I Dead. Live

La playlist delle migliori versioni (per me) dal vivo delle canzoni dei Grateful Dead.
Mi ero ripromesso di farla più o meno lunga come un loro concerto, e naturalmente non sono riuscito a stare sotto le sei ore e mezza.
Ne mancano molte, non sono proprio in grado di capire qual è la migliore ‘Darkstar’, per dire.
Ci sono tanti anni settanta, che qui si è sostenitori del periodo con Keith e Donna (perdonatemi, deadhead).
Qui soprattutto si venera il culto del vecchio, mitico zio Jerry.
Buon ascolto e, come dice Mickey Hart alla fine dell’ultimo concerto dei 50 anni: Please, be kind!

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Emiliano, sparito

dxk6gb8xgaahojdEmiliano Sala non è Gigi Meroni. È un ragazzo che sognava di diventare il nuovo Batistuta e che è andato in Francia a fare una dignitosa carriera. Al Nantes che avrebbe dovuto lasciare in questi giorni ha fatto una quarantina di gol in circa centoventi partite. I numeri di un Michele Marconi con i grigi, per dire.
Poi l’aereo da turismo che lo portava avanti e indietro da Cardiff dove aveva scelto di proseguire la carriera rinunciando ai (tanti) soldi di quella specie di ritiro anticipato che è il campionato cinese, è sparito dai radar.
Sparito! Sembra da non crederci, no, che si perda un aereo nel volo tra Francia e Gran Bretagna.
E allora ecco il terribile audio in cui dice al fratello che l’aereo è un catorcio, e conclude con un umanissimo “papà ho una gran paura”.
Ecco che rispuntano gli ultimi post, l’addio alla squadra francese e ai compagni con quella scritta “La ultima, ciao” e quei cuori, oltre al rosso anche uno giallo e uno verde, il colore della maglia del Nantes, ecco i tifosi che si ritrovano nella piazza cittadina e mestamente lo ricordano, in attesa della notizia ufficiale.
Emiliano Sala non è Gigi Meroni. È un bravo ragazzo che sognava di diventare il nuovo Batistuta e che adesso ricorderemo, con affetto e dolore, con quel “Tu es plus qu’un joueur, Emiliano, Emiliano Salà, Emiliano Salà, Emiliano Emiliano Salà” che i tifosi del Nantes ieri sera cantavano probabilmente con più forza rispetto a un paio di mesi fa, quando fece una tripletta.

Wonder woman in un anno di sport

Anche il 2018 di Lettera 32 si è concluso con il bilancio dell’anno di sport, tra addii (Gigi Radice uno degli ultimi), ritiri come quello di Arsene Wenger dall’Arsenal, dopo quasi un quarto di secolo, o quello di Fernando Alonso dalla Formula 1 che rinuncia volentieri al suo pilota più interessante per lasciare ulteriore spazio a scialbi ragazzini paganti, tenniste belle (c’è solo l’imbarazzo della scelta, ma al mio numero 1 rimane la Woz), giocate improbabili coronate dal gol in rovesciata di Michele Marconi che ci ha dato la vittoria nella Coppa Italia semipro.
marconi-rovesciata-300x199Come avevo scritto a caldo su Twitter: “dopo Marconi in rovesciata ho visto proprio tutto. Amen”.
A quelle storie ne aggiungo un’altra, il sentito “coccodrillo” (uno dei miei generi letterari preferiti) di una donna piena di coraggio.

