Qualcuno da odiare

Stamattina ho accompagnato mia madre dal medico (non ha niente, tranquilli, ma le piace farsi accompagnare dal medico dopo un falso allarme).

Nella sala d’attesa affollata c'era una giovane donna magrebina col velo, e con lei due bambine piccole, coi capelli ricci e inconfondibili lineamenti magrebini.

La più grande delle bambine aveva un peluche dentro un piccolo cestino di vimini, un vecchio peluche di cerbiatto.

Lo lasciava cadere per terra, dentro al cestino, e lo raccoglieva coi piedi, che erano dentro un paio di sandali, di quelli tipo infradito, che portano anche le ragazzine occidentali.

La più piccola aveva una pallina trasparente, di quelle che peschi alle giostre con dentro un portachiavi brutto, o una di quelle palle tutte colorate di caucciù che rimbalzano matte o qualche altro giochino da poco. La pallina trasparente era già vuota.

Anche lei l'ha lasciata cadere, per imitare la sorella più grande. Come fanno anche le sorelle occidentali.

Non è riuscita a prenderla coi piedi. Lei non aveva i sandali, aveva delle piccole scarpe tipo sneakers, azzurro chiaro.

La pallina è lentamente rotolata fin quasi dove ero seduto io, di fianco a mia madre, e ad altre persone che nella sala d’attesa affollata anche loro aspettavano che il medico arrivasse.

Mentre la pallina trasparente rotolava verso di me la sorella grande ha sgridato la piccola, come fanno tutte le sorelle, parlandole in italiano.

La giovane donna magrebina col velo continuava a guardare per terra, evitando lo sguardo dei presenti, intanto comunque controllando quello che facevano le due bambine.

Ho raccolto la pallina e l'ho resa alla bambina piccola. Mentre lo facevo ho pensato all’attentato di poche ore prima, quello di Barcellona.

La bambina piccola ha preso la pallina in mano, e la donna col velo senza smettere di guardare per terra le ha detto qualcosa in una lingua che non ho capito.

Sara, l’infermiera, pochi giorni fa, quando avevo già accompagnato mia madre dal medico (non ha niente, tranquilli, ma questo è un mese di frequenti falsi allarmi), mi aveva parlato di queste giovani donne. Non sanno l’italiano, e i mariti non vogliono che lo imparino. Quando vanno dal medico, fanno tradurre dai loro figli, che vanno a scuola e quindi parlano italiano. Non è facile, mi ha detto Sara.

La giovane donna col velo senza smettere di guardare per terra ha detto qualcosa in una lingua che non ho capito alla bambina piccola, e lei tenendo stretta la pallina trasparente mi ha detto grazie mentre sua sorella, quella più grande, coi capelli ricci e inconfondibili lineamenti magrebini, ha continuato a fare cadere per terra il cestino con dentro il peluche di cerbiatto e a raccoglierlo coi piedi

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Sam e Patti

Sam e Patti. Parlando del loro Gesù personale
Sam e Patti. Parlando di T.S.Eliot e Jackson Pollock
Di ritorno verso quel leggendario Hotel
Che neanche i demolitori riusciranno a distruggere
Patti in lotta con la sua evidente santità
Sam in fondo a ogni bottiglia con il papà
Verso una stanza triste di quel leggendario Hotel
Che neanche i demolitori riusciranno a distruggere

Nessun rimpianto, coyote

…per quanto tu possa avvicinarti alle ossa, alla pelle,
agli occhi, alle labbra
e comunque sentirti così solo…

Coyote and snow drifts pano

Pensavo di dover scrivere un post sulla morte della Santa protettrice del taxigiallo (meglio, ho già cercato di iniziare il suo coccodrillo) che non se la passa benissimo, non pensavo di scriverlo per Sam Shepard.
Neanche sapevo che fosse affetto dal “morbo di Gehrig”, se devo dire.

