abiti hippie gli occhiali e l’aria smarrita. L’ha sollevata senza nessuna fatica, la porta verso il Chevrolet, la posa sui sedili con la stessa facilità con cui sposterebbe una bambina di cinque anni.
Come ti chiami le chiede.
Judee, dice lei. Judee Sill.

Può sembrare surreale, vero, il racconto di un incidente automobilistico tra una cantante hippie che a detta di tutti guidava malissimo e un vecchio uomo di spettacolo filantropo. Con, per aggiungere irrealtà al tutto, l’intervento di soccorso del grande cowboy cattivo, non nei film ma di certo almeno nel racconto di Osvaldo Soriano.
Infatti siamo proprio nella città di Triste solitario y final.
Soprattutto: cosa può non sembrare surreale della tragica, breve vita di Judee?
*****

Lui è un bandito, uno che ti spezza il cuore

Volevo scrivere una canzone su questo: più in basso scendi per ispirarti, più questo ti spingerà in alto, ma non mi veniva il modo di dirlo con la poesia… e ho incrociato questo fatto teologico oscuro, che Gesù costruiva le croci… In quel periodo avevo una storia molto infelice con questo ragazzo: era un bandito, uno che ti spezza il cuore. Così una mattina mi sono svegliata e ho pensato “he’s a bandit and a heartbreaker” fa rima con “but Jesus was a crossmaker“. E ho capito che anche quell’infelice bastardo non era escluso dalla redenzione.
Mi ha salvato questa canzone: era scriverla o il suicidio.

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Immaginare le due giovani donne che si incrociano sulla soglia della casa di quell’uomo, l’infelice bastardo: una sta uscendo dopo essere stata con lui, l’altra arriva per raggiungerlo, e le due donne sono tra le più desiderate di quella desideratissima scena: quella che esce è Linda, una piccoletta pepata che vende milioni di copie dei suoi dischi di country-rock educato. Ma l’altra! L’altre è addirittura Lei, la Signora di quella scena, miss Joni cui tutti si inchinano, quella dalle cui mani puoi scivolare via come sabbia della spiaggia di un’isola mediterranea.
Eppure anche Lei, la Signora corre da quest’uomo, questo J.D. come si fa chiamare, e per stare con lui accetta perfino di incrociare l’altra, proprio Lei che attorno non è che voglia volentieri avere qualcuna, figuriamoci una rivale come sa anche la nostra povera Judee.

La canzone si chiama ‘Jesus was a crossmaker’, Judee Sill l’ha incisa nel 1971 (e il libro che presenta Gesù come falegname che costruiva le croci è ‘L’ultima tentazione di Cristo’ di Nikos Kazantzakis).
La canzone sta nel primo disco di Judee, che è anche il primo disco pubblicato dalla Asylum, la casa discografica più fica che ci fosse in quella scena, in quel momento, e quella era la scena più fica nel momento più fico. La produzione della canzone venne affidata a Graham Nash ma neanche questo assicurò il grande successo commerciale che lei così disperatamente voleva.
*****

Così triste, e così vero

Se questo fosse un film di Hollywood, diresti: oh, è falso, non ci posso credere… troppo calvario, troppe cose strane succedono… la sua vita è stata davvero tragica, davvero interessante. E davvero incredibile (Andy Partridge)

