Morte di un dongiovanni

Mi hanno definito poeta
E forse per un po’ lo sono stato davvero…
Sono stati tanto gentili da definirmi anche cantante
Anche se non sono tanto intonato…
Per molti anni mi hanno chiamato il monaco
Mi rasavo la testa, indossavo una tunica e mi alzavo di buon’ora
Odiavo tutti, ma mi mostravo generoso
Nessuno mi ha mai smascherato…
La mia reputazione di dongiovanni è ridicola
Ne ho riso amaramente nelle diecimila notti
Passate in solitudine…

Verso la metà degli anni settanta Leonard Cohen, poeta, cantante, dongiovanni (non ancora monaco), aveva inciso quattro dischi, considerati soprattutto negli Stati Uniti troppo deprimenti (la sua musica intima e profonda verrà capita e apprezzata solo in seguito). Era depresso, e beveva decisamente troppo. L’ultimo suo disco ‘New Skin for the Old Ceremony’ era del 1974. Aveva pensato di dargli un seguito (Songs for Rebecca) e aveva iniziato a lavorarci, ma aveva smesso.
Phil Spector, il bizzarro gnomo che negli anni sessanta aveva prodotto canzoni pop  arricchendole con suoni magniloquenti, era ormai considerato un artista del passato. Proprio come per Elvis, pur essendo anagraficamente un coetaneo di Dylan e dei Beatles, la sua arte era superata. Proprio i Beatles, che lui considerava gli unici degni della grandezza del suo lavoro, gli avevano peraltro dato una delle ultime possibilità di tornare protagonista della musica contemporanea. Aveva messo mano alle confuse registrazioni di ‘Let It Be’ (con fastidio di Paul). Aveva prodotto ‘Instant Karma’, il primo singolo di Lennon all’altezza delle cose fatte col gruppo. Aveva prodotto lo straordinario disco di esordio solista di George Harrison. Aveva poi lavorato in studio, di nuovo con Lennon. La produzione di ‘Rock’n’Roll’ era stata una follia. John, cacciato di casa da Yoko, viveva tra eccessi il suo “lost weekend” mentre la paranoia di Spector era sempre più difficile da controllare. La sua passione per le armi, che portava con sé anche in sala d’incisione, stava diventando un problema. Mentre registravano ‘Rock’n’Roll’ una notte sparò in aria, assordando John. “Phil – gli disse Lennon – se devi uccidermi fallo. Ma non fottermi l’udito, mi serve.” (Una frase agghiacciante, riletta col senno di poi).

tumblr_ncnx9uoemr1qep50ao1_1280Il produttore che aveva già iniziato a vivere da recluso nella sua tenuta di L.A. una sera, in una rarissima uscita, andò a vedere un concerto di Cohen. I due, complice l’eccesso di alcol, si piacquero. Quello che successe dopo è leggenda: Cohen e signora furono invitati a cena, e quando cercarono di andarsene vennero convinti a restare dalle guardie armate che sempre circondavano Phil. Ma questo non dissuase il cantante canadese, che cercava ispirazione per il suo lavoro, e anzi iniziarono a scrivere canzoni nella gelida casa di Spector (dovevo tenere sempre addosso il cappotto, ricorderà Cohen, perché la temperatura era costantemente vicina agli zero gradi).
E fin lì le cose andarono ancora bene. La follia di Spector non dispiaceva a Leonard, come non gli dispiaceva il fatto che entrambi avvertissero la sacralità delle canzoni.
Quando si passò a incidere quel che avevano scritto, però, le stranezze diventarono davvero… strane.

Tra tutti i musicisti del “nuovo mondo”, di certo Cohen era quello che più di tutti poteva essere definito uno chansonnier. Da noi, allora, era conosciuto soprattutto per la versione di ‘Suzanne’ che aveva cantato De André. E per ‘Sisters Of Mercy’ che accompagnava una delle scene più suggestive del western altra-Hollywood ‘I compari’ di Robert Altman. Musicava le sue liriche tristi che sussurrava con voce profonda, accompagnato dalla chitarra, da pochi strumenti, e da cori femminili che erano, e vieppiú diventeranno il suo marchio-di-fabbrica.
In passato aveva sempre rifiutato che i suoi dischi fossero troppo prodotti, aveva sempre rifiutato troppi strumenti, o la batteria, nelle sue canzoni.
Quando entrò in studio di registrazione, lo trovò così affollato che ci si muoveva a stento, tra persone microfoni e strumenti. C’erano quaranta musicisti, tra cui due batteristi, diversi percussionisti, mezza dozzina di chitarristi, una sezione di fiati, coriste e tastieristi. C’erano le guardie del corpo, sempre alle prese con droga e armi.
Li dirigeva dalla consolle Spector urlando finché ognuno non faceva esattamente quel che lui diceva loro. Quel che diceva loro non era necessariamente sensato. Era sempre ubriaco. Era sempre armato. Una notte afferrò Cohen con la mano libera dalla bottiglia di vino kosher. Gli puntò un revolver al collo. “Leonard, ti amo” disse. “Spero sia vero, Phil” rispose l’altro scostando lentamente la canna della pistola.

ladies-manIl disco ‘Death of a Ladies’ Man’ fu pubblicato a novembre del 1977. Quasi tutti i fan di Cohen lo odiarono. La sua creatività era stata a livelli decisamente più alti, certo, come dimostrava il fatto che una delle canzoni i chiamasse ‘Non andare a casa col cazzo duro’ (Don’t Go Home With Your Hard On), non proprio la promessa di un qualcosa di memorabile.
Anche i critici non furono teneri. La cattiva musica, qui, scrive Robert Christgau (uno che di solito ha parlato molto bene dei dischi del canadese), non è colpa di Phil Spector. La cosa peggiore dei suoi arrangiamenti, banali come sono, è che mancano di una porta. Di solito, Cohen sussurra, mormora, geme, gracchia e perfino urla attraverso la musica. Qui deve cercare di cantarci sopra, senza cambiare il volume e il timbro con cui lo fa.
Fu insomma il punto più basso della sua carriera. Eppure resta un disco mai noioso, affascinante come ogni cosa fatta da Leonard Cohen, sebbene di un differente fascino, intriso del profano anziché specchiato nel sacro, seppur sempre terreno.

Canadian singer and poet Leonard Cohen i

Leonard Cohen è morto pochi giorni fa. Aveva 82 anni. Vestiva sempre perfetti abiti sartoriali. È stato poeta, cantante, dongiovanni, anche monaco, nei novanta. Quando ha lasciato dopo diversi anni il monastero in cima al ghiacciaio di Mount Baldy la sua manager gli aveva sottratto dieci milioni e tutto il catalogo delle canzoni scritte, che aveva venduto. Si ritrovò con centocinquanta dollari, costretto a girare il mondo per esibirsi in concerti. Suonati benissimo, gli conquistarono un successo di pubblico mai avuto prima, quando era ormai ultra settantenne. E fu portato a registrare nuovi dischi (fino all’ultimo uscito pochi mesi fa), in cui fare i conti con la sua mortalità, lui ebreo che aveva sempre  flirtato con le religioni, tanto quanto con le donne.
Ha scritto canzoni memorabili, in una carriera iniziata tardi, dopo i trent’anni, età inconcepibile per la scena musicale della seconda metà degli anni sessanta. Le mie preferite, tra tante, sono ‘Everybody Knows’, che toglie ogni dubbio su ciò che “tutti sanno” (meglio: sappiamo) e ‘Famous Blue Raincoat’, perfetta cronaca degli amori bohémien di quel periodo del ventesimo secolo.

(Sincerely, a fan)

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