Abbiamo visto una fattoria bruciare
Nel bel mezzo del nulla
Nel mezzo della notte
E abbiamo proseguito oltre quella tragedia…

“Tutti noi vorremmo essere qualcun altro, almeno in un qualche momento della vita, vero? – scrivevo tempo fa
(Semmai dovremmo chiederci seriamente come stanno andando le cose se volessimo essere qualcun altro sempre, senza apprezzare neanche un istante da “sé stessi”.)
Io, dovendo scegliere qualcun altro da essere, avrei scelto Jackson Browne. O Sam Shepard. O un incrocio tra i due, meglio ancora.”

Non sto certo a spiegare chi era Sam Shepard, e credo sia facile anche capire perché molti uomini (immagino) avrebbero voluto essere lui.
Le ragioni, quelle visibili, per me sono la sceneggiatura di  ‘Paris, Texas’ (ancora più di quella di ‘Zabriskie Point’, anche per banali ragioni generazionali), i ruoli interpretati in ‘The Right Stuff’ – Uomini veri (come avevo spiegato) e in ‘The Only Thrill’ – Amori sospesi (per ragioni tutte mie che non spiegherò mai), prima ancora di quello che ha scritto, mentre ‘Motel Chronicles’ è lì, sul mio comodino, in quella pila di libri ogni giorno più alta, a tenermi compagnia.
E, certo, Coyote

Coyote è nella caffetteria
Sta fissando un buco nelle sue uova strapazzate
Annusa il mio profumo sulle sua dita
Mentre sta guardando le gambe della cameriera
Lui è troppo lontano…

Non sono riuscito a trovare neanche una fotografia di Sam Shepard insieme a miss Joni, che ha scritto per lui (almeno così dice la leggenda) la meravigliosa Coyote.
Invece numerose e bellissime, più ancora di quelle con la sua storica compagna Jessica Lange, sono le fotografie insieme a “santa Patti”, le fotografie della loro storia d’amore e, perfino più belle, le fotografie delle volte che si sono ritrovati (guardatelo, a proposito, se vi capita, Amori sospesi).

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John Lennon patriota europeo

Nell’iniziativa di un partito politico in declino che ha trasformato la festa della liberazione del 25 aprile in “blu, blu, l’amore è blu” mi ha colpito, tra altri analoghi (e pure più infelici) il cartello “John Lennon patriota europeo”.

Da fervente beatlesiano ci ho pensato e…

John Lennon cresce negli anni quaranta a Liverpool, suo papà se ne è andato, lui sta soprattutto con la zia Mimi, sua mamma muore investita. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

Incontra un ragazzino mancino, Paul, tutti e due suonano la chitarra e gli piace il rock’n’roll. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

Diventa Beatle John. Le ragazze urlano, piangono, si strappano i capelli mentre lui e gli altri tre Beatles suonano. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

Incontra un’artista d’avanguardia giapponese, si amano, diventa eroinomane, fanno manifestazioni per la pace stando dentro a sacchi o nel letto. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

Si sciolgono i Beatles, lui e l’artista d’avanguardia giapponese vanno a New York dove frequentano ambienti radicali. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

L’artista d’avanguardia giapponese lo butta fuori di casa, va a Los Angeles, si ubriaca per diciotto mesi. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

L’artista d’avanguardia giapponese lo riprende in casa, hanno un figlio, lui per alcuni anni fa il papà. In questo periodo, sostanzialmente, dell’Europa non gliene frega niente.

Torna a suonare, indovinate? Con l’artista d’avanguardia giapponese. Incidono un disco insieme ma un pazzo gli spara, l’8 dicembre 1980, e quarantenne muore “John Lennon patriota europeo”.

Io confesso

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Sanremo lo guardo, mi piace, soprattutto la serata delle cover (su cui sarei integralista: si cantano canzoni di Sanremo, e basta).
Così ho provato a fare la playlist delle mie canzoni sanremesi preferite.
Nella prima parte, quelle di questo millennio.
La più bella in assoluto ha anche vinto (Luce di Elisa Toffoli).
Il premio della critica lo assegno (di mio) a un’altra canzone vincitrice, quella di Cristicchi.
Menzione speciale a Omar Pedrini, autore di Casa Mia.
Poi parecchie grandi voci femminili, qualche personale passione, qualche sorpresa…

Buon ascolto, su Spotify!

