Come Smith e Carlos?

Ho scritto delle ‘Istantanee da Rio‘ su [Lettera 32] in chiusura dei Giochi Olimpici, ma credo sia giusto aggiungerne un’altra ancora, perchè la protesta di Feyisa Lilesa, secondo nella maratona per l’Etiopia, che ha fatto conoscere al mondo col suo gesto quello che sta subendo la popolazione degli Oromo (lui con ogni probabilità dovrà diventare un rifugiato, perché se tornasse a casa rischia la morte), é stata come il pugno nero sul podio di Tommie “Jet” Smith e John Carlos a Messico ’68. Anzi, sarei curioso di sapere se in futuro verrà ricordata allo stesso modo, anche se temo di no, perché sono altri tempi e l’Etiopia non è gli Usa.

Futura


Si chiamano Benedicta Chigbolu, Maria Elena Spacca, Ayomide Folorunso e Libania Grenot, possono essere l’immagine migliore del futuro del nostro sport e della nostra società. Intanto sono arrivate in finale della staffetta 4×400, e battendo il record italiano. Benedicta é romana di padre nigeriano, suo nonno é una celebrità dell’atletica nigeriana, finalista dell’alto a Melbourne 1956. Maria Elena, aquilana, trentenne, nonostante parecchi infortuni é riuscita a partecipare a Rio, e ha corso una grande frazione nella semifinale da primato. Ayomide, la più giovane, vent’anni non ancora compiuti, é nata in Nigeria, e vide dal 2004 a Fidenza. Studia medicina. É anche arrivata in semifinale nei 400 ostacoli, mentre in finale nei piani é arrivata Libania, italiana per amore dopo la partecipazione ai mondiali del 2005 con Cuba.

Il giorno dei giganti

Ieri è stato il grande giorno (e notte, visto il fuso orario) del basket, alle Olimpiadi, con i quarti di finale.

B_f1Yb1WAAAfgqyL’ultimo è stato anche il più tirato, come ovvio visto che metteva di fronte la Serbia e la Croazia. Finito in un lungo duello ai tiri liberi, l’hanno spuntata i serbi, peraltro in testa per tutta la partita.
Partita correttissima, il più sopra le righe sembrava coach Petrovic (non che la cosa mi stupisca particolarmente).
Nell’ultimo minuto hanno inquadrato in tribuna un tesissimo Vlade. Di fianco a lui un posto vuoto. Per un secondo ho pensato che sarebbe stato bello vederci seduto un Drazen finalmente riconciliato con il suo compagno di stanza dei tempi della nazionale giovanile, l’ultima fortissima Jugo “spezzata” dalla guerra.
(tra l’altro: c’è un magnifico documentario della serie Espn 30 For 30 che racconta la storia del loro rapporto, e qui la ripetizione ci va, “spezzato”).

CqGk84SWcAI3ql7L’altra grande storia della serata è stato l’ultimo saluto sportivo alla generacion dorada.
Le lacrime del sempre compostissimo, immenso, Manu Ginobili sono un’altra immagine che resterà nel cuore di tutta una nazione, sia quella Argentina, sia quella più estesa degli appassionati di basket in tutto il mondo, che hanno visto giocare ancora una volta una delle più grandi squadre (e delle più belle storie di sport) di sempre.

Meno pathos nelle altre due semifinali: ora bisogna vedere se l’Australia, con tutta la grinta di Dellavedova (uno che vorrei sempre nella mia squadra) raggiungerà una inedita finale, mentre la semifinale conquistata dalla Spagna ci aggiunge un’ulteriore occasione per ammirare un altro grandissimo probabilmente giunto all’ultima partita ai Giochi olimpici, il catalano Pau Gasol.

Tarzan, gli scarronzoni e altre storie

Siccome oggi, 15 agosto, è ferragosto (mi fanno notare) la mia usuale rubrica Lettera 32 esce domani. Ci leggerete tante storie a cinque cerchi, tra cui…
(aggiornamento: nel frattempo ferragosto è passato, quindi potete leggere tutte le storie)

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…il mio cuore batte per i vecchietti della “generacion dorada”, quell’Argentina che vinse dodici anni fa, ad Atene, uno degli ori più incredibili di sempre, battendo in semi proprio un “dream team”, e purtroppo noi in finale. Sono ancora lì, volendo potrebbero mettere in campo un quintetto vicino ai 180 anni di età complessiva, guidato come sempre da Manu Ginobili (classe ’77), Andres Nocioni (’79), il portabandiera Luis Scola (’80), con il più giovane Carlos Delfino, solo ’82, che dopo sette operazioni negli ultimi tre anni è di nuovo a lottare sul parquet insieme a questi campioni fantastici. Che nel frattempo hanno giocato LA partita di questo torneo, battendo dopo due supplementari e una valanga di emozioni i rivali e padroni di casa (oltretutto allenati dal loro coach di Atene).
Eterni, come solo certi campioni dei Giochi Olimpici.

