L’estate della gioia e del terrore. I Giochi di Monaco e il 1972

All’epoca dei Giochi di Monaco del 1972 avevo nove anni, e da grande e precoce appassionato di sport avevo atteso quell’avvenimento giorno dopo giorno, vivendolo prima con la gioia per il più grande evento sportivo del mondo e poi con lo stupore di un bambino che si trovava ad assistere a un’azione di buia violenza. Oggi ho scelto di raccontare non tanto il terrore quanto la preparazione dei Giochi, i protagonisti delle gare, le vicende umane degli atleti e i risvolti di prima e dopo quel martedì 5 settembre che ha cambiato per sempre la storia delle Olimpiadi.

Il libro contiene interviste a Klaus Dibiasi, Gian Paolo Ormezzano, Maddalena Grassano, Robi Zucchi e Max Hofer.

Secondo la casa editrice Ultra Edizioni: “Ne è uscito un libro vivido ed emozionante, che ci porta indietro nel tempo, in quel 1972 pieno di contraddizioni”.
Sul sito dell’editore
Sulle principali piattaforme: AmazonIBSLibreria dello Sport

Dicono di L’estate della gioia e del terrore

Sfogliando Olympia. L’intervista al programma di Radio24 condotto da Dario Ricci

CorriereAL. Beppe Giuliano Monighini è anche scrittore di assoluto talento, e lo dimostra ancora una volta nel suo nuovo libro, in questi giorni in libreria, e sulle piattaforme di vendita on line. Monighini non solo ricostruisce con maestria un grande, e drammatico, evento sportivo come i Giochi di Monaco, ma lo cala all’interno di un anno, il 1972, ricco di fermenti, di speranze, e appunto anche di paure
Il Foglio. Monighini ha scritto al se stesso dell’estate del 1972, un risarcimento alle attese tradite da quella violenza, che regala anche a noi una nuova lettura, in cinque atti, dei Giochi di Monaco: l’Olimpiade attesa, l’Olimpiade serena, l’Olimpiade terrorizzata, l’Olimpiade ripresa, l’Olimpiade raccontata. Già, perché ogni edizione dei Giochi Olimpici diventa leggendaria solo quando raccontata. (Mauro Berruto)
Corriere dello Sport. Con lo scrupolo del cronista, facendosi aiutare dalle cronache dei giornali del tempo e dalle testimonianze di chi c’era – come Klaus Dibiasi e Gian Paolo Ormezzano – Monighini ricostruisce giorno per giorno quelle due settimane che dovevano essere di festa e che invece finirono nel sangue, malgrado le gare fossero portate a termine, con i ritratti dei protagonisti e le vicende di prima e dopo quel funesto martedì 5 settembre che cambiò per sempre la storia delle Olimpiadi. (Massimo Grilli)
GRP (intervista). Una passione per lo sport e per la scrittura, che si concretizzano per l’alessandrino Beppe Monighini in due libri sulle Olimpiadi, nel primo si raccontando quelle del 1972 a Monaco (Cristiana Zanetto)
sport24h. Ci sono storie dello sport, storie a cinque cerchi, che hanno così tanto da raccontare che non basterebbe una collana di libri. Per questo, a tanti anni di distanza, ne esce e lo segnaliamo qui nella categoria culturale, un volume dal titolo “L’estate della gioia e del terrore” sui Giochi di Monaco e il 1972 (Luciana Rota)

La Stampa
Il Piccolo
La Stampa (8/8/21)

E tutti stanno diventando grassi

Fotografie di Henry Diltz

Cass Elliot era, per dirla con Graham Nash, la Gertrude Stein del Laurel Canyon. Così si riprende anche il paragone tra la scena artistica della Parigi anni venti e la California di fine anni sessanta che sovente è stato fatto.
Quando Nash arrivò in California, Mama Cass –
née Ellen Naomi Cohen – aveva già avuto un enorme successo con i The Mamas and the Papas e la sua voce straordinaria era stata fondamentale per esempio in ‘California Dreamin’’ o in ‘Monday, Monday’.
Il verso “and no one’s getting fat, except Mama Cass” della loro ‘Creeque Alley’ oggi probabilmente scatenerebbe accuse di “body shaming”: Cass era alta circa un metro e sessantacinque e pesava più di cento chili. Lei sapeva bene cosa le persone pensavano vedendola, sarebbe ingenuo negarlo come continua a fare Mama Michelle (bella forza, lei con quell’aspetto da attrice di un film di Polanski). Anche nel lottare contro i luoghi comuni e le cattive abitudini, sconfiggendoli quando nello spettacolo quasi nessuno l’aveva fatto, sta la forza della sua breve, purtroppo, vita e carriera.
In effetti, proprio la presenza di quella ragazza grassa differenziava del tutto la band da altre attive in quel periodo, chiaramente non erano una risposta a Peter Paul and Mary nonostante i desiderata di Papa John Phillips, autoproclamato capo della band, forte della sua educazione militare e dello spirito imprenditoriale.
Proprio Cass, che all’inizio gli altri manco volevano, divenne la più nota e famosa dei quattro: il suo carisma emerse tanto per la magnetica presenza scenica quanto per lo straordinario canto da contralto.

Cass Elliot era, appunto, la Gertrude Stein del Laurel Canyon: molte fotografie che ritraggono i protagonisti di quella magica scena furono prese a casa sua. Chez Elliot iniziarono a trovarsi Crosby, Stills e Nash. Nel famoso scatto di Henry Diltz in cui Clapton guarda la mano sinistra di Joni Mitchell cercando di capire cosa diavolo stesse suonando, la bambina in primo piano è Owen, la figlia di Cass. Che nel frattempo aveva fatto un’altra cosa di grande coraggio, specie per quell’epoca: aveva una carriera di successo e intanto era una madre single – e lo era così tanto che sua figlia venne a sapere chi fosse il padre solo dopo decenni.

Cass Elliot con la figlia Owen sulla sua Norton Commando

Fu Cass Elliot a lasciare The Mamas and the Papas, che si sciolsero già nel 1968 dopo meno di tre anni di una carriera con straordinari successi. Si sentiva pronta per fare la solista, tra alti e bassi – e pericolose diete che incisero sulla sua salute –  arrivò al 1974. Ottenne un ingaggio per quindici giorni al Palladium di Londra, finalmente un momento di svolta per la sua carriera.
Dopo l’ultimo spettacolo le fecero una standing ovation, telefonò piena di gioia a Mama Michelle Phillips, e scrisse una dolcissima lettera a sua figlia “Owenski” (così la chiamava) che aveva sette anni.
Cass Elliot morì nel sonno a Londra, sola. Doveva ancora compiere trentatrè anni. Il suo cuore non resse. Per tanto tempo è circolata la leggenda che l’avesse soffocata un sandwich al prosciutto, ma non è vero. Vera, invece, la sorta di maledizione di quell’alloggio al 9 di Curzon Place nella zona di Mayfair. Lì morirà pochi anni dopo anche Keith Moon, batterista di The Who.

Finalmente Cass Elliot ha avuto la sua stella sulla Walk of Fame di Hollywood. Alla cerimonia c’erano un po’ di reduci, John B. Sebastian – lui pure citato in ‘Creeque Alley’ -, Stephen Stills, Mickey Dolenz, il fotografo Henry Diltz. C’era Mama Michelle Phillips, è rimasta solo lei della band. E c’era naturalmente Owen Elliot-Kugell, che molto si è battuta per questo riconoscimento alla madre persa troppo presto.

