À nos amours

Io, però, non volevo come mia princesse Pascale Ogier.
Io per quel ruolo avevo scelto Sandrine Bonnaire.

– Ai nostri amori (’84).
(Coincidenza: ‘A notre amour’ è pure l’iscrizione sulla tomba di Pascale Ogier, sepolta – ovvio – al Cimitero del Père-Lachaise.)
La Stampa, recensendo il film: “I giovani non lo sanno ma anche i vecchi sono infelici” (letta adesso mi fa tutt’altro effetto di allora, ho avuto il tempo di capirlo da me).
Maurice Pialat, il regista, scopre per caso Sandrine Bonnaire quindicenne. Aveva accompagnato ai provini in cui si cercavano le figuranti una delle sue sorelle. Bonnaire viene da una famiglia molto numerosa, sono in tutto undici figli, la madre è testimone di Geova, lei ha rimosso quell’infanzia in cui non hanno mai festeggiato Natale o i compleanni (J‘ai une amnésie, peut-être pas inconsciente, mais totale de mon enfance).
Unico film, a parte il proprio testamento ‘Notti selvagge’, in cui recita Cyril Collard.
Da noi uscì dopo il prossimo (che venne girato successivamente).

– Senza tetto né legge (’85).
“La protagonista Monà – dice la regista – è un esempio tipico di quel nuovo genere di vagabondaggio femminile che si sta diffondendo in questi anni. Per la maggior parte si tratta di donne, che non hanno una particolare ideologia, non cercano semplicemente la libertà, ma esprimono soprattutto il loro senso di rifiuto.”
Ecco, se vi è capitato di vedere e di amare ‘Into the Wild – Nelle terre selvagge’ pensate a una vicenda umana ancor più dolorosa, mostrata con ancora meno compromessi.
La regista è Agnès Varda, compie novant’anni a fine maggio, e quest’anno le hanno dato l’Oscar alla carriera (a proposito del Père-Lachaise, lei è stata tra le pochissime persone al funerale di Jim Morrison, la cui morte si seppe solo dopo che le esequie erano state celebrate).
La protagonista è Sandrine Bonnaire. Se l’avevi vista recitare in questo film non potevi scordartela, mai più. Oggi è diventata una signora, molto chic, e dirige documentari (uno recente su Marianne Faithful – curioso il link tra Bonnaire, Varda, la morte di Morrison: il conte, junkie e spacciatore Jean de Breteuil, che all’epoca stava con Marianne). Il suo incubo confessato: “Avoir du gravier dans la bouche”. Ricordo della notte del 2000 in cui, a Parigi, la pestarono su commissione, distruggendole mezza faccia (ha placche in titanio nella mandibola) e rompendole quasi tutti i denti.

– Un affare di donne (’88)
Quella ghigliottina, alla fine, ogni spettatore se la sente proprio cadere sulla propria, di testa (almeno questo è il nitido ricordo che ho, di quando lo vidi al cinema).
La storia, vera, di una delle ultime donne condannate a morte in Francia, e l’unica per il reato di praticare aborti.
Claude Chabrol, veterano della cinepresa, grande mestiere, trova la sua musa nella Huppert, che qui è almeno straordinaria.
Marcio è il frutto del ventre tuo: “indimenticabile la blasfema preghiera alla Vergine Maria del finale”.

– Arrivederci ragazzi (’87).
Un altro film che fa male, un altro ambientato al tempo della seconda guerra mondiale, in un collegio dei Carmelitani Scalzi che ospita alcuni ragazzi di religione ebraica (ovviamente finirà in tragedia). Romanza la storia vera di padre Jacques de Jésus: deportato per avere nascosto i ragazzini ebrei all’inizio del ’44, morì meno di un mese dopo la liberazione da Mauthausen.
Louis Malle, sui cui ricordi si basa in parte il film (infatti il primo titolo di lavoro è ‘My little madeleine’), torna a girare in Francia dopo una lunga parabola hollywoodiana, con tra gli altri il memorabile ‘Atlantic City’ e il molto meno memorabile ‘Alamo Bay’.

– Nikita (’90).
“Un film finto e pretenzioso”, “inquadrature stereotipate e traslucide, degne della peggiore tradizione pubblicitaria” …mi sa che al Mereghetti non è granché piaciuto: d’altronde è il tipico esempio di cinema piaciuto poco ai critici e moltissimo al pubblico.
Indubbiamente quello di Besson è un film “mainstream”, come si direbbe ora. Molto citato, molto imitato. L’inizio, adrenalinico, si fa ricordare.
Parillaud, un passato da giovane flirt di Delon, quando venne girato Nikita anche moglie del regista che ha scritto la parte della protagonista per lei, è ricordata principalmente per questo ruolo.

 

Coda
Un paio di film che sconfinano ma che avrebbero diritto di stare nel ciclo. Entrambi realizzati da “veterani” già visti, come Bertrand Tavernier (‘La morte in diretta’, ‘Round Midnight’) e Eric Rohmer (‘Le notti della luna piena’)
– Legge 627. Tavernier lo gira nel 1992, e conferma (se ce ne fosse stato bisogno) la propria versatilità. Scritto insieme a un ex-poliziotto, racconta la vita quotidiana di un gruppo di poliziotti dell’antidroga (il titolo è l’articolo del vecchio “Code de la santé publique” che proibisce uso e spaccio di stupefacenti). Girato che sembra un documentario (non ci si deve aspettare di vedere un poliziesco). Il figlio del regista, Nils, che qui recita, è stato a lungo un “soggetto” da legge 627 e di certo ha ispirato almeno in parte l’idea della pellicola.
– L’albero, il sindaco e la mediateca. Rohmer lo gira nel ’93. Non fa parte dei suoi “seriali” (i Sei racconti morali, Commedie e proverbi tra cui appunto ‘Le notti della luna piena’, e Racconti delle quattro stagioni), anche se è comunque diviso in capitoli. L’albero è un salice bianco. Girato in Vandea, regione che da noi poco dopo l’uscita del film ebbe un momento di notorietà mediatica per tutt’altre ragioni (legata all’elezione della Pivetti alla presidenza della Camera, ma ormai di questo ci siamo del tutto dimenticati).

La prima parte: Un souffle au coeur

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