 

Un podio per il barone


Pare che il canottaggio fosse lo sport preferito del barone Pierre de Coubertin, colui che volle la ripresa dei Giochi Olimpici, dopo una pausa durata oltre 1500 anni.Ancora oggi, in effetti, il canottaggio ben rappresenta quello spirito olimpico così caro al barone.
A cui, mi sa, sarebbe piaciuto parecchio il podio della finale del 2-senza, una delle specialità tradizionali (si disputa dal 1904).

A iniziare dal gradino più basso, con i nostri Giovanni Abagnale e Marco Di Costanzo, che manco avrebbero dovuto essere a Rio. Un equipaggio che in meno di un mese si è affiatato così bene da eguagliare la nostra migliore prestazione di sempre per questa barca, il bronzo dei due ragazzi di Cremona, Fanetti e Boni, nel 1948.
Noi abbiamo una grande tradizione in questo sport olimpico: dagli “scarronzoni” livornesi che nel ’32 e nel ’36 contesero la vittoria agli statunitensi nell’otto (altra barca classicissima), battuti solo dopo regate mozzafiato, agli equipaggi della Moto Guzzi di Mandello sul Lario, oro nel 1948 e nel 1956, via via fino ai più recenti successi dei “fratelloni” Giuseppe e Carmine Abbagnale, col timoniere Peppino Di Capua, nel 2-con che non é più specialità olimpica.
Fratelloni che venivano da Castellamare di Stabia proprio come Giovanni Abagnale (una b sola nel cognome, lui però) mentre Di Costanzo é un ragazzo dei Quartieri spagnoli di Napoli.

Sul gradino più alto del podio é salito l’equipaggio neozelandese, Eric Murray e Hamish Bond.
I due non perdono da sette anni, e sembrano intenzionati a continuare così.
Stanno scrivendo i loro nomi nel libro della storia di questo sport vicino alle pagine dedicate al baronetto Steve Redgrave, il grande campione inglese che ha vinto cinque ori in cinque consecutive edizioni dei giochi, tre proprio nel 2-senza.
Redgrave é nella storia anche per una sconfitta, quando a Seul tentò la doppietta 2-senza e 2-con lo stesso giorno. Vinse la prima regata poi, sempre assieme ad Andy Holmes, dovette arrendersi proprio ai nostri Giuseppe e Carmine, al termine di una gara molto emozionante (anche per il commento pieno di pathos di “bisteccone” Galeazzi).

img_0980La storia più toccante, invece, é quella di Lawrence Brittain, argento per il Sud Africa insieme a Shaun Keeling.
Famiglia di vogatori, il fratello Matthew ha vinto l’oro a Londra, ma anche James e Charles praticano questo splendido sport.
A Lawrence hanno diagnosticato un linfoma, un paio di anni fa.
Sul suo account twitter si possono seguire le fasi della sua battaglia contro il grande-c, dalle fotografie nel letto di ospedale durante la terapia, al ringraziamento allo staff medico, nel febbraio 2015 dopo l’ultima seduta, alla foto di marzo che raffronta l’allenamento, un anno prima, ancora calvo per la chemio, a quello di quest’anno. Un giovane uomo ritornato alla vita.
Con tanto di medaglia olimpica al collo, ora.

Leggenda é chi la leggenda fa

Dice la Treccani: entrare nella leggenda, di personaggio che, per il carattere eroico e straordinario delle sue imprese, è destinato ad acquistare, nel ricordo e nelle narrazioni, aspetto leggendario, mitico

Dunque la carriera olimpica di Federica Pellegrini probabilmente termina con un totale di due medaglie vinte, un oro e un argento, l’ultima a Pechino otto anni fa.
Per dire: meno della odiata rivale dei primi anni, quella Laure Manadou che di medaglie ne ha vinte tre (tutte negli stessi giochi, in una carriera molto più breve, certo).
In uno sport, il nuoto, che consente come nessun altro di collezionare tante medaglie, anche banalmente per la numerosità delle gare a cui molti atleti partecipano.