Le peggiori paure

Quando ero un ragazzo mio padre era solito dire: le nostre più grandi speranze e le peggiori paure raramente si avverano. Le nostre peggiori paure si sono realizzate stanotte. Ci hanno appena comunicato che gli ostaggi erano undici. Due uccisi nelle loro stanze stamattina – ieri mattina, gli altri nove uccisi all’aeroporto stanotte.

La squadra di Israele in visita al lager di Dachau, pochi giorni prima

Jim McKay era nato a Philadelphia e avrebbe compiuto cinquantuno anni alla fine del mese di settembre. Giornalista della ABC, la rete che trasmetteva i Giochi negli Stati Uniti, martedì 5 settembre aveva il giorno libero. Si trovò invece in onda per caso, quando la notizia della presa degli ostaggi si conobbe, e ci restò ininterrottamente quattordici ore. Pronunciò la frase sulle più grandi speranze e le peggiori paure alle 3 e 24 della notte, ora di Monaco, poi guardando in camera e scuotendo la testa aggiunse solo: They’re all gone.
La strage del villaggio olimpico di Monaco è stata raccontata con diversi libri, documentari (‘One Day in September’ di Kevin Macdonald ha vinto l’Oscar nel 2000), il premiato film del 2005 ‘Munich’ di Steven Spielberg (“la storia di quanto accadde dopo”). Quello che si tende a ricordare meno, purtroppo, è chi fossero i dodici uomini morti a causa dei terroristi di Settembre Nero.
Moshe Weinberg era nato nel 1939 in terra di Palestina, sotto il mandato britannico, nella città di Haifa. Allenava la nazionale di lotta di Israele. Ferito a una guancia nel tentativo di impedire ai terroristi di entrare nella stanza di Connollystrasse 31, la palazzina degli atleti di Israele, gli toccò una scelta terribile. Lo costrinsero infatti ad accompagnare i terroristi in un’altra delle stanze occupate dagli atleti di Israele e lui, in pochi istanti, decise per la 3 in cui stavano i lottatori e i sollevatori, ritenendoli maggiormente in grado di difendersi. Purtroppo i sei occupanti della stanza 3 vennero rapidamente sopraffatti.  Weinberg cercò allora disperatamente di reagire. Sebbene stesse sanguinando copiosamente, afferrò un coltello e aggredì i terroristi, prima di essere finito. Il suo cadavere venne gettato in strada, fu il primo morto noto della mattina del 5 settembre. Suo figlio Guri è diventato un attore famoso, e tra l’altro ha interpretato il padre nel film di Spielberg.

Andre Spitzer era nato in Romania nel luglio del 1945, i suoi genitori erano sopravvissuti all’olocausto. Ankie, sua moglie, è una donna estremamente coraggiosa. Il giorno 6, nonostante la sconsiglino, va a vedere la stanza in cui Andre è stato tenuto in ostaggio. Sale le scale insanguinate della palazzina, vede i buchi lasciati dai proiettili sulle pareti, il terribile disordine, il sangue, i rifiuti e gli escrementi: in quel momento prende la decisione che avrebbe fatto sentire la propria voce. Lei, insieme a Ilana Romano, tiene viva la memoria degli undici israeliani uccisi a Monaco. Andre oggi sarebbe nonno, avrebbe due nipotini piccoli, davvero molto belli, e Anouk – che aveva 5 mesi a settembre del 1972 – prosegue l’impegno della madre e racconta in pubblico la storia di suo padre.

Ilana è la vedova di Yossi Romano, sollevatore di pesi, nato in Libia a Bengasi nel 1940. Romano è, con Weinberg, il primo a morire. Sebbene non si possano certo stilare graduatorie di crudeltà nel bilancio di un atto così atroce, è difficile anche solo pensare alle nefandezze inflitte a Romano: fu torturato, il suo cadavere fu scempiato e poi lasciato come monito ai piedi dei compagni di squadra legati. Ilana, che fa molto per mantenere viva la memoria delle vittime, ha raccontato della festa che con Yossi avevano dato un paio di giorni prima che lui partisse. Lei aveva paura, glielo aveva detto, e lui sorridendo l’aveva rassicurata: organizzano i tedeschi, saremo al cento per cento sicuri. Yossi aveva tre figlie, Oshrat, Rachel e Shlomit, nata ad aprile del ‘72 in Italia.

Con Romano c’è il più giovane degli atleti che muoiono nel tentativo fallimentare di liberazione alla basa aerea di Fürstenfeldbruck, che conclude in tragedia la lunga giornata del 5 settembre, e in cui fu ucciso da un proiettile pure anche il poliziotto tedesco Anton Fliegerbauer, trentaduenne, papà di Alfred che all’epoca aveva sei anni.

Il caduto più giovane si chiama Mark Slavin, ha compiuto diciotto anni il 31 gennaio. Nativo di Minsk, allora nell’Unione Sovietica, nazione per cui era stato campione juniores di lotta greco-romana, aveva desiderato fortemente di andare in Israele e si riteneva molto fortunato perché il visto di uscita dall’Urss gli era finalmente arrivato solo due giorni prima dell’obbligo di leva. Talentuoso, è l’unico degli atleti coinvolti che ancora deve gareggiare, e il suo esordio è previsto proprio per quel 5 settembre: su di lui erano riposte le principali speranze di medaglia. La stupida statistica elaborata dal “cervellone” dei Giochi regista che non si sia presentato al proprio combattimento, regolarmente disputato il giorno in cui lui era prigioniero.

Nel pomeriggio due degli ostaggi si affacciarono insieme a una finestra del secondo piano e vennero fotografati. Uno è Andre Spitzer: ha una canottiera bianca e le mani legate davanti. Parla tedesco, unico tra gli ostaggi, lo incaricano di trattare con la polizia, ma quando dice qualcosa che ai terroristi non è gradito, lo colpiscono con il calcio del mitra. L’altro è Kehat Shorr, tiratore scelto, allenatore appunto dei tiratori. Aveva compiuto a febbraio 53 anni, essendo nato nel 1919 in Romania. Si era trasferito in Israele nel 1963, di mestiere faceva l’assicuratore e aveva una figlia, già sposata. Da giovane aveva combattuto nei Carpazi contro i nazisti.

Due anni meno di Shorr aveva Yakov Springer, nato in Polonia nel giugno 1921, allenatore di lottatori e sollevatori di peso. In Israele faceva l’insegnante e curava un programma per avvicinare allo sport i bambini più poveri di Jaffa, che lo piangeranno a centinaia durante il funerale. Con sua moglie Shoshana avevano due figli, Genia e Alex. Springer era uno dei pochi combattenti sopravvissuti della rivolta nel ghetto di Varsavia del 19 aprile ’43: vedevamo scene che la mente umana non poteva immaginare, aveva raccontato, bambini vivi ancora tra le braccia delle madri morte, pile di bambini uccisi, e attorno a loro quelli che attendevano il proprio turno. Scegliemmo di morire a modo nostro, ribellandoci, dimostrando ai nazisti che non eravamo insetti da schiacciare. Di tutta la sua famiglia, solo lui era sopravvissuto all’Olocausto.

