Un anno di sport: troppa terra per essere lieve

La mail con il ricordo scritto di getto per Lettera 32, anche con qualche imperfezione, l’ho spedita alle 3:41 del mattino. Mi ero svegliato per un brutto sogno, ho aperto Twitter per cercare di calmarmi e ho letto della morte di Paolo Rossi. Non ho dormito più, erano troppi i sentimenti di quei giorni dell’estate dell’82, di felicità assoluta per me come per un’intera generazione di ragazzi.
Davvero, i morti (anche tra gli sportivi) in questo 2020 sono stati troppi: da quelli per cui il mondo intero ha pianto come Maradona, che sembrava di nuovo il dicembre di quarant’anni fa quando ammazzarono John Lennon, o come Kobe, a quelli che stanno alla pagina-43 del diario della vita di qualcuno di noi.
Troppi anche per chi, come me, è appassionato del genere letterario “coccodrilli”. Abbiamo perso giornalisti che lo sport l’hanno raccontato come epica, da Sergio Zavoli a Gianni Mura, grandi coach: da Don Shula che continua a essere l’unico allenatore della stagione perfetta del football americano a Sergio Vatta che ha allevato intere generazioni di giovani calciatori con grande cuore granata.
O un grande dirigente del basket, ma nelle tante vite perfino veterinario e pure allenatore del primo rivoluzionario (infatti arrivò nel sessantotto) scudetto canturino marchiato Oransoda, come zio Boris Stankovic che credevamo così furbo da battere per sempre la signora con la falce.

fonte: inter.it

Si stanno staccando dall’album le nostre figurine dei calciatori, come se avessimo dimenticato aperto il barattolo della Coccoina:  il marcatore dell’unico nostro titolo europeo Pietruzzo Anastasi come il suo sostituto messicano Pierino Prati, per sempre l’uomo della tripletta nella finale di Coppa dei Campioni in cui il Milan di Rivera dominò contro il giovane Ajax di Cruijff, alla prima apparizione sul grande palcoscenico.
Mariolino Corso (“Tasi mona”) e per rimanere a quella grande Inter Joaquín Peiró, a riformare in paradiso il tabellino dei marcatori della magica serata col Liverpool, luci a San Siro con foglia morta (la specialità della casa) e rapina al portiere, ad aspettarli Facchetti che aveva aggiunto la discesa inarrestabile. O per rigiocare una delle poche clamorose sconfitte di quella squadra, il portiere del Bologna dello spareggio che portò l’ultimo scudetto sotto le due torri: William Negri detto Carburo, soprannome che più d’epoca non si può.
Se ne stanno andando velocemente grandi squadre: l’Inghilterra della “estate di Bobby Charlton” ha perso Jack, il fratello di Bobby (che invece sta tristemente scivolando nella demenza senile), Norman Hunter, il cattivissimo sdentato Nobby Stiles.
E Peter Bonetti, eterna riserva che visse un suo quarto d’ora di celebrità di cui avrebbe fatto volentieri a meno sostituendo il titolare Banks ai mondiali del Messico. Partita da incubo per i “tre leoni” sopra 2-0 e poi rimontati, e per lui che di certo non fu impeccabile sul tiro di Beckenbauer e sui successivi colpi di testa di Seeler e Muller, ma anche prologo voluto dal destino per noi, che ci trovammo così in semifinale con i crucchi, e il resto è la storia del partido del siglo, di cui quest’anno sono ricorsi i cinquant’anni. Bonetti se ne sentì dire di orribili, tanto che la madre scrisse ai giornali chiedendogli di smetterla di essere “mean” col suo ragazzo, si rifece vincendo una coppa europea con il Chelsea e, scelta d’altri tempi, a fine carriera andó sull’isola di Mull a fare il postino.
Tra i portieri, se ne è andato il grande Ray Clemence del Liverpool, e brutti colpi sono arrivati per il magico Ajax di cui mi innamorai da bambino: il gigante Barry Hulshoff, il terzino Suurbier e, rimanendo nella terra dei tulipani, uno che a quella squadra non potè arrivare perché davanti aveva quello col 14. E siccome il destino, specie se ha deciso di accanirsi, non lo cambi, Rob Rensenbrink, ottimo giocatore, sarà per sempre ricordato per avere colpito un palo.
Mentre noi tifosi dei grigi piangiamo Massimo Berta, gran centrocampista, morto ancora giovane.