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Immaginare un padre che muore quando lei è piccola, un padre che per arrotondare importava animali esotici per i film di Hollywood. Una madre che amava troppo la bottiglia e un patrigno abusivo, almeno per lei lo era, e Judee raccontava di botte e intervento della polizia e notizie sui giornali, sarà poi stato vero?
(No, non ha importanza, questa è una storia dove fatichi a credere soprattutto a quello che è vero).
Immaginare la ribellione da adolescente che passa da un paio di matrimoni con uomini sbagliati che suonavano il piano anche se lei preferiva il basso (ho sempre amato una buona linea di basso, sapete, diceva) e insieme le rapine, la droga, con la droga la prostituzione sulla strada, il carcere.
Ecco.
Judee lo dice, in una delle poche registrazioni di concerti che rimangono, con i pochi filmati, le poche fotografie a cercare di convincerci che la vita così impossibile da immaginare sia stata vissuta davvero dalla ragazza alta e goffa con abiti hippie gli occhiali e l’aria smarrita.
Lei lo dice, presentando una canzone: ho imparato a suonare l’organo in riformatorio e le persone ridono, pensano stia scherzando ma lei, con l’imbarazzo con cui parlava al pubblico invece lo ribadisce: sul serio, è vero, è andata così.
Immaginare poi che la sua salvezza passi dalle canzoni scritte, prima una incisa dai Turtles, poi il suo disco, il primo assoluto dell’etichetta Asylum, la più fica che ci fosse in quella scena, in quel momento, eppoi il secondo disco, e per inciderli l’aveva scelta proprio lui, il più cattivo e il più importante di quella scena, ancora in lacrime per il tradimento di Laura Nyro e sarai la mia nuova Nyro deve averle detto Geffen.
Due dischi bellissimi che vendettero poco avrebbero potuto comunque non stroncarle la carriera. Però non si tradiva Geffen, non ci si ribellava, non si parlava male di lui, figurarsi svelare il segreto che lui teneva chiuso nel cassetto, così, al pubblico inglese durante un’intervista parlando di scarpette rosa.
Immaginare Judee, sempre inseguita dai suoi demoni, senza un contratto discografico, tamponata a un incrocio tra due strade di Los Angeles dove adesso curiosamente c’è un Scientology Celebrity Centre, perché ogni fatto della sua vita ne genera almeno due strani, e infatti sarà lei a raccontare agli amici che quello che l’aveva tamponata era Danny Kaye mentre a soccorrerla era stato John Wayne, il grande cowboy cattivo, non nei film ma di certo almeno nel racconto Triste solitario y final.
L’ospedale, la schiena rotta, il dolore, tanto dolore, ma non si prescrivono gli antidolorifici a una drogata schedata e allora…
*****

Kyrie Eleison

Ne ho sentita tanta di musica, davvero tanta. Nessuna mi ha toccato l’anima nel modo in cui lo fa quella di Judee. Alla fine lei è riuscita  in quel che voleva, almeno in parte. Di Gesù non so.

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Negli ultimi tempi viveva in una casa con una enorme foto di Bela Lugosi sopra il camino, una grande croce d’ebano sopra il letto, candelabri dappertutto. Leggeva i manoscritti dei Rosacroce, i testi di Aleister Crowley, aveva l’intera collezione del lavoro di Helena Blavatsky, ed era diventata esperta coi tarocchi.
D’altronde citava come sue uniche influenze Bach e Pitagora e aveva studiato “la musica delle sfere” del filosofo greco, e trovatelo un altro musicista della westcoast che abbia mai solo lontanamente pensato di avere queste ispirazioni. Lei poteva far sembrare equilibrato un Brian Wilson, peraltro l’unico che in qualche modo le si avvicinava per tante ragioni. Una delle pochissime fotografie la ritrae durante le registrazioni di ‘Heart Food’ con la bacchetta del direttore d’orchestra in mano: Judee che aveva studiato l’organo in riformatorio scrisse le parti di quaranta archi e le diresse nella registrazione.
Credeva di poter raggiungere l’anima delle persone con armonie a quattro voci e archi. Credeva di poter scrivere testi così puri da convincere “Gesù a darci un po’ di sollievo”.
Era per Lui che suonava, sperando la ascoltasse.
E mentre le sue canzoni sulla religione sembravano canzoni d’amore, quelle d’amore sembravano cantate giacendo sola in una cattedrale che le echeggiava tutt’attorno.
La pace oscura aveva ormai prevalso su quella luminosa. La pace oscura, così chiamava l’eroina nel raffronto con le altre.
Aveva sempre amato le droghe, eccedendo come faceva con tutto. Per un anno e mezzo, aveva detto con la solita inspiegabile ingenuità a Grover Lewis che l’intervistava, prendevo acido quasi ogni giorno… come con ogni sostanza esageravo… ho fatto molta fatica a tornare indietro.
Aveva esagerato con le donne, nella casa nel Canyon che le aveva comprato Geffen, durante il breve periodo di fortuna vivevano lì numerose, nude in piscina e spesso trattate come serve.
La pace oscura alla fine prevalse su quella luminosa: tutto era perduto, la musica cui non poteva più immaginarsi, una reietta per volere del perfido Geffen. Gli amici che non le si avvicinavano più. Finiti i tempi del ristorante russo a Burbank. Finiti i tempi dei pranzi domenicali con la “crew” al ristorante El Coyote su Beverly Blvd. Finiti gli eccessi verbali ubriachi che seguivano. Finiti i giri ad Alavera Street e al mercato messicano nella plaza.
Raccontano storie spaventose sui suoi ultimi giorni: qualcuno dice che vivesse in uno di quei “trailer park” della periferia (anche se possedeva due case) dove l’avevano stuprata, aveva ripreso a prostituirsi. Come al solito è difficile capire cosa fosse vero.