Amitzur Shapira aveva compiuto 40 anni nel mese di luglio. Allenava Esther Shachamarov, ed era orgogliosissimo del talento dell’ostacolista. Il giorno precedente l’aveva attesa praticamente sulla linea del traguardo, e le aveva detto che quel passaggio del turno dei 100 ostacoli era stato “il momento migliore della sua vita”. Esther con l’altra donna della squadra alloggia in un’altra palazzina. Quattro anni dopo sarà la portabandiera del suo Paese e la prima atleta israeliana a raggiungere una finale olimpica: lo dovevo a Amitzur Shapira, racconta ancora oggi, commuovendosi.

Yossef Gutfreund deve ancora compiere quarantun anni, anche lui è nato in Romania, ha interrotto gli studi da veterinario per diventare lottatore e a Monaco fa l’arbitro della sua specialità. È un uomo caloroso, con un bel sorriso aperto, ed è molto imponente, alto un metro e novanta,  pesa circa 130 chili. Fa di tutto per impedire ai terroristi di entrare nella stanza che occupa, spingendo la porta con tale forza che dall’altra parte devono sforzarsi in diversi, finché la porta non viene letteralmente scardinata, e intanto grida a squarciagola un avvertimento, salvando perciò due altri israeliani. È sposato con Rachel, hanno due figlie. L’altalena delle notizie dal giorno 5 fino alla mattina del 6 è terribile: a scuola un compagno di classe dice alle due ragazze, di 14 e 12 anni, che il loro padre è stato ucciso, loro  corrono a casa e la madre dice loro che è ostaggio dei terroristi. Nella notte telefona Golda Meir, primo ministro di Israele, quando sembra che gli ostaggi siano salvi. Rachel risponde che ne sarà sicura solo quando sentirà la voce di Yossi, come lei chiama il marito. Poche ore dopo, quando le figlie adolescenti Judith e Yael sono già sveglie, sentono bussare alla porta. È allora che la madre dice loro: Hanno ucciso vostro padre. Oggi Yossi Gutfreund, il gigante ottimista che ha salvato vite rimettendoci la sua, avrebbe nove nipoti. Judith e Yael vivono una in Israele, l’altra in Canada, ma tuttora si sentono al telefono almeno due, tre volte al giorno, come chi in ogni istante debba essere rassicurata che all’altra non sia successo qualcosa di male.

Ze’ev Friedman, sollevatore di pesi con un passato da ginnasta, era nato nel 1944 nell’Unione Sovietica: aveva saputo superare un handicap fisico per raggiungere i risultati nelle gare che gli consentirono di diventare atleta olimpico. Dopo Monaco si sarebbe ritirato per dedicarsi all’insegnamento.

Eliezer Halfin, anche lui immigrato in Israele dall’Urss, lottatore. Uno dei più giovani coi suoi ventiquattro anni. Era nato a Riga, la capitale baltica allora sovietica, da cui aveva raggiunto la sua terra solo tre anni prima, e ne aveva ottenuto la cittadinanza appena sette mesi prima dei Giochi. Aveva terminato il servizio militare da un paio di mesi, in tempo per trovare un lavoro come meccanico alla Volkswagen e per essere convocato nella squadra olimpica.

David Berger, sollevatore di pesi, al contrario di tutti i suoi compagni di squadra era per nascita statunitense, di Cleveland nell’Ohio. Sia alla “high school” sia al college, frequentato in Louisiana a Tulane, aveva conseguito riconoscimenti tanto in campo sportivo quanto soprattutto in campo studentesco, infatti aveva proseguito conseguendo una laurea in legge ed economia alla “MBA-Law school” della prestigiosa Columbia University e intanto aveva sfiorato la qualificazione all’Olimpiade del Messico, finendo quarto ai trials statunitensi nella categoria dei pesi medi. Il sogno olimpico l’aveva coronato quattro anni dopo con Israele, dove s’era trasferito appena laureato, con l’idea di aprire uno studio legale, e dove si era in realtà messo a lavorare nel sostegno dei ragazzi con disabilità fisiche. Era un giovane uomo con una grande fiducia nei propri mezzi, una dedizione assoluta e una capacità di dare al prossimo non comune.

I genitori di diversi degli atleti e dei tecnici di Israele uccisi a Monaco erano state vittime dell’Olocausto, altri di loro erano invece ancora vivi e seppellirono i figli, insieme a sette vedove e a quattordici orfani.

La staffetta mondiale. A casa Mennea

La pista era pavimentata in “tarflex”, un materiale in gomma sintetica, non proprio il “tartan” che si usava dall’Olimpiade del Messico, ma sicuramente veloce come le gambe dell’atleta per cui l’avevano, a tempo di record, realizzata.
Il meeting, 21 luglio 1972, poco più di un mese dall’Olimpiade di Monaco, era di ottimo livello. Atleti di cinque nazioni, ottimo campo dei partenti: Crawford di Trinidad, che a Montreal sarà olimpionico dello sprint, vince le 100 yarde.
Già. Quel venerdì sera a Barletta i velocisti correvano distanze poco canoniche, scelta intrigante.

[Pietro Mennea indossa una canotta con la scritta Avis Barletta in una foto senza data. ANSA]
L’atleta di casa era, ovviamente, Pietro Mennea. Vent’anni da poco, con la maglia del gruppo sportivo Avis sui 150 distrugge il precedente primato di Berruti: 15”1 contro il 15”7 del campione di Roma ‘60.
Il meglio doveva ancora venire, con la staffetta del doppio giro di pista. Avversario da battere l’eterogeneo quartetto con uno statunitense e tre di Trinidad, oltre al già citato Crawford, Charles Joseph (buon quattrocentista) e il grande Edwin Roberts che era rimasto di poco giù dal podio del 200 più famoso della storia, a Mexico ‘68.

Ma gli azzurri quella sera di Barletta volano. Come racconta Luigi Benedetti: «Nel 1972 abbiamo stabilito il record mondiale nella staffetta 4×200 (1’21″5), un record che è durato 18 anni e questo mandava in bestia gli americani che non riuscivano a superarlo». Bel tipo, il professor Benedetti di Massa, l’anno dopo sarà campione nazionale dei 100 piani («Sono stato l’ultimo uomo bianco che ha battuto Mennea e questo lo faceva arrabbiare moltissimo»), è il secondo frazionista quella sera.
A passargli il testimone Franco Ossola, varesino di Torino, nome e cognome importanti: gli stessi di suo padre, uno degli immortali del Grande Torino caduto a Superga mesi prima che il figlio nascesse, tanto che sua mamma non era ancora certa di “aspettare”.
Dopo Ossola e Benedetti, testimone a Pasqualino Abeti, altro gran corridore, uno che s’è fatto tatuare i cinque cerchi olimpici e il pittogramma dell’atletica leggera dopo la partecipazione a Monaco.
Ultima frazione per il beniamino di casa Mennea. Che vola da par suo verso il record mondiale sulla stessa pista dove alla fine del decennio, non molto dopo il celeberrimo 19”72 messicano, bisserà con la miglior prestazione mondiale dei 200 metri a livello del mare, un 19”96 che nessun altro italiano finora ha saputo correre, e Pietro ha tuttora gli undici nostri migliori tempi nella “sua” specialità, un dato che è l’ennesimo racconto di quanto fosse straordinario.