(segue)

Morte di un dongiovanni

Mi hanno definito poeta
E forse per un po’ lo sono stato davvero…
Sono stati tanto gentili da definirmi anche cantante
Anche se non sono tanto intonato…
Per molti anni mi hanno chiamato il monaco
Mi rasavo la testa, indossavo una tunica e mi alzavo di buon’ora
Odiavo tutti, ma mi mostravo generoso
Nessuno mi ha mai smascherato…
La mia reputazione di dongiovanni è ridicola
Ne ho riso amaramente nelle diecimila notti
Passate in solitudine…

Verso la metà degli anni settanta Leonard Cohen, poeta, cantante, dongiovanni (non ancora monaco), aveva inciso quattro dischi, considerati soprattutto negli Stati Uniti troppo deprimenti (la sua musica intima e profonda verrà capita e apprezzata solo in seguito). Era depresso, e beveva decisamente troppo. L’ultimo suo disco ‘New Skin for the Old Ceremony’ era del 1974. Aveva pensato di dargli un seguito (Songs for Rebecca) e aveva iniziato a lavorarci, ma aveva smesso.
Phil Spector, il bizzarro gnomo che negli anni sessanta aveva prodotto canzoni pop  arricchendole con suoni magniloquenti, era ormai considerato un artista del passato. Proprio come per Elvis, pur essendo anagraficamente un coetaneo di Dylan e dei Beatles, la sua arte era superata. Proprio i Beatles, che lui considerava gli unici degni della grandezza del suo lavoro, gli avevano peraltro dato una delle ultime possibilità di tornare protagonista della musica contemporanea. Aveva messo mano alle confuse registrazioni di ‘Let It Be’ (con fastidio di Paul). Aveva prodotto ‘Instant Karma’, il primo singolo di Lennon all’altezza delle cose fatte col gruppo. Aveva prodotto lo straordinario disco di esordio solista di George Harrison. Aveva poi lavorato in studio, di nuovo con Lennon. La produzione di ‘Rock’n’Roll’ era stata una follia. John, cacciato di casa da Yoko, viveva tra eccessi il suo “lost weekend” mentre la paranoia di Spector era sempre più difficile da controllare. La sua passione per le armi, che portava con sé anche in sala d’incisione, stava diventando un problema. Mentre registravano ‘Rock’n’Roll’ una notte sparò in aria, assordando John. “Phil – gli disse Lennon – se devi uccidermi fallo. Ma non fottermi l’udito, mi serve.” (Una frase agghiacciante, riletta col senno di poi).

tumblr_ncnx9uoemr1qep50ao1_1280Il produttore che aveva già iniziato a vivere da recluso nella sua tenuta di L.A. una sera, in una rarissima uscita, andò a vedere un concerto di Cohen. I due, complice l’eccesso di alcol, si piacquero. Quello che successe dopo è leggenda: Cohen e signora furono invitati a cena, e quando cercarono di andarsene vennero convinti a restare dalle guardie armate che sempre circondavano Phil. Ma questo non dissuase il cantante canadese, che cercava ispirazione per il suo lavoro, e anzi iniziarono a scrivere canzoni nella gelida casa di Spector (dovevo tenere sempre addosso il cappotto, ricorderà Cohen, perché la temperatura era costantemente vicina agli zero gradi).
E fin lì le cose andarono ancora bene. La follia di Spector non dispiaceva a Leonard, come non gli dispiaceva il fatto che entrambi avvertissero la sacralità delle canzoni.
Quando si passò a incidere quel che avevano scritto, però, le stranezze diventarono davvero… strane.