Un vecchio amico, Art Johnson, racconta la storia più tenera mai sentita su di lei.
Amo il tuo Bach, gli dice Judee quando si conoscono, una notte all’inizio degli anni settanta, dopo averlo sentito suonare la chitarra classica.
E le tue melodie me lo ricordano, risponde lui.
Si abbracciano e dormono così tutta la notte.
Lei lo chiama il giorno del Ringraziamento del 1979. Era uno dei pochissimi amici rimastile.
La porta a pranzo da lui, la malinconia non la abbandona, e il viaggio di ritorno è silenzioso. Judee sembra sgomenta, affaticata ma pure rassegnata.
Apre la portiera, lo bacia sulla guancia, scende e rientra in casa senza voltarsi.
Due giorni dopo era morta.
Le ultime parole di ‘The Donor’, l’ultima canzone pubblicata su disco mentre era viva sono:
“Kyrie Eleison”.
Raramente così appropriate: Signore, abbi pietà!
Signore, hai mai ascoltato Judee?

I Dead. Live

La playlist delle migliori versioni (per me) dal vivo delle canzoni dei Grateful Dead.
Mi ero ripromesso di farla più o meno lunga come un loro concerto, e naturalmente non sono riuscito a stare sotto le sei ore e mezza.
Ne mancano molte, non sono proprio in grado di capire qual è la migliore ‘Darkstar’, per dire.
Ci sono tanti anni settanta, che qui si è sostenitori del periodo con Keith e Donna (perdonatemi, deadhead).
Qui soprattutto si venera il culto del vecchio, mitico zio Jerry.
Buon ascolto e, come dice Mickey Hart alla fine dell’ultimo concerto dei 50 anni: Please, be kind!

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Emiliano, sparito

dxk6gb8xgaahojdEmiliano Sala non è Gigi Meroni. È un ragazzo che sognava di diventare il nuovo Batistuta e che è andato in Francia a fare una dignitosa carriera. Al Nantes che avrebbe dovuto lasciare in questi giorni ha fatto una quarantina di gol in circa centoventi partite. I numeri di un Michele Marconi con i grigi, per dire.
Poi l’aereo da turismo che lo portava avanti e indietro da Cardiff dove aveva scelto di proseguire la carriera rinunciando ai (tanti) soldi di quella specie di ritiro anticipato che è il campionato cinese, è sparito dai radar.
Sparito! Sembra da non crederci, no, che si perda un aereo nel volo tra Francia e Gran Bretagna.
E allora ecco il terribile audio in cui dice al fratello che l’aereo è un catorcio, e conclude con un umanissimo “papà ho una gran paura”.
Ecco che rispuntano gli ultimi post, l’addio alla squadra francese e ai compagni con quella scritta “La ultima, ciao” e quei cuori, oltre al rosso anche uno giallo e uno verde, il colore della maglia del Nantes, ecco i tifosi che si ritrovano nella piazza cittadina e mestamente lo ricordano, in attesa della notizia ufficiale.
Emiliano Sala non è Gigi Meroni. È un bravo ragazzo che sognava di diventare il nuovo Batistuta e che adesso ricorderemo, con affetto e dolore, con quel “Tu es plus qu’un joueur, Emiliano, Emiliano Salà, Emiliano Salà, Emiliano Emiliano Salà” che i tifosi del Nantes ieri sera cantavano probabilmente con più forza rispetto a un paio di mesi fa, quando fece una tripletta.

Wonder woman in un anno di sport

Anche il 2018 di Lettera 32 si è concluso con il bilancio dell’anno di sport, tra addii (Gigi Radice uno degli ultimi), ritiri come quello di Arsene Wenger dall’Arsenal, dopo quasi un quarto di secolo, o quello di Fernando Alonso dalla Formula 1 che rinuncia volentieri al suo pilota più interessante per lasciare ulteriore spazio a scialbi ragazzini paganti, tenniste belle (c’è solo l’imbarazzo della scelta, ma al mio numero 1 rimane la Woz), giocate improbabili coronate dal gol in rovesciata di Michele Marconi che ci ha dato la vittoria nella Coppa Italia semipro.
marconi-rovesciata-300x199Come avevo scritto a caldo su Twitter: “dopo Marconi in rovesciata ho visto proprio tutto. Amen”.
A quelle storie ne aggiungo un’altra, il sentito “coccodrillo” (uno dei miei generi letterari preferiti) di una donna piena di coraggio.