Cinque tre al terzo. Monica Giorgi

Giorgi a ‘Rischiatutto’ con Mike, Sabina Ciuffini e, sullo sfondo, Lea Pericoli. Fotogramma da ‘Una squadra’

Primo set: KAFKA
«Cercherò di leggere anch’io questo Kafka…» (Mike Bongiorno durante la puntata di ‘Rischiatutto’ del 15 ottobre 1970)
Il giovedì sera sono molti milioni di telespettatori a guardare ‘Rischiatutto’. Si aspettano le gaffe di Mike. Si affezionano ai campioni, da Fabbricatore a Inardi, alla signora Longari (che no, nonostante lo si dica sempre, non è “caduta sull’uccello”). E sbirciano la lunghezza della gonna di Sabina Ciuffini, la “valletta”.
Giovedì 15 ottobre del 1970 il campione in carica è Gianfranco Rolfi, operaio di Roncadelle che risponde sulla storia della chiesa. E si farà prete, infatti.
“Un bell’uomo è il secondo concorrente, Vittorio Matta di Milano, appassionato di Wagner e di tutta la musica classica”. (‘Stampa Sera’, 15/10/1970)
L’altra sfidante è di Livorno. Si presenta su Kafka.
“Una ragazzina (ha 24 anni, però, anche se non li dimostra) patita non di fumetti, ma di Kafka. Monica è una ragazza eclettica e quando i telespettatori la vedranno rispondere starà disputando a Taormina una gara di tennis. Fa infatti parte della nazionale ed è amica della Pericoli, la quale la ospita nella sua casa in questi giorni che Monica passa a Milano.” (di nuovo ‘Stampa Sera’)
É Monica Giorgi. Ragazza colta, studia filosofia, è molto impegnata politicamente. È anche una eccellente tennista. Ha vinto da junior, nel 1960, il prestigioso Porro Lambertenghi, e tre titoli italiani. Essendo piccola e minuta, sovente in singolare fatica, ma in doppio si toglie molte soddisfazioni e vince tanti campionati italiani. Inizia giovanissima nel 1964 e ’65 con Graziella Perna, poi nel ’68 con Roberta Beltrame, nel ’71 con Anna-Maria Nasuelli, nel ’72 con Lucia Bassi, infine nel 1979 di nuovo con Nasuelli. Aggiunge un titolo di doppio misto nel 1970 con Franco Bartoni.
Le va meno bene al quiz, a confermarsi campione sarà Rolfi.

Tratto da ‘A rivista anarchica’

Secondo set: PERICOLI
«Non mi sono mancate tuttavia le amicizie; per esempio quella con Lea Pericoli, impensabile se si tiene conto delle diversità di carattere, di storie personali, di ambizioni, di percezioni della realtà che intercorrono tra noi due, ma è proprio lì, nella diversità che può nascere l’amicizia». (intervista a Nazione Indiana)
Lea Pericoli, donna di enorme fascino, capace di indossare le creazioni più estrose di Ted Tinling massimo stilista del tennis, giocatrice di ottimo livello con una carriera assai longeva, ha undici anni più di Giorgi. Nelle fotografie che le ritraggono insieme la piccola livornese sembra sovrastata dalla milanese cresciuta tra Addis Abeba e Nairobi.
Eppure la semifinale degli assoluti del 1971, alle Cascine di Firenze, si indirizza verso Monica.
Quando i campionati italiani erano importanti, e li giocavano tutti i più forti, Lea aveva già vinto sei volte in singolare, e undici doppi. Ci teneva tantissimo, ma il gioco d’attacco di Giorgi la metteva in evidente difficoltà. Sotto 5-3 nel terzo e decisivo set, servizio e 0-15.
Poi, all’improvviso: “uscii dal campo. Rinunciai ad una quasi certa vittoria che non avrebbe aperto, nel caso di averla realmente portata a termine, l’orizzonte di possibilità di mettere al mondo altro da sé. Si sarebbe parlato e scritto sulla stampa sportiva di un risultato a sorpresa e la cosa sarebbe finita lì.” (testo scritto per ‘A rivista anarchica’)
L’abbandono di Giorgi, giustificato ufficialmente con un’improbabile diagnosi: “epatite acuta da sforzo” provocò fiumi di inchiostro.
Si disse che la ispirava Gandhi, ma ci furono anche versioni più allusive.
Rino Cacioppo scrisse “per «troppo amore e contestazione» si è rifiutata di battere in semifinale Lea Pericoli”.
Una rivista andò oltre, titolando “con un più che allusivo Le palline di Lesbo. Ricavai dei soldi dall’amministrazione editoriale della rivista perché ritirassi la denuncia nei suoi confronti. I soldi mi servivano e fui ben contenta di prenderli.” (di nuovo ‘A rivista anarchica’)

Terzo set, 5-3: SBARRE
Gioca all’attacco, Monica Giorgi, durante i match e nella vita. Come la famosa volta che indossa una provocatoria maglietta nel Sudafrica dell’apartheid.
Costituisce un collettivo anarchico, nei duri anni settanta: “(“Niente più sbarre”) che aveva al centro la questione delle condizioni dei detenuti, di cui molti allora erano politicamente schierati.
Paga carissimo le sue scelte. La accusano di essere la basista del (tentato) sequesto dell’armatore livornese Titino Neri. Si fa un paio di anni di carcere, tosto: “Un “pentito” (un delinquente comune) mi aveva indicato come basista del sequestro e, sebbene io non conoscessi gli autori materiali, in 1° grado ero stata condannata a 10 anni. In un secondo grado di giudizio, dopo due anni, venni completamente prosciolta e scarcerata, anche perchè il pentito non si era rivelato credibile.” (da un’intervista di Gianfilippo Maiga per ‘Spaziotennis’)
Tra la condanna del 1980 e il processo di appello si mobilitano in tanti per lei. In prima linea ‘A rivista anarchica’ con cui negli anni continuerà a collaborare.
Si mobilitano parlamentari come Pio Baldelli, Giacomo Mancini e Stefano Rodotà, ma anche il presidente della federazione del tennis Paolo Galgani.
Al suo fianco c’è Adriano Panatta, altra grande amicizia tennistica (nel meraviglioso ‘Una squadra’ Adriano racconta, al solito in maniera estremamente divertente, un episodio di un misto giocato con Giorgi).
Giorgi non smette di giocare all’attacco. Probabilmente lo fa ancora nei tornei “senior” che col cognome Cerutti disputa in Svizzera, dove risiede.
Di certo lo fa nella vita, con il solito impegno, la curiosità e la grande cultura che la portano tra l’altro a scrivere ‘La clown di Dio’ su Simone Weil.

19 marzo 1972

Dai primi risultati della perizia Feltrinelli è morto nello scoppio. Questo il grande titolo in prima pagina su La Stampa, il 19 marzo 1972. Pansa scrive di un giovane professore di lettere ricercato, si chiama Carlo Fioroni. A lui è intestata l’assicurazione del furgoncino con cui Feltrinelli ha raggiunto il traliccio. Qualche anno dopo Fioroni sarà protagonista di un’altra vicenda degli “anni di piombo”. (La racconta da par suo Mario Calabresi in Quello che non ti dicono).