Wonder Woman, quella vera

kittymattelEra minuscola Kitty O’Neil, non molto più alta dell’Action Figure che la Mattel le aveva dedicato alla fine degli anni settanta. Eppure quel metro e sessanta scarso, e quei poco più di quaranta chili ingannavano: il fisico di una donna che letteralmente non aveva paura di niente, e che ha fatto praticamente ogni cosa per dimostrarlo.
A quattro mesi una febbre altissima, orecchioni e morbillo avevano lasciato la bambina di Corpus Christi sorda. Non aveva però imparato a leggere i segni, sua madre Cherokee (il padre, che morì collaudando un aereo, era d’origine irlandese) la spinse a imparare a leggere le labbra, e intanto a suonare uno strumento musicale (e lei ne studiò due, piano e violoncello). Poco più che ventenne e destinata a partecipare alle Olimpiadi, specialità tuffi dalla piattaforma, sarà una meningite a cercare di fermarla.
Niente però poteva ostacolare Kitty, neanche le due dita amputate in un incidente durante una gara motociclistica, e ce ne mise un altro concorrente a convincerla a non ripartire per la batteria successiva, e andare invece all’ospedale a farsele riattaccare.
Quel pilota le salvò le dita e, purtroppo, la sposò pure. Duffy Hambleton era infatti un marito violento, che rispunterà nelle cronache quando ammetterà di avere accettato l’offerta dell’attore Robert Blake che lo aveva assunto per uccidere la moglie (una donna che era al decimo matrimonio, tutti con uomini facoltosi). Peraltro fu proprio la testimonianza di Hambleton, ottenuta in cambio della cancellazione di diversi reati, a permettere alla difesa dell’attore di ottenerne l’assoluzione in sede penale, in un caso da legal-thriller che aveva visto coinvolto anche il figlio di Marlon Brando, che sembrava fosse il vero padre del figlio che Blake aveva concepito con la donna prima delle nozze.
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Kitty stabiliva record di velocità: con gli sci nautici, con le motociclette, con le barche, più avanti anche con le automobili. C’è un filmato della volta che superò le 300 miglia con una funny car nel deserto del Mojave, per poi capottarsi più volte durante il secondo passaggio sul percorso di un quarto di miglio. Uscita illesa dalla Corvette distrutta, le immagini la mostrano mentre esce dai rottami e dice euforica al capo meccanico: Get Ky. Fix car. Fun! Do again.
Lei era diventata una stunt-woman, intanto. La più coraggiosa e la più brava naturalmente.

On every set, every show, everybody loved Kitty. She was a very beautiful woman, bubbly, positive, a little crazy. She never had fear. You wouldn’t want to ride in a car with her, though.
Su ogni set, in ogni show, tutti amavano Kitty. Era una donna bellissima, esplosiva, positiva, un po’ pazza. Non aveva mai paura. Non avresti voluto andare in auto con lei, però.

Wonder Woman, quella vera.
wonder-womanInfatti era proprio Kitty la controfigura di Lydia Carter, l’interprete della famosa serie televisiva, è proprio lei che in un episodio si lanciò dai quasi quaranta metri del Valley Hilton hotel, stabilendo un record che solo lei avrebbe potuto battere.
E lo fece, ovviamente, questa volta saltando da un elicottero, 55 metri verso un tappeto che visto dall’altro era “grande come un francobollo”, come commenterà dopo l’atterraggio.

Because I was deaf, I had a very positive mental attitude. You have to show people you can do anything.
Siccome ero sorda, avevo un’attitudine mentale davvero positiva. Devi dimostrare alle persone che può fare ogni cosa.

Si ritirò nel 1982, a trentasei anni. Troppi colleghi morti, o tossici come l’ex-marito da cui doveva sfuggire.
Lasciò Los Angeles, forse sperava di trovare finalmente l’uomo giusto per lei, ma questa fu l’unica cosa che la piccola ragazza sorda senza paura, pur capace di tutto, invece non riuscì mai a fare.
Kitty O’Neil è morta nel Sud Dakota il 2 novembre 2018.

La fine dell’estate

La fine dell’estate è arrivata più in fretta di quanto volessimo, canta John Prine.
E con la fine dell’estate, la fine dell’anno.
E con la fine dell’anno (accidenti, ero partito bene e ora sto per scivolare) la graduatoria delle più belle canzoni di questo 2018.
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L’olimpo della hit-parade 
Le prime tre, a mia insindacabile scelta, quest’anno sono:
Nina Cried Power di Hozier, che pure non adoro particolarmente, in duetto da brividoni lungo la schiena con Mavis Staples


Hangout at the Gallows di Father John Misty perché bisogna ammettere che Josh Tillman ha scritto la purissima canzone pop, quella che appena finita la rimetti subito sul piatto

Summer’s End di John Prine. Il buon vecchio John Prine ha fatto un disco magnifico, e questa canzone già splendida di suo si accompagna con un video assolutamente da guardare coi fazzoletti pronti: siccome un po’ di impegno non guasta, con la storia di nonno e nipotina che hanno perso figlia e madre per una overdose accende i riflettori sulla tragica crisi delle morti per oppiacei

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Le altre in classifica
Vi ricordavate quante canzoni nella hit-parade di Lelio Luttazzi? Io me ne ricordavo dieci e invece no, erano solo otto. Quindi le posizioni dalla quarta all’ottava:
#4 I Superorganism con Everybody Wants to Be Famous
#5 The Glands con Pleaser
#6 Courtney Barnett con Need a Little Time
#7 Cat Power con In Your Face
#8 I’m With Her con Overland
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Nell’estate