Anche gli altri sport hanno pagato caro questo anno. Se ne è andato Stirling Moss, da sempre giudicato uno dei più forti piloti a non avere vinto il titolo mondiale della Formula 1, e Tino Brambilla, il fratello maggiore del Monza’s Gorilla, forse pure più forte in moto che in auto, come Vittorio bello focoso, anche se intervistato da Luca Delli Carri sminuiva: “ci sono tanti che hanno voglia di scrivere delle scemate, che devono vendere l’articolo. Come la famosa storia del Bar degli Stupidi: è una leggenda, un’invenzione. Io non ho mai fatto una sfida in strada, né in moto né in macchina. Mai.
È morto Sandro Mazzinghi, il grande rivale di Nino Benvenuti nell’ultimo scorcio di successo popolare della “nobile arte” qui da noi. È morto il piccolo Fernando Atzori, peso mosca con l’oro al collo di Tokyo 1964.
Ed è morto Alan Minter. Aveva una faccia che ti spiegava subito che al pub, o in uno dei numerosi scioperi che caratterizzavano l’Inghilterra degli anni settanta, se c’era da menare le mani lui sarebbe stato il primo. Un picchiatore terribile infatti. Noi lo ricordiamo per una sera dell’estate del 1978, nell’improbabile sede di Bellaria, quando combattè contro Angelo Jacopucci, “il bello di Tarquinia”, “faccia d’angelo”, quello di cui i giornalisti del settore (che lo detestavano) scrivevano cose tremende: “chiacchierone”, “tracotante”, “se avesse veramente del sangue nelle vene”. “Ha paura”. “Non ha incontrato nessuno”. Colpisce e scappa, “il bello di Tarquinia”. Quella sera fecero a botte con una ferocia rara, e naturalmente vinse l’inglese. Jacopucci fece in tempo a sorridere al pubblico e fare un gesto per dire avete visto che non ho paura. Poi andarono a cena insieme, la boxe è come il rugby, finito il combattimento ci si ritrova. Rientrando in albergo Jacopucci vomitò. Ha bevuto troppo pensò Minter, invece era il preavviso dell’emoraggia cerebrale che uccise il pugile di Tarquinia.
Se ne è andata Giuliana Minuzzo, discesista che fu anche una “pioniera” a 5 cerchi, prima donna a leggere il giuramento olimpico, due volte, e Ildegarda Taffra, una delle prime campionesse dello sci di fondo.


Se ne è andata, presto, la Doris De Agostini, “il grissino di Airolo, come viene simpaticamente soprannominata dai compaesani” racconta un servizio della Televisione della Svizzera italiana (Aldo Giovanni e Giacomo non hanno dovuto faticare troppo per i soprannomi dei loro “svizzeri”, si direbbe). Era un’eccezione, la Doris, unica ticinese in una nazionale di sci elvetica che parlava tedesco o a malapena francese, lei che le prime interviste preferiva farle in dialetto. Poco amata, soprattutto dalla Nadig che di certo le invidiava anche quell’altra etichetta che i giornalisti le avevano affibbiato: Doris era diventata “la pin-up della discesa”. Incostante in carriera, si era ritirata giovane appena vinta – finalmente – la coppa del mondo di specialità.

Era uno che non scendeva mai di sella, Aldo Moser. Non lo fece in una delle giornate divenute più celebri nella storia delle sofferenze dello sport del pedale, quella dell’arrivo al Bondone nella bufera al Giro d’Italia 1956, temperatura sottozero, metà dei corridori ritirati gli altri a un passo dall’assideramento. E in sella aspettò, in una carriera tra i professionisti durata due decenni e iniziata che ancora correvano Coppi e Bartali, l’arrivo di un altro dei suoi undici fratelli, quel Francesco che aveva diciassette anni meno di lui e di cui giustamente si diceva che sarebbe diventato un campione. Alla fine l’ha fermato solo il maledetto virus di questo disgraziato 2020.

Anni di sport: 201920182017

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...