Il 19 marzo 1972 è una domenica. La Milano-Sanremo, come sempre quando San Giuseppe cade di domenica, si è corsa in anticipo il sabato. Lo strillo in prima: Merckx rivince per la quinta volta.
Che sia la quinta vittoria del “cannibale” è evidente a tutti: Eddy taglia il traguardo con una sola mano alzata, le dita ben aperte appunto a comporre il numero cinque. Veste la maglia iridata, l’anno prima ha vinto il mondiale, battendo (al solito) Gimondi.
A Sanremo invece dietro di lui si piazzano Gianni Motta e Marino Basso: dopo l’arrivo non si risparmiano le accuse, il velocista veneto sostiene che Motta abbia preferito la vittoria del belga a uno sprint con lui favorito. Proprio Motta aveva cercato di scappare sul Poggio, come Dancelli, vincitore due anni prima. Merckx se ne era andato nella discesa verso via Roma, nessuno l’aveva più preso. Proseguiva l’inseguimento ideale di Girardengo, con le sue sei vittorie.
Pensare che il giorno prima l’occhiello della presentazione diceva: Eddy è davvero in crisi? Belgi e italiani ci sperano. Proprio Basso, e Roger De Vlaeminck, erano i più convinti di poterlo battere.

Lo stesso 18 marzo, la notizia di prima era sempre la morte di Giangiacomo Feltrinelli. Il fondo titolava: Prima conoscere poi giudicare. Firmato da Carlo Casalegno. Pochi anni dopo, giudicato male da chi conosceva ben poco, sarà lui stesso vittima del terrorismo.

The Weight

Dalla pagina fb Photography by John Scheele

È morta Maud, la moglie di Garth Hudson. Entrambi oltre gli 80 anni, lui ad agosto ne fa 85. Fa strano accorgersene con uno che sta nella storia della “musica giovane”, come la si chiamava: Garth Hudson, per dirla brutta, è “un vecchio”.
Lui è uno straordinario, uno che sapeva fare poesia con ogni strumento, in ogni canzone, anche se non stava in prima linea nel gruppo con cui suonava, che si chiamava (con estremo “understatement”) The Band.
Già, The Band. Erano con Dylan quando imbracciò la chitarra elettrica. Quando si sciolsero, verso la fine degli anni settanta, il concerto di addio diventò il film ‘L’ultimo valzer’. Di Martin Scorsese. Difficile fare graduatorie, certo. Ma difficile trovare un gruppo che sapesse suonare “la musica giovane” come The Band. Negli ultimi sessanta e più anni, eh.
Ora Garth Hudson è “un vecchio”, per quanto faccia strano accorgersene. Maud, la sua compagna di vita non c’è più. Lui vive in una casa di riposo, sta bene mentalmente, male fisicamente, molto male.
Si sente dimenticato. C’è una mobilitazione online, per mandargli un biglietto, un pensiero. Per farlo sentire meno solo. Qui:

Garth Hudson
Ten Broeck Commons
1 Commons Drive
Lake Katrine, NY 12449

L’ultima porta

Non era in campo, il 10 giugno 1978 in una delle sfide tra Argentina e Italia più belle di sempre, Leopoldo Luque, molto fotografato con il braccio al collo dopo un infortunio contro la Francia (che non gli impedirà di giocare la finale di quel Campionato del Mondo). Niente duello tra l’attaccante dell’albiceleste e il nostro stopper Mauro Bellugi, quella sera.
Luque e Bellugi se ne sono andati in questo 2021: Bellugi dopo una lotta drammatica contro il maledetto Covid. Il Covid ha ucciso pure “El Pulpo” Luque, che in quel Mondiale giocò e segnò mentre suo fratello moriva in un incidente d’auto sulla strada per lo stadio, e fu uno dei primi a incontrare le madri di Plaza de Mayo, El Pulpo. Sono morti a pochi giorni di distanza, in un freddo febbraio.
Il 2021, a proposito di difensori e di Inter, s’è portato via anche Tarcisio “Roccia” Burgnich, e adesso Sarti Burgnich Facchetti rimane solo nei ricordi di tantissimi.
Scomparso quest’anno, a proposito di rocciosi difensori, Francesco Morini. Come il suo presidente, e prima grande campione della Juventus: uno dei massimi gentiluomini del fútbol Giampiero Boniperti.
Tra gli altri scomparsi del 2021: Romano Fogli in campo nello spareggio del giugno ‘64 che assegnò al Bologna il suo (ultimo) scudetto. Invece perse, con il suo Liverpool, la famosa semifinale in cui i nerazzurri trionfarono 3-0, Ian St. John, lo scozzese che era uno delle colonne dei reds di Bill Shankly. Con la maglia dei reds ha vinto valanghe di trofei (tra cui tre Coppe dei Campioni) Ray Kennedy che infine si è arreso, sessantunenne, al Parkinson che lo aveva colpito mentre ancora giocava. Tra i tributi a questo anno pagati dal calcio inglese Jimmy Greaves, in patria bomber straordinario, da noi solo un rapido passaggio (Nereo Rocco non lo capì mentre Brera lo definì “lavativo”). Il calcio internazionale ha anche salutato, dopo una lunga malattia degenerativa Gerd Müller, uno dei goleador più micidiali di sempre.

Antonio Sabato c’entra con lo sport? Sì se vogliamo considerarlo pilota d’auto per via del suo ruolo in ‘Grand Prix’, il più grande film di sempre sulla Formula 1. Fu Barlini, focoso siciliano che di Lorenzo Bandini (all’epoca il nostro miglior pilota) prese solo il cognome (storpiato), non certo le caratteristiche. Nel film vedemmo uno stereotipo del maschio italico, bella “ragazza dei box” compresa. E la bella del film lo era davvero trattandosi di Françoise Hardy, musa e sogno di tous les garçons et les filles (il film fu girato nel 1966). Si vocifera di qualcosa più di un’amicizia, tra i due, all’epoca.
Il motorsport ha perso tra gli altri il preside volante Ninni Vaccarella.
Reinhold Roth, pilota motociclistico tedesco, rimasto fissato, immobile a quel terribile incidente della gara di Rijeka del 1990. Il campione belga di motocross degli anni settanta Joël Robert, che i bambini conobbero con i fumetti di Michel Vaillant, quando notre héro passava dalle quattro alle due ruote, dalla pista ai campi del motocross, sempre vincendo.
E il Lole, il fascinoso argentino Carlo Reutemann, ottimo corridore nella Formula 1 dei settanta, per sempre bollato da una delle spietate definizioni del Drake: “tormentato e tormentoso”.