Tra tutti i musicisti del “nuovo mondo”, di certo Cohen era quello che più di tutti poteva essere definito uno chansonnier. Da noi, allora, era conosciuto soprattutto per la versione di ‘Suzanne’ che aveva cantato De André. E per ‘Sisters Of Mercy’ che accompagnava una delle scene più suggestive del western altra-Hollywood ‘I compari’ di Robert Altman. Musicava le sue liriche tristi che sussurrava con voce profonda, accompagnato dalla chitarra, da pochi strumenti, e da cori femminili che erano, e vieppiú diventeranno il suo marchio-di-fabbrica.
In passato aveva sempre rifiutato che i suoi dischi fossero troppo prodotti, aveva sempre rifiutato troppi strumenti, o la batteria, nelle sue canzoni.
Quando entrò in studio di registrazione, lo trovò così affollato che ci si muoveva a stento, tra persone microfoni e strumenti. C’erano quaranta musicisti, tra cui due batteristi, diversi percussionisti, mezza dozzina di chitarristi, una sezione di fiati, coriste e tastieristi. C’erano le guardie del corpo, sempre alle prese con droga e armi.
Li dirigeva dalla consolle Spector urlando finché ognuno non faceva esattamente quel che lui diceva loro. Quel che diceva loro non era necessariamente sensato. Era sempre ubriaco. Era sempre armato. Una notte afferrò Cohen con la mano libera dalla bottiglia di vino kosher. Gli puntò un revolver al collo. “Leonard, ti amo” disse. “Spero sia vero, Phil” rispose l’altro scostando lentamente la canna della pistola.

ladies-manIl disco ‘Death of a Ladies’ Man’ fu pubblicato a novembre del 1977. Quasi tutti i fan di Cohen lo odiarono. La sua creatività era stata a livelli decisamente più alti, certo, come dimostrava il fatto che una delle canzoni i chiamasse ‘Non andare a casa col cazzo duro’ (Don’t Go Home With Your Hard On), non proprio la promessa di un qualcosa di memorabile.
Anche i critici non furono teneri. La cattiva musica, qui, scrive Robert Christgau (uno che di solito ha parlato molto bene dei dischi del canadese), non è colpa di Phil Spector. La cosa peggiore dei suoi arrangiamenti, banali come sono, è che mancano di una porta. Di solito, Cohen sussurra, mormora, geme, gracchia e perfino urla attraverso la musica. Qui deve cercare di cantarci sopra, senza cambiare il volume e il timbro con cui lo fa.
Fu insomma il punto più basso della sua carriera. Eppure resta un disco mai noioso, affascinante come ogni cosa fatta da Leonard Cohen, sebbene di un differente fascino, intriso del profano anziché specchiato nel sacro, seppur sempre terreno.

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Leonard Cohen è morto pochi giorni fa. Aveva 82 anni. Vestiva sempre perfetti abiti sartoriali. È stato poeta, cantante, dongiovanni, anche monaco, nei novanta. Quando ha lasciato dopo diversi anni il monastero in cima al ghiacciaio di Mount Baldy la sua manager gli aveva sottratto dieci milioni e tutto il catalogo delle canzoni scritte, che aveva venduto. Si ritrovò con centocinquanta dollari, costretto a girare il mondo per esibirsi in concerti. Suonati benissimo, gli conquistarono un successo di pubblico mai avuto prima, quando era ormai ultra settantenne. E fu portato a registrare nuovi dischi (fino all’ultimo uscito pochi mesi fa), in cui fare i conti con la sua mortalità, lui ebreo che aveva sempre  flirtato con le religioni, tanto quanto con le donne.
Ha scritto canzoni memorabili, in una carriera iniziata tardi, dopo i trent’anni, età inconcepibile per la scena musicale della seconda metà degli anni sessanta. Le mie preferite, tra tante, sono ‘Everybody Knows’, che toglie ogni dubbio su ciò che “tutti sanno” (meglio: sappiamo) e ‘Famous Blue Raincoat’, perfetta cronaca degli amori bohémien di quel periodo del ventesimo secolo.

(Sincerely, a fan)

Come Caravaggio

Un pomeriggio d’autunno.
Col sole.
A Roma.
Tanti anni fa.
In giro per Roma.
Un pomeriggio d’autunno.
In giro per le chiese di Roma.
Per vedere i Caravaggio.
Col sole, fuori.
Mai più una simile emozione.
Mai più, avevo pensato.
Emozione.

Poi, una sera. Che a Milano pioveva.
Un concerto di P.J. Harvey.
Come Caravaggio.

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