Cartoline dal 1978, Correndo a vuoto

Tre settimane per il crowdfunding editoriale di Correndo a vuoto, già molti ne hanno scritto come potete leggere sotto e il libro si ordina a:

https://bookabook.it/libri/correndo-a-vuoto/

Nella seconda e terza parte (Correndo a vuoto e Tre labirinti, legate alla prima da un “bridge”, per usare un’espressione mutuata dalla musica), Gabriele fa il liceo. Ha la grande passione per la corsa. Crescendo in una città di provincia, quello che succede in quel 1978 è più percepito che vissuto in prima persona. Frequenta, a scuola e fuori, i ragazzi della sinistra, che però non lo considerano dei loro, visto che viene da una tipica famiglia borghese. Suo compagno di banco e migliore amico è Effe, figlio di un operaio di una locale fabbrica in crisi. Quando in classe arriva Nora, tutto cambia.

Correre è da solitari, e anche quando incroci qualcun altro che corre come te, ti scambi al massimo un cenno d’intesa, difficile che ti metti a sprecare il fiato per chiacchierare. Gabriele usciva dal palazzo tra le sei e le sette, mentre la città iniziava a svegliarsi.

“Alessandrini tutti io ve lo consiglio: il libro di Beppe Giuliano Monighini è bello, divertente, c’è tanto di noi della nostra città e molto altro. Credetemi!”
Antonella Mariotti, giornalista ‘La Stampa’

“Correndo a vuoto’ è un libro, è un pezzo di storia italiana, è una Playlist, è un progetto di crowdfunding.
Lasciatevi incuriosire.”
Jacopo Suppo

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Cartoline dal 1967, Correndo a vuoto

Siamo nell’ultimo mese del crowdfunding editoriale di Correndo a vuoto, già molti ne hanno scritto come potete leggere sotto e il libro si ordina a:

https://bookabook.it/libri/correndo-a-vuoto/

Nella prima parte (Blowup), ambientata nel 1967, Gabriele attende di
iniziare la scuola elementare, passa l’estate in vacanza con la madre in un paese della riviera ligure mentre il padre lavora e li raggiunge nei fine settimana. Da grande vuole fare il pilota degli aeroplani, l’anno passato diceva il gommista. Ha imparato a leggere prima di iniziare la scuola, gattonando sui quotidiani, e racconta spesso alla mamma o alla nonna una qualche notizia che l’ha particolarmente colpito. Sono proprio le notizie, quello che succede fuori dalla casa in cui vive con loro mentre il padre lavora quasi sempre via, a scandire il racconto di un anno di vita del bambino, figlio unico di una famiglia come tante allora.

 

“Questo libro ha qualche cosa di davvero originale. Colpisce una grandissima attenzione, quasi parola per parola, a mettere in relazione la storia del protagonista con la storia con la esse maiuscola, con le piccole storie dei personaggi.”
Roberto Botta, direttore della biblioteca civica di Casale

“La sua penna dà veramente il meglio, e ‘apre’ con pochi flash incisivi la memoria su un’epoca che si sta inevitabilmente allontanando, e che per il nostro paese è stata certamente irripetibile: passioni, misteri, violenza, ma anche e soprattutto entusiasmo (autentico, spesso anche naif) e voglia di futuro. Un’Italia che oggi ci manca moltissimo.”
Ettore Grassano, direttore di CorriereAL

“E’ un commovente e ironico “amarcord”, ma non solo, quello scritto da Monighini, molti di quella generazione troppo giovane nel ’68 e immersa nei difficili Settanta si ritroveranno con luoghi, cibi, e mamme e nonne un po’ tutte uguali e diverse”
La Stampa Alessandria

Ci è stato dato bel tempo

Torna il mio (quasi) tradizionale post agostano sulle serie tv.
Dopo Tu.Sei.Numero.Sei e Alcune bambine crescono desiderando un pony.
Questa volta (anche) sotto forma di playlist di Spotify

https://open.spotify.com/embed/user/1166932640/playlist/2rGy7FDdI2hQ89fF1N9Tiu

E le serie sono:
Nolite te bastardes
The Handmaid’s Tale è una delle più belle degli ultimi anni, o forse di sempre, e sta diventando un fenomeno di costume (non qui da noi, anche perché è semisepolta su Tim Vision). Orange Is The New Black sta diventando un ergastolo per la protagonista, che pure aveva solo una breve condanna da scontare, all’inizio. True Detective meravigliosa nella prima stagione, meno nella seconda ma con la sigla iniziale di Leonard Cohen mozzafiato. ‘Paradise Circus’ apriva la già citata Luther, che di canzoni da ricordare ne aveva un canestro pieno (ma la regola qui è, rigorosamente: una sola canzone per serie, una sola canzone per musicista). ‘Edelweiss’ stava in un film famosissimo e adesso apre The Man In The High Castle, che ha un papà nobilissimo in Philip Dick, e ricostruisce un mondo ucronico parecchio affascinante.