Il Sikh volante Milkha Singh e sua moglie Nirmal Kaur se ne sono andati a una settimana di distanza. Singh è il primo indiano ad avere vinto una gara di atletica leggera ai Giochi del Commonwealth e, all’Olimpiade di Roma, ha sfiorato il podio dei 400 piani dopo avere condotto la gara per i primi duecento. Il Covid ha preso lui 91enne e la moglie 84enne (era stata pallavolista) nel giro di una settimana. Singh perse i genitori e alcuni fratelli durante le violenze che portarono all’indipendenza dell’India. Forse anche per questo lui, che crebbe in un orfanotrofio, e Nirmal adottarono Gurbinder Singh, figlio di un soldato caduto nel 1999 durante la guerra del Karmil tra India e Pakistan.
Un venerdì di giugno, d’improvviso, è morta settantacinquenne Paola Pigni, donna di grande cultura, atleta dalla determinazione ferrea, campionessa del mezzofondo a cavallo tra gli anni sessanta e i settanta. “Tutte le donne che vanno a correre per strada, ogni giorno, devono ringraziare lei – ricorda Maddalena Grassano, sua compagna di squadra e amica. Quando negli anni sessanta noi ci allenavamo nei campi scuola lei all’alba, prima di andare a lavorare (era impiegata) e al tramonto prima di rincasare correva per strada” (la omaggiò per questo anche Gianni Brera). “A Monaco – dove Pigni vinse il bronzo nei 1500 metri – in un giorno di pioggia forte, mentre tutte lavoravamo in palestra, noi staffettiste provando i cambi, lei corse comunque i suoi previsti diecimila all’aperto. In trentatre minuti, tempo che allora facevano non tanti uomini. Per questo venne citata ed elogiata anche sul giornale dei Giochi”.
Tamara Press, già oro nel getto del peso e argento nel lancio del disco a Roma 1960, quattro anni dopo riuscì a fare la straordinaria doppietta (mai più ripetuta), impresa prima riuscita a Londra 1948 alla strepitosa Micheline Ostermeyer, la pianista, pronipote di Victor Hugo, che di suo aveva aggiunto il bronzo nell’alto. Press, alta oltre 1,80 e pesante più di 100 kg., sovietica nata in Ucraina, di religione ebraica, è scomparsa a fine aprile. Aveva una sorella Irina a sua volta olimpionica negli 80 ostacoli e nel pentathlon. Le illazioni sul reale genere delle due si sprecarono, e proprio a causa loro vennero introdotti i controlli sul sesso delle atlete. Per aggiungere dubbi, entrambe d’improvviso prima dei test si ritirarono. I documenti del 1942, quando erano profughe di guerra, attestano che entrambe erano di genere femminile.

Nel 2021 se ne sono andati anche Hank Aaron, che seppe battere il record di fuoricampo di Babe Ruth; Rolando Thöni, troppo spesso ricordato perché cugino di Gustavo, bronzo nello slalom di Sapporo ‘72. I grandi nazionali del rugby Massimo Cuttitta, preso appena 54enne dal Covid due giorni dopo la madre e Marco Bollesan, molto famoso negli anni settanta (“il Gigi Riva del rugby”), genovese (di adozione) prima a Sestri Ponente poi a Boccadasse, infatti “la sua squadra è sempre stata una sola: il Cus Genova, che lo accolse adolescente e ribelle strappandolo ai vicoli dell’angiporto (“Sapevo solo fare a botte: se non ci fosse stato il rugby, chissà dove sarei finito”)” (Repubblica). Fu pure fondatore delle Zebre, nate nel ‘73 “come club ad inviti riservato ai migliori giocatori del campionato italiano ed ai migliori giocatori stranieri dei campionati europei”.
Grande combattente, e legatissimo all’Italia anche il “meraviglioso” Marvin Hagler, una delle ultime genuine leggende della storia agonizzante del pugilato.
Quando negli anni ottanta sulle tivù private si è iniziato a vedere il football americano, quasi tutti sono diventati tifosi dei Raiders. Forse per quelle divise nero e argento. Forse perché erano i più cattivi. I Raiders, che hanno avuto il loro periodo d’oro nella seconda metà degli anni settanta, erano allora allenati da John Madden. Che poi è diventato soprattutto il nome e il volto del più famoso videogioco del suo sport. È morto proprio mentre l’anno sta per finire.

Chiodi storti e racchette di legno

Tre libri italiani sul tennis da leggere, finito il Masters torinese e in attesa del prossimo: tenez!

L’antico testamento: ‘500 anni di tennis’, uno dei libri con cui sono cresciuto. É La Sacra Bibbia. Nella preziosa edizione che con orgoglio posseggo, non troppo comoda da tenere sul comodino, dato il grande formato ricco di splendide fotografie.
Dal Jeu de paume all’era degli Aussie (l’edizione è dei primi anni settanta) racconta i protagonisti con la classe unica di Gianni Clerici che scrive da letterato e sa unire, come nessun altro, la profonda conoscenza e un (aristocratico, ça va sans dire) gusto per la portineria.
Tra le tante doti di un capolavoro obbligatorio, il raccontare le tenniste con pari dignità dei maschietti già in un’epoca in cui lo sport femminile era nel migliore dei casi destinato ai trafiletti. Merito indubbiamente anche della indiscutibile passione dello “Scriba” per le ragazze. 
D’altronde nella vasta bibliografia, tutta di altissimo livello, spicca pure ‘Divina. Suzanne Lenglen, la più grande tennista del mondo’. Clerici ha infatti cantato Lenglen come una Garbo o una Piaf, alimentando il mito di una giocatrice che altrimenti sarebbe, con buona probabilità, molto meno ricordata.

Perché vincere è una breve felicità.

Questa frase chiude ‘Sei chiodi storti’. Lo ha pubblicato 66thand2nd, quindi oltre che bello è pure molto elegante.
“Nella sacca del tennis custodiva gelosamente sei chiodi storti e arrugginiti. Erano i suoi portafortuna. Li aveva con sé a Santiago. Li conserva ancora oggi.” Scrive Dario Cresto-Dina, autore del libro.
I chiodi storti nella sacca del tennis li teneva Adriano Panatta, che è il più grande tennista italiano di sempre (in attesa che i ragazzini che stanno crescendo in questo periodo lo sfidino – virtualmente).
Sei chiodi storti sono anche i protagonisti del libro che ha nel sottotitolo ‘Santiago 1976, la Davis italiana’: oltra ad Adriano, il suo compagno di doppio Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti, Tonino Zugarelli, gli altri due vincitori dell’unica nostra Coppa Davis. Il capitano non giocatore Nicola Pietrangeli (che di sicuro direbbe: il più grande tennista italiano di sempre sono io) e il maestro (meglio, padre tennistico) dei quattro vincitori dell’insalatiera, Mario Belardinelli.

Vite brevi di tennisti eminenti’ lo ha scritto Matteo Codignola, noto soprattutto come editor e traduttore (per Adelphi, che lo ha pubblicato). Lo spunto sono “foto di agenzia degli anni Cinquanta, trovate per caso nella valigia di un collezionista”, (buon) pretesto per raccontare vita e tennis di giocatrici e giocatori, rigorosamente del tempo in cui le racchette erano di legno. Sempre con eleganza (con “gesti bianchi” verrebbe da dire) e originalità, anche quando scrive del barone von Cramm o di Little Mo Connolly, cantati tante volte.
Probabilmente basta una frase per invogliare alla lettura: “Il tennis consiste in gesti bianchi enormemente fotogenici nella fantasia”.

L’ultimo re di Sicilia

Ancora oggi ci sono sui muri gli incitamenti dei suoi tifosi.
Sì, qualche scritta ancora resiste: perché è vernice di sangue, sangue siciliano. Ricordo che alcuni scrivevano grossi “Vai Nino” sulla strada, con la vernice bianca: Collesano era tutto un manto bianco, e si scivolava maledettamente.
Cosa prova, oggi, vedendo qualcuna di quelle scritte?
Ricordo quegli anni bellissimi e fantastici. Era l’automobilismo della gente, non della televisione. I piloti erano considerati degli eroi.
(intervista del 1997 a Luca Delli Carri per ‘Benzina e cammina’)

Considerare Ninni Vaccarella solo il più grande pilota siciliano di sempre e il maestro della Targa Florio è decisamente riduttivo. Vero che “è stato l’ultimo re di Sicilia, incoronato a furor di popolo”. Ma è stato uno dei più grandi piloti al mondo di vetture Sport, quando i piloti erano eroici, l’automobilismo nei suoi anni epici e le corse dei prototipi la massima competizione (tutte cose tra loro collegate).
Vero che Vaccarella ha vinto tre volte sui 72 chilometri di una delle corse più dure e difficili del mondo, anche se diceva “avrei dovuto vincerne sette… Erano gare già vinte e con grande vantaggio. Perché quando vincevo, io vincevo con il record.
Così venne l’incidente del ‘67 quando dava agli altri un minuto e mezzo ogni giro ma volle strafare e toccò un marciapiede. O l’anno prima, quando a volare nel burrone fu il coequipier Bandini “per colpa di un palermitano che in macchina gli tagliò la strada” (il che racconta bene in che condizioni si correva, allora). O nel 1960, quando all’esordio stava battendo tutti ma il serbatoio della Maserati Birdcage privata si ruppe. Un’amarezza che gli impedì di essere il primo siciliano vincitore nel dopoguerra: lo precedette nel ‘64 il barone Pucci, che lui non stimava granché come pilota. “Antonio è stato uno dei tanti gentleman siciliani che hanno corso in macchina ottenendo anche buoni piazzamenti. Ecco perché, quando sono arrivato io, i siciliani hanno detto: Finalmente”.