Se guardiamo le vere leggende, il conto per Phelps é (a oggi) a 21 mentre, ad esempio, uno che resterà nella storia dello sport come Usain Bolt é (per ora) a 6.
Certo lei è stata un’atleta molto longeva in una disciplina dove la longevità non è scontata, anche se probabilmente le grandi aspettative con cui é arrivata a Londra e a Rio erano eccessive rispetto alle sue reali probabilità di vincere.

Federica Pellegrini é stata, insomma, una campionessa, se nel conto mettiamo i vari titoli mondiali ed europei, e i record stabiliti.
Popolarissima nei media e tra chi deve “vendere” (pubblicità, racconto del jet set, esposizione dell’immagine) anche perché é la ragazza giusta, così bella, sicura e un po’ sprezzante, per questo momento culturale in cui si porta molto il genere “amici-di-Maria”.
Smettiamola però di definirla leggenda. Le leggende vincono le gare importanti.
Per parafrasare quel vecchio film: Leggenda é chi la leggenda fa.
(Pronto a smentirmi e a cospargermi il capo di cenere se tornerà vincente, e leggendaria, a Tokyo 2020).

Cicciottella e della favela

Molta polemica ha suscitato, anche giustamente, il titolo più che infelice di un giornale che ha definito “cicciotelle” le nostre tre ragazze del tiro con l’arco, oltretutto sfortunate quarte (il peggior piazzamento in assoluto di una gara olimpica).È finita con il licenziamento del direttore del giornale, a furor di social. Io, devo dire, mi ritrovo abbastanza in quello che ne ha scritto Luca Bottura (uno bravo davvero) perché é pur vero che “Siamo in grado, noi, di scagliare la prima pietra? Rispondo per me: io no.”
È pur vero che “quel titolo non è un bel titolo. È maschilista. È figlio di una cultura anni Cinquanta che alberga in molte redazioni” (e non solo, aggiungo).
Però, e non per praticare il benaltrismo, a me dà ancora più fastidio il fatto che tutti i nostri giornali (parlo di quelli considerati importanti) nel dare la notizia del primo oro del Brasile, quello vinto dalla judoka Rafaela Silva, tutti, sempre, nel titolo parlino di “favela”.
Rafaela Silva é cresciuta a Cidade de Deus.

Quartiere espansione della zona a nord ovest di Rio è effettivamente noto per la povertà e la violenza. Ci hanno girato un film nominato all’Oscar, e dieci anni dopo un documentario, l’ha visitato Barack nel 2011 e lì ha assistito a un incontro di judo, perché spesso nei quartieri difficili lo sport permette la salvezza e il riscatto delle ragazze e dei ragazzi che lì crescono.
Come Rafaela, appunto.

Però.
Però a me proprio non va giù che i nostri giornali, parlo di quelli importanti, nel raccontare il suo oro, insistano sulla “favela”. Mi sono fatto un giro su twitter e, purtroppo, lo facciamo solo noi. Certo, tutti i giornali del mondo raccontano che Rafaela viene da Cidade de Deus. Ma si concentrano in particolare sul razzismo che ha dovuto affrontare, quando gareggiò a Londra. Parecchi raccontano della sua passione per il “junk food” (che lei non nasconde neppure sul suo account instagram, che merita una visita perché le fotografie illustrano bene il grande sogno che questa ragazza ha coronato vincendo il primo oro per la sua nazione a casa sua, e la vita che intanto ha fatto e fa).

Solo i nostri giornali, come fosse una reazione pavloviana (e ho paura lo sia) sembrano obbligati – tutti! – a scrivere quel titolo lì, con “Rafaela” e “favela”.
Io spero che Clemente Russo vinca l’oro nel pugilato, tra pochi giorni. Non vorrei leggere, se fosse, titoli che parlano del pugile che viene “dalle terre della camorra”.
Se li faranno i giornali stranieri giustamente ci arrabbieremo.
Anche se mi sa che non succederà. Il “giornalismo ambientale”, come lo definisce Bottura, é tutto italiano; é tutto italiano quel nostro dovere esagerare nella speranza di recuperare lettori che (come i capelli della canzone degli Elii) “sono andati via e non torneranno mai”.