Le lacrime di Nora
Le canzoni da piangere vengono da This Is Us in cui ad ogni puntata – infatti – si piange, da una serie di Shonda in cui ad ogni puntata qualcuno muore o ci va molto vicino (il meglio è quando qualcuno muore ma poi no), da Secrets and Lies dove non sapremo mai se Cornell è morta o poi no. E dalla serie delle serie, nella stagione delle stagioni (la terza e ultima), con l’immenso dolore di Nora, il personaggio dei personaggi.

Per quattro biglietti di banca
Fargo sarebbe bellissima anche senza il Minnesota? E: un territorio può essere candidato per un Emmy come protagonista, vero?
Tutte domande senza risposta, come quella che mi faccio fin dall’inizio guardando Billions (è sulla moglie del personaggio interpretato da Paul Giamatti, nel caso foste curiosi). Invece: chi non vorrebbe essere – almeno per qualche giorno, Wags?
Ultima domanda: come si fa a pensare di ambientare una serie di successo nel Minnesota? A questa aveva già risposto Mary Tyler Moore tanti anni fa, e la sigla della serie è rigorosamente nella cover degli Hüsker Dü (già, come si fa a diventare una delle band più importanti di sempre nel Minnesota?)

Bonus track
Visto che su Spotify non si trova, ecco il video di ‘Container’, sigla di The Affair, che terminerà dopo cinque stagioni senza che nessuno abbia davvero capito la ragione per cui la guarda. A parte Ruth Wilson, naturalmente. E la canzone, fantastica, di Fiona Apple.

Anche se ogni stagione dovrebbe sempre chiudersi con una domanda la cui risposta è lasciata, ansiosamente, all’inizio della successiva, e avevo chiuso la scorsa stagione sulle serie tv nel dubbio se ci sarebbe stata una terza, stavolta posso già confermare che ci sarà una quarta. Anche perché neanche questa volta ho scritto di Taxi.

Correndo a vuoto su La Stampa

L’editore ha creduto nel romanzo “Correndo a vuoto” e ci crede molto anche chi lo ha letto in anteprima.
– La Stampa, 18 luglio

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Intanto continuano le presentazioni, oggi 18 luglio alla Biblioteca Civica di Casale M. e venerdì 20 ad Alessandria (Gabriele torna a casa).
E continua la campagna di crowdfunding editoriale sul sito della casa editrice Bookabook

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Correndo a vuoto

Gabriele, nato all’inizio degli anni sessanta: bambino nel 1967, il liceo e la passione per la corsa nel 1978. Due anni molto importanti, non solo per lui. E quando in classe a metà anno arriva Nora, tutto cambia.

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Gabriele è il personaggio principale di ‘Correndo a vuoto’, che sarebbe il mio libro, poi.

La pagina sul sito della casa editrice “bookabook”. Si possono trovare la “quarta di copertina”, un’anteprima (e si può preordinare):
https://bookabook.it/libri/correndo-a-vuoto/

Invece, la prima intervista, quella di CorriereAL

À nos amours

Io, però, non volevo come mia princesse Pascale Ogier.
Io per quel ruolo avevo scelto Sandrine Bonnaire.

– Ai nostri amori (’84).
(Coincidenza: ‘A notre amour’ è pure l’iscrizione sulla tomba di Pascale Ogier, sepolta – ovvio – al Cimitero del Père-Lachaise.)
La Stampa, recensendo il film: “I giovani non lo sanno ma anche i vecchi sono infelici” (letta adesso mi fa tutt’altro effetto di allora, ho avuto il tempo di capirlo da me).
Maurice Pialat, il regista, scopre per caso Sandrine Bonnaire quindicenne. Aveva accompagnato ai provini in cui si cercavano le figuranti una delle sue sorelle. Bonnaire viene da una famiglia molto numerosa, sono in tutto undici figli, la madre è testimone di Geova, lei ha rimosso quell’infanzia in cui non hanno mai festeggiato Natale o i compleanni (J‘ai une amnésie, peut-être pas inconsciente, mais totale de mon enfance).
Unico film, a parte il proprio testamento ‘Notti selvagge’, in cui recita Cyril Collard.
Da noi uscì dopo il prossimo (che venne girato successivamente).