“Mi invitarono a Collesano, a seguito di una delle mie vittorie alla Targa e arrivai quando era in corso la processione dedicata a Maria Vergine. Tanto fu l’entusiasmo nel vedermi, che i fedeli, tutti miei tifosi, bloccarono il corteo e, Dio li perdoni, misero per un attimo da parte la statua sacra per portare in trionfo me, con banda musicale e chierichetti al  seguito”.

Si partiva da Cerda, provincia di Palermo e si correva per 72 chilometri di saliscendi, tra paesini di montagna. Era una delle corse più storiche, prima edizione nel 1906. Presto leggendaria: “la fama le derivava dalle enormi difficoltà insite nella durezza del tracciato al punto che, specialmente nei primi anni, il solo riuscire a completare la corsa significava compiere un’impresa titanica.”
Vaccarella vince la Targa Florio per ben tre volte: nel 1965, in coppia con Lorenzo Bandini. Si fanno dieci giri, tagliano il traguardo in sette ore con la Ferrari 275P2. C’erano in gara i grandissimi: quarto arriva Graham Hill insieme a Jo Bonnier. Tra i ritirati De Adamich, Baghetti, Scarfiotti con Parkes, l’elite.
Poi due volte con l’Alfa Romeo 33, battendo pure le Porsche: nel 1971 insieme a Hezemans e nel 1975, quando la gara storica era già uscita dal calendario mondiale e stava per terminare, insieme ad Arturo Merzario.

Era “il preside volante” perché dal padre lui e la sorella avevano ereditato un “istituto tecnico commerciale legalmente riconosciuto”. Il padre non lo voleva al volante, come non l’aveva voluto calciatore: “O il calcio o lo studio. Era un uomo drastico, mio padre, come il novanta per cento dei padri di allora.
Mancò ancora giovane e questo segnò l’inizio della carriera del pilota Vaccarella ma anche, appunto, quella del Professore: “io venivo dalla sedia dell’Istituto Oriani e passavo direttamente al seggiolino della macchina da corsa. Sentivo una predisposizione alla guida, che avrei potuto affinare se avessi accettato la proposta che mi venne fatta nel 1964 di trasferirmi a Modena. Ma non volli lasciare né la scuola né la mia terra, la Sicilia: è stata una scelta, e non la posso rinnegare. Ripensandoci oggi, direi che sono stato troppo siciliano: romantico, sentimentale, fedele dalla bandiera.
Innamoratissimo della Ferrari, aggiungiamo, e come chi ama tanto, pure troppo, con l’amarezza di non sentirsi ricambiato, da direttori sportivi non all’altezza e dallo stesso Ferrari, “un uomo che non era molto disponibile, terribilmente complesso”. Perciò “mancava nei confronti dei piloti quella cordialità, quell’umanità che occorreva per farli sentire a loro agio, a casa loro.

Fu “l’ultimo re di Sicilia” ma vinse anche a Sebring, insieme ad Andretti. Al Nurburgring. E la 24 ore di Le Mans. Insomma uno dei grandi, al volante delle automobili più belle della storia, e Vaccarella ricordava soprattutto, giustamente, la Ferrari 330P4 e la 512S. Innamorato delle corse, nonostante gli abbiano dato pure il più grande dolore della vita.
Innamorato fino agli ultimi giorni, perché il medico che l’ha curato racconta come, sebbene faticasse a parlare, ancora gli occhi gli si illuminavano quando poteva raccontare:
C’era un infermiere, incuriosito, che ci guardava.Ninni, insistetti, ricorda a questo giovane come arrivavi a Mulsanne ai tempi tuoi, ai tempi del 512 Ferrari, delle 24 Ore di Le Mans più belle”. Nuovo sorriso a mezza bocca. La forza gli mancava già, specie per parlare a lungo. Eppure rispose: “una goduria! Uscivamo dal Kink a 360 all’ora (più di mezzo secolo addietro…) e poi…” E poi? E poi alzò la mano bianca, quella della flebo, a mimare il gesto del cambio: “BUM…BUM…BUM…BUM… quattro schioppettate, lasciavo i freni e mi infilavo con la coda che scappava da tutti i lati.

Grand Slam: cinque e non più cinque

Può esistere il più grande del suo tempo, non di tutti i tempi (Rod Laver)
Come avviene per i Profeti delle diverse religioni (Gianni Clerici)

Rod Laver, mancino, rossiccio, lentigginoso, è l’unico tennista ad avere completato il Grand Slam del singolare due volte, nel 1962 – quando i professionisti erano esclusi dai tornei – poi nel 1969, nell’era cosiddetta “open” dove tutti li giocavano.
Il momento più difficile, nel 1962, era stato un anonimo quarto turno del Roland Garros, l’unico torneo dei quattro sulla terra (gli altri tre erano sull’erba). Ebbe un match-point contro, nella partita con Martino Mulligan l’australiano di Roma. Si salvò facendo serve-and-volley. Con la seconda palla di battuta. Sulla terra rossa.
Sette anni dopo, quando fece il primo Slam dell’era “open”, e l’ultimo maschile, la partita in cui rischiò di più venne nel primo torneo, sull’erba (inzuppata) di Brisbane, contro il connazionale Tony Roche, gran doppista. Durò 90 giochi, un solo set ne contò 44 (niente tie-break, all’epoca).
In quell’Australian Open Laver aveva battuto, di fila, quattro vincitori di uno dei quattro tornei maggiori: Emerson, Stolle, appunto Roche, tutti suoi connazionali, e lo spagnolo Gimeno. Ma anche Wimbledon non fu una passeggiata, oltre a rischiare di perdere contro Stan Smith (già, quello che oggi è conosciuto per le scarpette) era stato due set sotto con l’indiano Lall.
Anche in Francia (Smith, Roche e Rosewall), a Wimbledon (Smith, Ashe e Newcombe) e allo US Open (Emerson, Ashe e Roche), Laver nel ‘69 ha dovuto battere un campione dei quattro grandi tornei: tredici su ventotto partite. Quest’anno, per arrivare a una partita dal suo (mancato) Grand Slam, Djokovic ha giocato solo un match contro un altro campione di “majors” nei complessivi ventisette turni vinti, la semifinale del Roland Garros con Nadal.