Confesso, sono stato diverse ore a guardare le numerose versioni live della canzone dei Superorganism, sempre più divertito, affascinato dall’originalità e ipnotizzato da Orono (che è un ologramma di sicuro).
Ho pensato cosa mi potessero ricordare, ho scartato Tubthumping dei Chumbawamba, ho scartato i Gorillaz e gli Sha-Na-Na. Alla fine quel che gli va più vicino, senza raggiungerli, è In The Summertime dei Mungo Jerry, secondo me.
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Dischi caldi di Giancarlo Guardabassi
Senza un ordine definito, tranne il “disco caldo” che è Wide Awake di Parquet Courts, più David Byrne dell’album che l’originale ha fatto uscire quest’anno.
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Gli altri:
Big God di Florence + The Machine
Your Dog di Soccer Mommy
Make Me Feel di Janelle Monáe
Gonna Be A Darkness dei The Jayhawks
The One di Jorja Smith
Last Lion of Albion di Neko Case
Faceplant di Ruston Kelly
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Alla scrivania
superorganism
Sono imperdibili i concerti che si tengono alla scrivania di Bob Boilen della NPR, la radio pubblica americana. Proprio alla scrivania, eh, i musicisti in uno spazio angusto, di giorno, “senza rete” come si diceva con termine mutuato dal circo.
La serie si chiama appunto ‘Tiny Desk Concerts’ e i migliori del 2018 sono secondo me Florence + The Machine (il I’m sorry I’m shy di Florence Welch colora di fiori una prestazione vocale da pelle d’oca), i già citati Superorganism anche qui divertentissimi, il vecchio John Prine magico, due trii femminili acustici giovani giovani come Boygenius e I’m With Her, l’esordiente e in rapida affermazione Jorja Smith e The Weather Station che in queste classifiche c’erano un anno fa.
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Le puntate precedenti
Nel 2017 “UMILE.“, nel 2016 non l’avevo fatta chissa perché, nel 2015 la retrospettiva di “Negli specchietti retrovisori” e nel 2014 “IN REVERSE“.

Dulce et decorum est

L’armistizio fu firmato alle 5 del mattino dell’11 novembre 1918, ma la guerra sarebbe finita solo più tardi, all’undicesima ora dell’undicesimo giorno dell’undicesimo mese…

Durante la prima guerra mondiale, infine terminata giusto cent’anni fa, durata “un periodo di tempo relativamente breve, quattro anni e tre mesi” che tuttavia “ha ispirato, sconcertato e turbato l’intero secolo che l’ha seguita“, tra le innumerevoli storie (tragiche) dei giovani che l’hanno combattuta molte sono quelle di sportivi.
Ne racconto nella mia rubrica settimanale ‘Lettera 32‘ per CorriereAL.

Giuseppe-Sinigaglia

La prima parte

La seconda parte

Cartoline dal 1978, Correndo a vuoto

Tre settimane per il crowdfunding editoriale di Correndo a vuoto, già molti ne hanno scritto come potete leggere sotto e il libro si ordina a:

https://bookabook.it/libri/correndo-a-vuoto/

Nella seconda e terza parte (Correndo a vuoto e Tre labirinti, legate alla prima da un “bridge”, per usare un’espressione mutuata dalla musica), Gabriele fa il liceo. Ha la grande passione per la corsa. Crescendo in una città di provincia, quello che succede in quel 1978 è più percepito che vissuto in prima persona. Frequenta, a scuola e fuori, i ragazzi della sinistra, che però non lo considerano dei loro, visto che viene da una tipica famiglia borghese. Suo compagno di banco e migliore amico è Effe, figlio di un operaio di una locale fabbrica in crisi. Quando in classe arriva Nora, tutto cambia.

Correre è da solitari, e anche quando incroci qualcun altro che corre come te, ti scambi al massimo un cenno d’intesa, difficile che ti metti a sprecare il fiato per chiacchierare. Gabriele usciva dal palazzo tra le sei e le sette, mentre la città iniziava a svegliarsi.

“Alessandrini tutti io ve lo consiglio: il libro di Beppe Giuliano Monighini è bello, divertente, c’è tanto di noi della nostra città e molto altro. Credetemi!”
Antonella Mariotti, giornalista ‘La Stampa’

“Correndo a vuoto’ è un libro, è un pezzo di storia italiana, è una Playlist, è un progetto di crowdfunding.
Lasciatevi incuriosire.”
Jacopo Suppo