– Senza tetto né legge (’85).
“La protagonista Monà – dice la regista – è un esempio tipico di quel nuovo genere di vagabondaggio femminile che si sta diffondendo in questi anni. Per la maggior parte si tratta di donne, che non hanno una particolare ideologia, non cercano semplicemente la libertà, ma esprimono soprattutto il loro senso di rifiuto.”
Ecco, se vi è capitato di vedere e di amare ‘Into the Wild – Nelle terre selvagge’ pensate a una vicenda umana ancor più dolorosa, mostrata con ancora meno compromessi.
La regista è Agnès Varda, compie novant’anni a fine maggio, e quest’anno le hanno dato l’Oscar alla carriera (a proposito del Père-Lachaise, lei è stata tra le pochissime persone al funerale di Jim Morrison, la cui morte si seppe solo dopo che le esequie erano state celebrate).
La protagonista è Sandrine Bonnaire. Se l’avevi vista recitare in questo film non potevi scordartela, mai più. Oggi è diventata una signora, molto chic, e dirige documentari (uno recente su Marianne Faithful – curioso il link tra Bonnaire, Varda, la morte di Morrison: il conte, junkie e spacciatore Jean de Breteuil, che all’epoca stava con Marianne). Il suo incubo confessato: “Avoir du gravier dans la bouche”. Ricordo della notte del 2000 in cui, a Parigi, la pestarono su commissione, distruggendole mezza faccia (ha placche in titanio nella mandibola) e rompendole quasi tutti i denti.

– Un affare di donne (’88)
Quella ghigliottina, alla fine, ogni spettatore se la sente proprio cadere sulla propria, di testa (almeno questo è il nitido ricordo che ho, di quando lo vidi al cinema).
La storia, vera, di una delle ultime donne condannate a morte in Francia, e l’unica per il reato di praticare aborti.
Claude Chabrol, veterano della cinepresa, grande mestiere, trova la sua musa nella Huppert, che qui è almeno straordinaria.
Marcio è il frutto del ventre tuo: “indimenticabile la blasfema preghiera alla Vergine Maria del finale”.

– Arrivederci ragazzi (’87).
Un altro film che fa male, un altro ambientato al tempo della seconda guerra mondiale, in un collegio dei Carmelitani Scalzi che ospita alcuni ragazzi di religione ebraica (ovviamente finirà in tragedia). Romanza la storia vera di padre Jacques de Jésus: deportato per avere nascosto i ragazzini ebrei all’inizio del ’44, morì meno di un mese dopo la liberazione da Mauthausen.
Louis Malle, sui cui ricordi si basa in parte il film (infatti il primo titolo di lavoro è ‘My little madeleine’), torna a girare in Francia dopo una lunga parabola hollywoodiana, con tra gli altri il memorabile ‘Atlantic City’ e il molto meno memorabile ‘Alamo Bay’.

– Nikita (’90).
“Un film finto e pretenzioso”, “inquadrature stereotipate e traslucide, degne della peggiore tradizione pubblicitaria” …mi sa che al Mereghetti non è granché piaciuto: d’altronde è il tipico esempio di cinema piaciuto poco ai critici e moltissimo al pubblico.
Indubbiamente quello di Besson è un film “mainstream”, come si direbbe ora. Molto citato, molto imitato. L’inizio, adrenalinico, si fa ricordare.
Parillaud, un passato da giovane flirt di Delon, quando venne girato Nikita anche moglie del regista che ha scritto la parte della protagonista per lei, è ricordata principalmente per questo ruolo.

 

Coda
Un paio di film che sconfinano ma che avrebbero diritto di stare nel ciclo. Entrambi realizzati da “veterani” già visti, come Bertrand Tavernier (‘La morte in diretta’, ‘Round Midnight’) e Eric Rohmer (‘Le notti della luna piena’)
– Legge 627. Tavernier lo gira nel 1992, e conferma (se ce ne fosse stato bisogno) la propria versatilità. Scritto insieme a un ex-poliziotto, racconta la vita quotidiana di un gruppo di poliziotti dell’antidroga (il titolo è l’articolo del vecchio “Code de la santé publique” che proibisce uso e spaccio di stupefacenti). Girato che sembra un documentario (non ci si deve aspettare di vedere un poliziesco). Il figlio del regista, Nils, che qui recita, è stato a lungo un “soggetto” da legge 627 e di certo ha ispirato almeno in parte l’idea della pellicola.
– L’albero, il sindaco e la mediateca. Rohmer lo gira nel ’93. Non fa parte dei suoi “seriali” (i Sei racconti morali, Commedie e proverbi tra cui appunto ‘Le notti della luna piena’, e Racconti delle quattro stagioni), anche se è comunque diviso in capitoli. L’albero è un salice bianco. Girato in Vandea, regione che da noi poco dopo l’uscita del film ebbe un momento di notorietà mediatica per tutt’altre ragioni (legata all’elezione della Pivetti alla presidenza della Camera, ma ormai di questo ci siamo del tutto dimenticati).

La prima parte: Un souffle au coeur