Donald Budge giocava con le braghe lunghe. Bianche, ça va sans dire, e sartoriali.
Colpiva il rovescio, con la sua robusta racchetta Wilson, finendolo come un giocatore del baseball mancino batte i fuoricampo. Un colpo piatto, ancora oggi straordinariamente elegante da vedere.
Nel 1938 all’Australian Open non perse neanche un set. C’era in gara il barone von Cramm, contro cui l’anno prima aveva vinto “la più bella partita di tennis mai giocata”, e che poco dopo, il 5 di marzo, i nazisti avrebbero arrestato. Budge era un timidissimo “middle class”, figlio di uno scozzese emigrato negli States. In un gioco all’epoca molto elitario era “middle class” pure Fred Perry, figlio di un artigiano laburista. L’inglese nel 1938 era già passato professionista, un pericoloso avversario in meno per il rosso statunitense.
Poi Budge vinse il Roland Garros perdendo in tutto tre set. “L’oscuro mancino jugoslavo Kukuljević” (copyright Gianni Clerici) lo portò al quinto, unico a riuscirci in tutti e quattro i tornei. Dalle tribune, a incoraggiarlo c’era Pablo Casals.
Vinse Wimbledon senza perdere un set, lasciando in finale quattro game a Bunny Austin.
Giocò la finale dello US Championship contro Gene Mako, suo abituale compagno di doppio, e probabilmente avvertí la tensione dell’impresa che stava per realizzare, perché concesse il secondo set. Negli ultimi due lasciò all’avversario tre giochi.
Cinquant’anni dopo il suo Grand Slam, il primo della storia, sarà lui a premiare Steffi Graf.

A Seul, una mattina, andai a cercare qualche scuppettino al campo di allenamento, e vidi d’improvviso Steffi che, invitata dagli amici tedeschi sulla pista, batteva, indossando le scarpe da tennis, le due atlete delle Germania Ovest che avrebbero partecipato ai centodieci ostacoli. (Gianni Clerici)
Nei due anni precedenti lo Slam del 1988, Steffi Graf aveva perso solo contro due giocatrici, Martina Navratilova e Gabriela Sabatini (l’avversaria della finale di Flushing Meadows, la finale più giovane della storia del torneo statunitense fino ad allora, 37 anni in due).
Erano le 15,15 di New York, il momento della definitiva consacrazione della ragazzina che ha stravolto le gerarchie del tennis mondiale con la rapidità di un fulmine. Posata la racchetta, Steffi è corsa all’angolo dello Stadium dove c’erano i suoi. Il primo bacio era per il coach cecoslovacco Pavel Slozil che era entrato in campo, poi per i genitori, prima a papà Peter, il vero pigmalione della nuova supercampionessa, quindi alla mamma. (La Stampa, domenica 11 settembre 1988)
Finito di festeggiare il Grand Slam la tedesca era andata a Seul a vincere l’Olimpiade, unica nella storia del tennis a realizzare il Golden Slam: quest’anno Nole prima di perdere la finale di Flushing Meadows aveva già perso “anche” all’Olimpiade.

Il capitolo di ‘500 anni di tennis’ di Clerici a lei dedicato si intitola, parafrasando Hemingway: Breve la vita felice di Maureen Connolly.
“Mo vinse sedicenne il Campionato USA e, nelle quattro successive stagioni della sua breve carriera, fu battuta solo quattro volte. A Wimbledon non perse mai.”
Forse quello che è più sbagliato, nel titolo citato, è l’uso dell’aggettivo “felice”.
Ho sempre creduto che la grandezza sul campo da tennis fosse il mio destino, un destino oscuro, a volte, quando il campo diventava la mia giungla segreta e io una cacciatrice solitaria e impaurita, scrisse nell’autobiografia. Ero una strana ragazzina armata di odio, paura, e una Racchetta d’Oro (le maiuscole sono sue).
Quando le chiesero quale fosse stata la sua esperienza più divertente nel gioco, rispose: non ne ho mai avuta una. E ancora: nessuna fama, nessuna immortalità possono valere il prezzo che ho pagato.
Crebbe con una mamma sola (il padre marinaio si era dileguato quando non aveva ancora quattro anni), con ambizioni frustrate di artista che ribaltò sulla figlia. Non andò bene con la danza, né con il canto, né con la scuola perché Maureen era interessata solo ad andare a cavallo, finché non entrò in uno dei tre campi in cemento vicini a casa.
Molto superstiziosa, non si privava mai del suo talismano, un anellino su cui due dragoni custodivano una palla. Iniziò a girare per tornei e, quando non era in campo, passava ore e ore nelle chiese, a ragionare sul fatto che perdere sarebbe stata un’offesa a Dio.
Aveva solo tredici anni e già i giornalisti scrivevano del “killer con le trecce”. A sedici divenne Little Mo come era chiamata una corazzata irta di cannoni.
Vinse, vinse sempre, diciannovenne fece nel 1953 il primo Grande Slam femminile, intanto litigò con tutti, perfino con la sua “pigmalione” Teach Tennant che la allenava da quando aveva dodici anni. Odiò ogni avversaria, ogni giornalista, ogni persona che le si avvicinava. Nonostante scrivesse con la sinistra fu corretta dal maestro a impugnare di destro (Wilbur Folson ricordava che non c’era mai stata una grande campionessa mancina): aveva un grande rovescio e un diritto che non usciva mai dalle righe.
Soprattutto, aveva una determinazione spaventosa. Come disse Mervyn Rose, buon giocatore e grande allenatore di campionesse, che lavorerà sia con Billie Jean King sia con Margaret Court: “non ho mai visto un’espressione simile sul viso di un tennista”.
Maureen Connolly continuò ad amare i cavalli e proprio montando a pelo nel 1954, dopo l’ennesimo Wimbledon vinto, fu disarcionata quando un camion spaventò Colonel Merryboy. La sua gamba destra restò incastrata tra camion e cavallo e la frattura scomposta del perone segnò la fine della sua carriera. Non aveva ancora compiuto i 20 anni. E non ne aveva ancora 35 quando il cancro la uccise.

Invece la definizione che l’immaginifico Gianni Clerici coniò per Margaret Court fu “mirabile monstrum”. L’australiana era più della media delle avversarie in tutto: alta 1,75 quando la media era 1,68, 71 chili di peso contro i 66, con la mano più lunga, dal palmo più largo, con più forza nella destra. E da ferma saltava diversi centimetri più delle altre.
Sul campo per una dozzina di anni nessuna le si avvicinò. Vinse 24 Slam, tuttora un record contro cui Serena Williams ha combattuto invano, fece l’en plein nel 1970. Aggiunse 19 titoli dello Slam nel doppio e 21 nel misto (dove fece il Grande Slam nel 1963 con Ken Fletcher e nel ‘65 con tre diversi partner).
Ancora nel 1973 tra una gravidanza e l’altra fallì il secondo Slam solo per la sconfitta a Wimbledon in semifinale con la bambina terribile Chris Evert, cha aveva appena battuto nella finale del Roland Garros e che batterà di nuovo a Forest Hills.
Dopo la carriera è diventata, lei cresciuta cattolica, ministro della chiesa pentecostale, è al centro di polemiche per le sue forti prese di posizione contro l’omosessualità definita “un abominio agli occhi del Signore”, il che le ha provocato scontri per esempio proprio con Billie Jean King e con Martina Navratilova. Più volte è stato chiesto che il campo a lei dedicato, dove si gioca l’Open d’Australia, venga rinominato. Per ora il campo continua a chiamarsi come il “mirabile monstrum”.