Wonder Woman, quella vera

kittymattelEra minuscola Kitty O’Neil, non molto più alta dell’Action Figure che la Mattel le aveva dedicato alla fine degli anni settanta. Eppure quel metro e sessanta scarso, e quei poco più di quaranta chili ingannavano: il fisico di una donna che letteralmente non aveva paura di niente, e che ha fatto praticamente ogni cosa per dimostrarlo.
A quattro mesi una febbre altissima, orecchioni e morbillo avevano lasciato la bambina di Corpus Christi sorda. Non aveva però imparato a leggere i segni, sua madre Cherokee (il padre, che morì collaudando un aereo, era d’origine irlandese) la spinse a imparare a leggere le labbra, e intanto a suonare uno strumento musicale (e lei ne studiò due, piano e violoncello). Poco più che ventenne e destinata a partecipare alle Olimpiadi, specialità tuffi dalla piattaforma, sarà una meningite a cercare di fermarla.
Niente però poteva ostacolare Kitty, neanche le due dita amputate in un incidente durante una gara motociclistica, e ce ne mise un altro concorrente a convincerla a non ripartire per la batteria successiva, e andare invece all’ospedale a farsele riattaccare.
Quel pilota le salvò le dita e, purtroppo, la sposò pure. Duffy Hambleton era infatti un marito violento, che rispunterà nelle cronache quando ammetterà di avere accettato l’offerta dell’attore Robert Blake che lo aveva assunto per uccidere la moglie (una donna che era al decimo matrimonio, tutti con uomini facoltosi). Peraltro fu proprio la testimonianza di Hambleton, ottenuta in cambio della cancellazione di diversi reati, a permettere alla difesa dell’attore di ottenerne l’assoluzione in sede penale, in un caso da legal-thriller che aveva visto coinvolto anche il figlio di Marlon Brando, che sembrava fosse il vero padre del figlio che Blake aveva concepito con la donna prima delle nozze.
*****
Kitty stabiliva record di velocità: con gli sci nautici, con le motociclette, con le barche, più avanti anche con le automobili. C’è un filmato della volta che superò le 300 miglia con una funny car nel deserto del Mojave, per poi capottarsi più volte durante il secondo passaggio sul percorso di un quarto di miglio. Uscita illesa dalla Corvette distrutta, le immagini la mostrano mentre esce dai rottami e dice euforica al capo meccanico: Get Ky. Fix car. Fun! Do again.
Lei era diventata una stunt-woman, intanto. La più coraggiosa e la più brava naturalmente.

On every set, every show, everybody loved Kitty. She was a very beautiful woman, bubbly, positive, a little crazy. She never had fear. You wouldn’t want to ride in a car with her, though.
Su ogni set, in ogni show, tutti amavano Kitty. Era una donna bellissima, esplosiva, positiva, un po’ pazza. Non aveva mai paura. Non avresti voluto andare in auto con lei, però.

Wonder Woman, quella vera.
wonder-womanInfatti era proprio Kitty la controfigura di Lydia Carter, l’interprete della famosa serie televisiva, è proprio lei che in un episodio si lanciò dai quasi quaranta metri del Valley Hilton hotel, stabilendo un record che solo lei avrebbe potuto battere.
E lo fece, ovviamente, questa volta saltando da un elicottero, 55 metri verso un tappeto che visto dall’altro era “grande come un francobollo”, come commenterà dopo l’atterraggio.

Because I was deaf, I had a very positive mental attitude. You have to show people you can do anything.
Siccome ero sorda, avevo un’attitudine mentale davvero positiva. Devi dimostrare alle persone che può fare ogni cosa.

Si ritirò nel 1982, a trentasei anni. Troppi colleghi morti, o tossici come l’ex-marito da cui doveva sfuggire.
Lasciò Los Angeles, forse sperava di trovare finalmente l’uomo giusto per lei, ma questa fu l’unica cosa che la piccola ragazza sorda senza paura, pur capace di tutto, invece non riuscì mai a fare.
Kitty O’Neil è morta nel Sud Dakota il 2 novembre 2018.